E-Book, Italienisch, 340 Seiten
Reihe: Figure
Pecere Il dio che danza. Viaggi, trance, trasformazioni
1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-7452-925-4
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 340 Seiten
Reihe: Figure
ISBN: 978-88-7452-925-4
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Il dio che danza racconta i viaggi dell'autore sulle tracce di un fenomeno antichissimo e universale: la trance da possessione indotta dalla danza e dalla musica. Nell'antica Grecia veniva praticata in nome di Dioniso, il 'dio folle' di Omero. Ma Dioniso era anche 'dispensatore di gioia': il dio 'che scioglie', 'che libera', lasciando che la vita rompa i margini fragili dell'io e delle norme sociali. Il cammino di Paolo Pecere inizia dal tarantismo in Puglia, sulle orme di Ernesto de Martino, e, seguendo collegamenti storici e mitologici, prosegue in India Meridionale, dove nel theyyam gli dei entrano nel corpo dei danzatori, appartenenti alle caste piú basse. Approda poi in Pakistan, dove il pensiero scivaita teorizzava che 'il sé è un danzatore' e i sufi vanno in estasi ruotando al ritmo della musica; in Africa, dove è possibile osservare le possessioni dello zâr e del vodu; infine in Brasile, dove il vodu, arrivato con la tratta degli schiavi, si affianca alle culture e ai culti indigeni, tra cui lo sciamanismo amazzonico. Nell'ultima tappa, New York, riemerge la questione che attraversa e guida tutto il percorso: che cosa resta di questo tipo di pratiche nel mondo odierno? Le antiche forme assumono oggi nuove funzioni: nel subcontinente indiano le danze estatiche veicolano tensioni religiose e sociali, in Africa e Brasile sostengono l'identità culturale di chi è stato colonizzato, negli Stati Uniti si accompagnano allo sviluppo della cultura lgtbq. Lo sciamanismo dell'Amazzonia, infine, diventa principio di resistenza contro la distruzione capitalistica della grande foresta.
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2. Il dio rosso
Scendo dal bus, ancora mezzo addormentato, in una radura di terra secca, desolata, macchiata di nero, di oli esausti, come se ne trovano infinite in India. All’orizzonte una linea debole di luce, fa già caldo, non c’è nessuno. Non mi è chiaro se era qui che dovevo scendere, per l’improbabile appuntamento notturno con uno sconosciuto – e io, del resto, potrei essere chiunque.
Ritrovarsi cosí, espulsi dalla pancia di un bus rosa e turchese, nel mezzo di una terra ignota: è questa la rinascita al mondo cui hanno ambito tanti viaggiatori. Molti sono rimasti delusi, perché il tempo riprende a scorrere, i nomi li inseguono, cosí come il capitalismo, e, dopo tanta ricerca di contatto umano e autenticità resta il “vuoto sentimentale”1. L’azzeramento non esiste, se non come illusione, o estasi transitoria. Ma non si può liquidare cosí quest’esperienza: se scendi da quel bus le avventure, cioè le cose che avvengono, prendono il sopravvento. Mi guardo intorno per orientarmi, ispeziono la carcassa abbandonata di un furgone, finché il motore scoppiettante di un’auto non si avvicina. Un uomo baffuto apre lo sportello, scende e rimane in piedi a guardami. Poi dice il mio nome.
Sono venuto in Kerala per osservare il theyyam, un rituale di possessione in cui danzatori appartenenti alla casta inferiore, i dalit (gli “oppressi”), diventano dei e vengono onorati dall’intera comunità. Si tratta di una tradizione antica tipica del Malabar, una regione settentrionale del Kerala, che forse affonda nell’incontro protostorico tra le culture dravidiche del Sud indiano e quelle indoariane del Nord2. Quel che è certo è che la mitologia associata ai theyyam, le divinità locali che danno anche il nome ai rituali, narra spesso di antenati che si ribellano al sistema delle caste, vengono uccisi o violentati per aver commesso questa infrazione, e tornano in vita come dei a impartire una lezione ai loro persecutori. Il sistema delle caste fu importato dal Nord e, benché ufficialmente abolito, incide ancora nella società. A questa ferita, ogni anno, rimandano i rituali spettacolari del theyyam, che sono anche un modo per lenirla e forse un viatico per curarla definitivamente, o almeno questo è quanto voglio capire parlando con uno dei danzatori con cui mi sono messo in contatto.
L’uomo che mi è venuto a prendere si chiama Mahesh. A lui sono arrivato attraverso una catena di mediatori: un dottorando indiano alla Luiss di Roma, che a un certo punto ha fatto ricerche da queste parti, mi ha introdotto a un danzatore del theyyam e ricercatore di sociologia, Rajesh Komath. Rajesh in questi giorni è impegnato in una cittadina vicina – è appunto stagione di performance – e mi ha offerto, intanto, l’ospitalità del suo amico Mahesh. Ospitalità attenta e calorosa, ma discreta, alla maniera morbida di qui. Eccomi a fare l’esperienza che mi si è rivelata come il segreto essenziale del visitare altri paesi: essere ospite, concedersi una familiarità nuova, in altre case, farsi curare il corpo e l’animo dalla forma primordiale di solidarietà verso lo straniero.
