E-Book, Italienisch, 224 Seiten
Reihe: Amazzoni
Perkovic / Ferrari Il funerale di zia Stana
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-6243-579-6
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 224 Seiten
Reihe: Amazzoni
ISBN: 978-88-6243-579-6
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Nata a Banja Luka nel 1981, ha lavorato come corrispondente per i media nell'ex Jugoslavia e i suoi articoli sono apparsi anche su molti organi di stampa europei. Ha pubblicato la raccolta di racconti 'Kuhanje' [Cucinare] e il romanzo 'Il funerale di zia Stana' (titolo originale 'U jarku') - già uscito in Francia e in fase di traduzione in Bulgaria e Germania - insignito di una menzione speciale dal Premio dell'Unione Europea per la letteratura 2022.
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3
Non erano ancora le otto del mattino quando il cugino Stojan ha parcheggiato la sua scassata Golf II rossa davanti al nostro condominio. Senza spegnere il motore, ha suonato prima due brevi colpi di clacson, poi uno lungo, e ancora due colpi brevi. Suppongo fosse la sua versione dell’alfabeto Morse, con cui mi esortava a uscire immediatamente di casa perché non intendeva aspettarmi a lungo.
La mamma, nascosta dietro le tende, ha sbirciato fuori dalla finestra.
– Ecco, è arrivato quel pidocchio d’uomo – ha detto tra i denti sputando di lato. I rapporti tra la mamma e il cugino Stojan si erano bruscamente guastati l’anno scorso, dopo che la centrale termica della città era rimasta senza combustibile in pieno inverno. Il cugino Stojan ci aveva portato cinque metri cubi di legna, ma la mamma lo aveva accusato di averci fregato almeno di un metro e di averci rifilato legna scadente che non bruciava ma trasudava solo acqua. Alle accuse di mia madre di essere un truffatore, il cugino Stojan aveva reagito apostrofandola apertamente con diversi epiteti. A quel punto mia madre aveva inscenato un casino ancora più grande, e così via.
A ogni modo, noi due eravamo sveglie fin dalle sei del mattino. La mamma aveva fatto irruzione nella mia stanza sollevando le tapparelle sebbene fuori fosse ancora buio e mi aveva buttato giù dal letto. Mi aveva preparato un caffè forte e ripetuto ancora una volta i consigli e le raccomandazioni su come comportarmi con i parenti, cosa chiedere loro, come rispondere a questa o a quella domanda e quali informazioni dovevo memorizzare per poi riferirle a lei.
Quando il cugino Stojan è arrivato davanti al nostro palazzo, ero già vestita e pronta a partire. Mi ero infilata il mio cappottino nero e stavo giusto prendendo gli stivaletti, ancora non del tutto asciutti dopo la pioggia del giorno prima, quando mia madre si è palesata dietro di me.
– Sei pazza?! Vuoi rovinare gli stivali nuovi?! Sai quanto fango c’è lassù al paese! – sbigottita ha subito aperto la scarpiera. Passava da una mano all’altra le vecchie scarpe e le pantofole che nessuno indossava più.
A casa nostra le cose venivano sempre portate dentro, ma quasi mai portate fuori. C’era sempre qualcosa da conservare per le situazioni da “Dio non voglia”. Non gettiamo via la vecchia lampada a petrolio, Dio non voglia che ci sia un razionamento dell’elettricità; non gettiamo la vecchia stufa a legna, Dio non voglia che il riscaldamento smetta di funzionare; non gettiamo i vecchi vestiti, Dio non voglia che scoppi una guerra, potrebbero tornarci utili i vecchi maglioni, completamente mangiati dalle tarme. Guidati dalla stessa logica, probabilmente abbiamo conservato anche gli stivali neri di gomma comprati dalla nonna negli anni ’50 per un qualche lavoro volontario giovanile durante il quale avevano costruito una ferrovia o un grattacielo.
– Questi sono davvero eccezionali! Per favore, guarda che qualità! Questa è vera gomma, non come quelli cinesi di oggi, di plastica – li piegava con soddisfazione, ammirandone l’elasticità, ma il cugino Stojan ha suonato nuovamente il clacson, stavolta con tre colpi brevi, poi un colpo lungo e ancora tre brevi, facendo tremare la palpebra dell’occhio destro di mia madre.
– Va di fretta il signore, be’, che aspetti un po’ – ha detto con malizia.
Poi si è messa a scrutare il mio cappottino. Credo che indugiasse deliberatamente per far salire la pressione al cugino Stojan.
– Il tuo cappotto è solo uno straccetto, ti congelerai lassù quando il vento comincerà a soffiare da tutte le parti. Faresti meglio a metterti il giaccone di papà – ha preso un giaccone blu scuro che penzolava sull’attaccapanni dell’ingresso come un gatto morto e che nessuno aveva più toccato, figuriamoci indossato, da anni. Era ricoperto di polvere e avrebbe avuto bisogno di una bella ripulita.
– Mamma! – ho gridato contrariata.
– Mamma cosa? Niente mamma! Questo giaccone gliel’ho comprato io quando era magro come un chiodo, guarda, ti sta a pennello – ha afferrato il giaccone, l’ha scosso con le mani facendo sollevare una nuvola di polvere, e ha tossito un po’, poi me l’ha messo addosso come se fossi una mocciosa di tre anni.
Dopodiché mi ha dato il colpo di grazia. Mi ha presa per le spalle e portata davanti al grande specchio.
– Guarda, non sei tanto male – ha detto soddisfatta.
