Pasolini | La vita eterna | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 135 Seiten

Pasolini La vita eterna


1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-922-3496-3
Verlag: San Paolo Edizioni
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 135 Seiten

ISBN: 978-88-922-3496-3
Verlag: San Paolo Edizioni
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L'eternità è già presente nella nostra vita, nonostante il mistero della morte. Da sempre, la Chiesa ha costruito l'annuncio del Vangelo attorno al centro focale della risurrezione di Cristo e della vita eterna come possibilità offerta a tutti. Dobbiamo però riconoscere che, lungo i secoli, molta polvere si è depositata su questa speranza di eternità, al punto che oggi il mondo sembra indifferente alla possibilità di vivere per sempre. Per ricomprendere questa misteriosa realtà, così presente nella predicazione di Cristo e così viva nell'esperienza umana di tanti uomini e donne che hanno illuminato la storia, Roberto Pasolini ci guida con maestria a riscoprire il senso dell'eternità attraverso un mosaico di elementi: il destino ultimo dell'uomo, il sapore della morte mentre si è ancora vivi, il bisogno di rinascita e l'accettazione della nostra finitezza. Integrare queste dimensioni permette di riconoscere l'eternità come dono divino, capace di trasfigurare il dolore presente in speranza e di aprire lo sguardo alla gloria futura.

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LE COSE ULTIME


La fine sarà l’inizio


Uno dei frutti più gustosi maturati nella terra della nostra umanità dopo l’incarnazione del Verbo di Dio è sicuramente la storia del pensiero teologico. Lungo i secoli, intrecciandosi con lo sviluppo della riflessione filosofica, il compito della teologia è sempre stato quello di comprendere quali conseguenze e quali conoscenze si dischiudono con la rivelazione del mistero di Dio avvenuta in Gesù Cristo. Per la maggior parte dei credenti, accedere a questa vasta enciclopedia, dove troviamo scritti di grande profondità spirituale, elaborati da teologi e dottori della Chiesa, è un’operazione troppo onerosa, per non dire impossibile. Avvertendo questa distanza tra il patrimonio teologico della Chiesa e la fede della gente comune, nel 1992 san Giovanni Paolo II ha promulgato il (), un testo che presenta una sintesi autorevole del pensiero cristiano, fondata sulle Sacre Scritture, la Tradizione della Chiesa e il Magistero. Il è destinato a vescovi, sacerdoti, catechisti e fedeli laici come sussidio utile per comprendere e insegnare i grandi misteri della fede. Questo testo teologico, proprio in virtù della sua indole sintetica e divulgativa, può costituire un utile punto di partenza anche per la riflessione che questo libro intende avviare intorno all’articolo del Credo in cui si condensa il punto “capitale” della nostra fede: la vita eterna.

Dovendo scegliere una prospettiva da cui iniziare a parlare di vita eterna, il prende a prestito alcune parole presenti nel rituale dell’unzione degli infermi, il sacramento che viene somministrato ai malati e, soprattutto, ai moribondi.

Parti, anima cristiana, da questo mondo, nel nome di Dio Padre onnipotente che ti ha creato, nel nome di Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, che è morto per te sulla croce, nel nome dello Spirito Santo, che ti è stato dato in dono; la tua dimora sia oggi nella pace della santa Gerusalemme, con la Vergine Maria, Madre di Dio, con san Giuseppe, con tutti gli angeli e i santi. […] Tu possa tornare al tuo Creatore, che ti ha formato dalla polvere della terra. Quando lascerai questa vita, ti venga incontro la Vergine Maria con gli angeli e i santi. […] Mite e festoso ti appaia il volto di Cristo e possa tu contemplarlo per tutti i secoli in eterno.

Si tratta di una preghiera che intende accompagnare la persona in grave stato di malattia a vivere con speranza e consapevolezza il momento della morte, come definitivo passaggio verso il regno eterno di Dio. Questo testo liturgico, citato per spiegare il significato della vita eterna, è introdotto da questa considerazione: «Per il cristiano, che unisce la propria morte a quella di Gesù, la morte è come un andare verso di lui ed entrare nella vita eterna» ( 1020).

Si parte così dalla comprensione più comune della “vita eterna” come è conosciuta e creduta generalmente. La vita eterna è quella condizione a cui si accede pienamente attraverso l’evento della morte, nella misura in cui il nostro morire rimane strettamente legato alla morte e alla risurrezione di Cristo. Questa intuizione sintetizza il pensiero dell’apostolo Paolo nel noto passaggio della Lettera ai Romani.

Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione (Rm 6,4-5).