Mahesh, nel suo inglese stentato, mi dice di sapere perché sono venuto, sa pure che di mestiere insegno, insomma sono un guru, perciò, per massima efficienza, mi sta portando non direttamente a casa sua, ma in un tempio nel bosco, uno dei kavu in cui si sta celebrando il theyyam. Che la possessione avvenga in un boschetto è un particolare notevole che si ritrova in molti culti di possessione, e anche i tarantati decoravano le loro stanze con rami e fronde a imitazione di “una selva” per rimandare agli alberi intorno a cui originariamente danzavano3. Il sole non è sorto, sento ancora il torpore del sonno misto a stordimento, dopo ore di musica a palla nel bus che risaliva da Kochi, seduto vicino all’autista di fronte a ghirlande di fiori finti e santini di divinità a sei braccia – tra cui non manca mai un Cristo barbuto, anch’egli ospitato, perché il mondo è abbastanza grande, la realtà è multiforme – e adesso il calore del giorno inizia a liberare i profumi della vegetazione, e mi fa felice.
Nel bosco del sé
Mentre entriamo all’ombra delle palme, in un silenzio di attesa che precede l’apparizione del tempio, mi ricordo che il bosco, nella cultura indiana, rappresenta il luogo di una presa di distanza dalla vita urbana, il luogo in cui è possibile fare un’esperienza illuminante. Da ragazzino ho incontrato questa polarità nel Mahabharata, il grande poema epico indú che narra della rivalità e della guerra tra due gruppi di fratelli di origine semidivina, i Pandava e i Kaurava. Questa storia non l’ho scoperta dai racconti di qualcuno né da un libro (sarebbero passati molti anni prima che mi procurassi i quattro volumi dell’edizione integrale in traduzione inglese, caricandoli nello zaino in una libreria di Delhi), ma da un film. Nel 1989, in un pomeriggio d’estate romana calda e vuota, ero salito su un autobus per andare al cinema d’essai vicino Porta Pia dove davano Il Mahabharata di Peter Brook. Non sapevo nulla di India e Peter Brook, mi aveva attirato la locandina con arcieri e personaggi in abiti strani. Il cinema era il mio boschetto sacro, la mia caverna misterica, il mio luogo di passaggio verso l’altrove. Ciascuno incontra personaggi decisivi in quell’oscurità. A me quel giorno apparve il cantastorie Vyasa – autore e personaggio del racconto –, e poi Ga?esa, il dio elefante che inventa la scrittura, e avevo sentito un brivido, la sensazione di ricevere qualcosa che diventa parte di te e indirizza la tua vita.
Ma torniamo alla storia. A un certo punto del poema i Pandava perdono tutte le proprietà giocando a dadi con i fratelli rivali e sono costretti a ritirarsi in esilio nella foresta. Qui ha luogo uno degli episodi piú affascinanti del racconto: il saggio Yudhi??hira, capo dei Pandava, trova i fratelli morti sulle rive di un lago, avvelenati dall’acqua, e sente una voce che gli pone degli indovinelli per metterlo alla prova. La voce risulterà essere di suo padre Dharma, la Legge universale, e se Yudhi??hira risponderà bene – come farà nel film con lo sguardo di chi intuisce una verità lampante e folle – salverà la vita a sé e ai fratelli. Ecco l’episodio nella riscrittura di Jean-Claude Carrière per il film di Peter Brook:
“Chi è piú veloce del vento?”
“Il pensiero”.
“Chi può ricoprire la terra?”
“Le tenebre”.
“Sono piú numerosi i vivi o i morti?”
“I vivi. I morti non ci sono piú”.
“Fammi un esempio di spazio”.
“Le mie due mani”.
“Un esempio di dolore”.
“L’ignoranza”.
“Di veleno”.
“Il desiderio”.
“Un esempio di sconfitta”.
“La vittoria”.
“Chi viene prima, il giorno o la notte?”
“Il giorno. Ma solo con un giorno d’anticipo”.
“Qual è l’origine del mondo?”
“L’amore”.
“Qual è il tuo opposto?”
“Me stesso”.
“Cos’è la follia?”
“Una strada dimenticata”.
“E la rivolta? Perché gli uomini si ribellano?”
“Per trovare la bellezza, nella vita o nella morte”.
“Cos’è inevitabile per ciascuno di noi?”
“La felicità”.
“Qual è il piú grande miracolo?”
“Ogni giorno, la morte colpisce. E viviamo comunque, quasi fossimo immortali”.
Questa rivelazione del bosco mi è rimasta per anni in mente come un enigma in attesa di essere risolto. Poco dopo la visione di quel film ho scoperto il pensiero del Buddha, il quale, nonostante riformasse profondamente il pensiero induista, ripete il gesto di imboscarsi: lascia volontariamente la sua casa e si ritira, affermando che “la vita in casa, questo luogo d’impurità, è stretta. Il sollievo della vita è l’aria aperta e libera”4. Non basterà però denudarsi e dormire per terra, come facevano già gli asceti indú, bisogna controllare il desiderio, fonte del dolore, con la mente attenta: la “foresta” è ancora quel “desiderio” – il termine vana nella lingua pali ha entrambi i significati – e il saggio ne esce facendosi “auriga” che domina i sensi5. Ma non si tratta soltanto di rinunciare all’attaccamento alle cose; lo stesso sé è impermanente, come tutto il mondo che si compone nella mente6.
Yudhi??hira, Gautama Buddha: queste idee di rinuncia, di inversione paradossale dei principi dell’egoismo, dell’agonismo – la vittoria è una sconfitta! – hanno formato la mia prima confusa idea del pensiero indiano, interpretato allora come rovesciamento di quello che avevo imparato crescendo in un paese occidentale influenzato dall’ideologia dell’affermazione individuale. La presa...