Osservavo il mio riflesso nello specchio. Aveva ragione, no, non ero male. Ero disperata. Ma non ho avuto il tempo di contemplare a lungo il mio aspetto, il cugino Stojan si è incollato al clacson e non bisognava essere esperti nella decifrazione dell’alfabeto Morse per capire che aveva i nervi a fior di pelle e che se non fossi uscita subito sarebbe venuto a prendermi di persona trascinandomi per i capelli. Penso che mia madre facesse il tifo perché ciò accadesse, così da poter entrare in scena e fare un bel casino. Le situazioni conflittuali sono il suo pane quotidiano.
Sono montata sulla Golf, e il cugino Stojan, anziché salutarmi, mi ha rinfacciato di avermi aspettata per ben due ore e che, per colpa mia, saremmo arrivati in ritardo al funerale di zia Stana. Non la smetteva di parlare, diceva che gli stava bene visto che si era offerto di darmi un passaggio come uno scemo. E poi, per peggiorare le cose, ho fatto la mossa sbagliata, ho afferrato la cintura di sicurezza offendendo pesantemente il cugino Stojan.
– Cosa c’è, pensi che io non sappia guidare?! – ha tuonato storcendo il naso, per poi limitarsi a fare un gesto con la mano. – È inutile, tanto non puoi allacciarla, quella roba si è bloccata cento anni fa.
Il cugino Stojan aveva lo stesso aspetto di quando l’avevo visto l’ultima volta. Era ancora lo stesso omino con la giacca in pelle marrone troppo grande e la pelliccia di castoro logora intorno al collo, che indossava da almeno venti inverni. La sua testa era sproporzionatamente grossa rispetto al corpo, anche se probabilmente si trattava di un’illusione ottica. La colpa era dei suoi capelli ispidi che invece di crescere gli zampillavano fuori dalla testa. Agli altri uomini i capelli cominciano a diradarsi già intorno ai trent’anni, ma a lui sembrava che diventassero ogni anno più vigorosi e folti. Così, al posto dei capelli, il cugino Stojan perdeva i denti. A quarant’anni aveva già le protesi su entrambe le mascelle. Sebbene i capelli, ovviamente, non c’entrassero nulla con i suoi denti marci, lui li odiava con tutto il cuore e non perdeva occasione di dire che avrebbe dato ogni inutile capello anche solo per due dei suoi denti.
Si è leccato le labbra, ha messo in moto e premuto sull’acceleratore. La Golfetta, come la chiamava affettuosamente, ha sobbalzato e tuonato. Siamo partiti lasciando dietro di noi una densa nuvola di fumo. Obiettivamente parlando, la Golfetta del cugino Stojan era in uno stato tale che avrebbe dovuto trovarsi in un museo e non sulla strada. Ma in realtà, cosa sto dicendo, quale museo, nei musei ci vanno i pezzi migliori, la sua auto doveva finire al deposito rottami. Le ruote erano malferme, la ruggine aveva completamente corroso la lamiera, e il rivestimento dei sedili era consumato e puzzava di muffa.
– Cos’è tutto questo traffico, ’fanculo! – urlava, suonando il clacson e premendo sull’acceleratore.
Era visibilmente in uno stato di delirio avanzato. Credeva di essere al volante di una Jaguar. Prendeva le curve a tutta velocità e guidava a zig-zag, ignorando la linea di mezzeria continua, e sorpassava i trattori evitando le buche sulla strada. A un certo punto, la maniglia di plastica sopra il sedile a cui mi stavo disperatamente aggrappando ha ceduto e si è rotta, e per il resto del viaggio ho continuato a rimbalzare avanti e indietro come la cassa di mele marce che stava sul sedile posteriore.
– Abbiamo importato ogni catorcio possibile dalla Germania e dall’Austria, tutto quello che giaceva nei loro sfasciacarrozze! Guarda solo questi bidoni. Ecco perché oggigiorno ogni idiota può avere un’auto, e invece quando io ho comprato la Golfetta, nuova di zecca, loro giravano ancora sui carri trainati dai cavalli – non guardava più la strada davanti a sé, non teneva nemmeno il volante. Guardava un po’ me e un po’ alzava gli occhi al cielo. Continuava ad agitare le mani e a urlare. – E queste nuove auto non valgono niente! Sai che non c’è macchina migliore della mia Golfetta! Non mi ha mai tradito, mai! E coi bidoni di oggi non ci fai nulla senza il computer. Basta che si rompa un chip e ciao, devi sborsare un sacco di soldi a questi nuovi fantomatici meccanici! Invece, sopra la mia Golfetta può passarci un carro armato, ci metti un po’ di nastro adesivo e via, si va avanti.
Blaterava senza sosta. Ogni tanto si fermava per prendere fiato e poi continuava ancora più forte. Sul mio viso si mescolavano goccioline di sudore e schizzi della sua saliva. Ho provato a dirgli di rallentare, ma tutto quello che sono riuscita a emettere dalla gola è stato il suono indistinto di un ragazzino a cui sta appena iniziando a cambiare la voce. A differenza mia, il cugino Stojan sembrava completamente rilassato. Il grande crocifisso di legno che oscillava appeso allo specchietto retrovisore insieme al profumatore a forma di pino gli trasmetteva tutta la sicurezza del mondo.
Al cugino Stojan Dio si era rivelato nel maggio del 1992 quando, dopo anni di attesa e speranze, era stato finalmente nominato direttore della stessa azienda in cui lavorava anche mio padre. Il precedente capo aveva lasciato la città di punto in bianco con un convoglio di profughi, così il cugino Stojan, appena tornato dal turno di notte, venne richiamato in fabbrica con urgenza. Quando sentì come...