Da duemila anni, questa è la speranza che anima la vita di chi ha trovato nel Vangelo la promessa di Dio per tutti i suoi figli: che dopo la morte non si muoia più, ma si risorga a vita eterna. L’idea di un’esistenza senza il limite della morte si fonda sulla risurrezione di Cristo. Se un essere umano – il Figlio di Dio – è risorto dalla morte per una vita senza odio o risentimento, allora questo destino, per grazia, può essere accessibile a ogni persona. È un dono aperto a chiunque desideri accogliere una vita plasmata dalla parola del Vangelo e resa possibile dallo Spirito.

Il afferma che la morte rappresenta un momento cruciale in cui si compie un giudizio particolare sul valore della nostra esperienza: «La morte pone fine alla vita dell’uomo come tempo aperto all’accoglienza o al rifiuto della grazia divina apparsa in Cristo» ( 1021). Queste parole indicano che la vita terrena è un tempo in cui possiamo accogliere – o rifiutare – la grazia che si è manifestata storicamente nella vita di Cristo ed è resa accessibile a tutti attraverso la Chiesa. È fondamentale comprendere che questa apertura al dono di Cristo deve essere sostanziale e non soltanto formale. Non basta partecipare alla Messa o definirsi cristiani per essere realmente partecipi della vita di Dio. Gesù stesso metteva in guardia le persone “religiose” del suo tempo con questo genere di parole: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). D’altra parte, nella riflessione del Concilio Vaticano II, la Chiesa ha riconosciuto che è possibile vivere secondo il cuore di Dio anche per chi non ha formalmente incontrato la rivelazione di Cristo.

Quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e coll’aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna. Né la divina Provvidenza nega gli aiuti necessari alla salvezza a coloro che non sono ancora arrivati alla chiara cognizione e riconoscimento di Dio, ma si sforzano, non senza la grazia divina, di condurre una vita retta ( 16).

La riflessione della Chiesa sulla morte come passaggio alla vita eterna non vuole rivendicare un monopolio della grazia di Cristo – offerta e accessibile a ogni essere umano – né incutere un timore riguardo alla fine dei nostri giorni. Il intende semplicemente indicare l’esistenza di un limite preciso e invalicabile verso cui si dirige la vita di tutti. L’evento della morte non rappresenta la fine del viaggio, ma il momento in cui la nostra relazione – più o meno consapevole – con Cristo si manifesterà pienamente, attraverso un giudizio in grado di stabilire quale retribuzione immediata possiamo sperare di ricevere in base alle opere e alla fede che siamo stati in grado di vivere o di trascurare. Per evitare che questa valutazione venga ridotta a una semplice equazione matematica, il cita il pensiero di san Giovanni della Croce, ricordando che «alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore» ( 1022).

La precisazione è fondamentale, poiché l’assenza di informazioni chiare e accessibili su questo passaggio definitivo alimenta le nostre ansie peggiori, rendendoci vulnerabili al male e al pessimismo. L’autore della Lettera agli Ebrei accende una speranza, interpretando la tappa dell’ultimo morire non come un luogo di condanna ma di definitiva liberazione.

Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita (Eb 2,14-15).

Nel disegno di Dio, il superamento della paura della morte non è avvenuto attraverso la promessa di un futuro stadio evolutivo in cui saremo biologicamente liberi dalla mortalità. Cristo ha affrontato il nostro timore fondamentale mostrandoci che tutto ciò che è vissuto nell’amore, anche se muore, risorge. Questa speranza è più sottile, ma anche più solida, perché ci insegna che l’ultimo giudizio sarà la verifica di quanto ci siamo lasciati amare e quanto di questo amore siamo stati capaci di restituire agli altri, liberamente.

Finalmente imperfetti


Secondo le suggestioni offerte dal , nell’ultimo giorno la nostra vita andrà incontro a uno di questi destini: «o passerà attraverso una purificazione, o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, oppure si dannerà immediatamente per sempre» ( 1022). A dispetto della nomenclatura più conosciuta dalla gente (inferno, purgatorio, paradiso), il linguaggio teologico preferisce fare riferimento ai tre destini ultimi – un tempo conosciuti come – con nomi decisamente più evocativi: l’inferno, definito anche “dannazione eterna”, il purgatorio come spazio di “purificazione finale”, infine il paradiso chiamato plasticamente il “cielo”.

Tra questi scenari, senza dubbio, uno soltanto è quello che Dio desidera fortemente per ciascuno dei suoi figli: «Il cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva» ( 1024). L’essere umano è stato creato per partecipare a una condizione di vita in cui la felicità non si godrà occasionalmente o accidentalmente, ma per sempre e in modo pieno. Questa prospettiva dovrebbe essere sempre tenuta presente e ricordata, poiché, mentre percorriamo le strade del mondo e della storia, siamo spesso tormentati da dubbi e angosce che in molti modi mettono...



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