E-Book, Italienisch, 173 Seiten
Reihe: Saggi
Peyron L'arte che abbiamo attraversato
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-6783-502-7
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Fotogrammi di entusiasmo e avventure
E-Book, Italienisch, 173 Seiten
Reihe: Saggi
ISBN: 978-88-6783-502-7
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
«Una fortunata coincidenza anagrafica la mia, che mi ha permesso di vivere a Torino quei vent'anni di entusiasmo e avventure.» Così comincia il racconto di Anna Peyron dei suoi anni Sessanta e Settanta in una città che vive in pieno il boom economico e in cui la scena artistica è estremamente vivace. A partire dalla galleria torinese di Gian Enzo Sperone, dove entrano Merz, Penone, Boetti, Paolini, Zorio, Gilardi, Anselmo, Pascali e molti altri, si compone una storia da cui emergono alcuni fotogrammi: la famiglia, la musica, il teatro, il cinema, i libri, le battaglie, il gioco, Londra, Venezia, l'Isola di Wight. Pezzi in soggettiva di un tempo affascinante e imprevedibile, sempre inseguendo il cambiamento e la bellezza, fino all'avventura del Deserto, un vivaio costruito come «una grande e meravigliosa astronave», come la definisce Pistoletto. Perché l'arte non si abbandona mai.
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Sant’Agostino
Una fortunata coincidenza anagrafica, la mia, che mi ha permesso di vivere gli anni Sessanta e Settanta da spettatrice e spesso anche da protagonista. Vent’anni di entusiasmo e avventure. Anni tumultuosi ed esaltanti, di cambiamenti, ribellioni, contestazioni, di rivoluzioni artistiche e culturali. Di proteste, di speranze, di fiducia in un futuro di maggior libertà e giustizia. Ahimè, anche di momenti bui e di tragedie. Un cambiamento, quasi una rivoluzione per me, ragazza poco più che ventenne con un marito, Gian Maria Pellion di Persano, e due gemelle di pochi anni, appartenente a una classe sociale con le regole, le abitudini, le rigidità, i privilegi e le possibilità offerte da una città come Torino negli anni Sessanta.
La famiglia Peyron, cui appartengo, è ricca di storia. Argomento frequente delle conversazioni in casa. Motivo di orgoglio nel percorrere vie e piazze cittadine che ne sono testimonianza. L’Accademia delle Scienze, nella via omonima, dove lavora il bisavolo filologo, papirologo e orientalista abate Amedeo Peyron e dove viene accolto e ospitato il francese Jean-François Champollion per studiare e insieme arrivare a decifrare la stele di Rosetta, rinvenuta da Napoleone durante la campagna d’Egitto sulla riva sinistra del ramo occidentale del delta del Nilo. È una pietra gigante di granito nero, 14 metri di altezza per 7,9 di larghezza che ha scolpite, su tre fasce sovrapposte, parole in caratteri geroglifici, in demotico egizio e in greco antico. L’Egitto ne chiede la restituzione ma la Francia nega. Alla disfatta definitiva di Napoleone, però, dopo lunghe trattative dovrà consegnarla ai vincitori inglesi. Dal 1806 si trova esposta al British Museum, dove ancor oggi è custodita. Ma la storia della stele è una storia circolare e non finisce qui. Una stele gigante, delle stesse dimensioni dell’originale, scolpita nel granito nero dello Zimbabwe, opera dell’artista concettuale Joseph Kosuth (uno degli artisti della galleria di Gian Enzo Sperone) si trova sulla Place des Écritures a Figeac, comune della Francia del sud nei pressi di Tolosa, paese natale di Champollion.
Riprendendo la passeggiata cittadina, nel cortile dell’Università, in via Po 17, e subito a sinistra nella seconda arcata dell’ampio porticato si trova il monumento marmoreo di Amedeo Peyron, che qui fu professore di lingue orientali, dal 1815 fino a tarda età e rettore dal 1826 al 1829.
Sulla targa a lui dedicata si legge che fu «mente di mirabile acume», un insigne orientalista capace di spaziare negli ambiti più diversi del sapere, tra i quali quelli «dell’alta filologia e della critica storica» e che in una vita lunghissima («quasi secolare», dice l’iscrizione, morì il 27 aprile 1870, a 84 anni) lasciò «splendidi vestigi del suo ingegno», mantenendo sempre saldo e operoso «il vigor dell’intelletto».
Alla base del busto, sulle fronde marmoree, sono incisi i titoli delle sue opere più importanti. Nella vicina Biblioteca Nazionale Universitaria, i bombardamenti aerei degli angloamericani del 1942, del 1944 e 1945 distrussero quanto restava dopo l’incendio del gennaio 1904 (in cui bruciarono circa 30.000 volumi e preziosi incunaboli): tra le collezioni perdute, il fondo Champollion e i papiri egizi copti donati all’istituzione dallo stesso Amedeo. Chi si reca al Museo Egizio del Cairo trova all’ingresso affiancati i busti di Peyron e Champollion. In piazza Carlo Alberto si affaccia la Biblioteca Nazionale di Torino di cui Bernardino Peyron, pronipote del succitato abate, filologo e bibliotecario, fu direttore onorario.
Ma ripartiamo da me e dalla famiglia in cui sono nata. Mia madre Clotilde è figlia di Paolo De Rege di Donato direttore dell’Archivio di Stato torinese e di Anna Parodi, figlia dei banchieri e armatori genovesi che possiedono e abitano il Palazzo Lercari-Parodi al numero 3 di via Garibaldi, dove i Mille, prima di imbarcarsi da Quarto per la Sicilia, forzano la cassaforte per prendere i soldi necessari all’impresa che, il giorno precedente, i Parodi non avevano concesso. Il mio bisnonno, pronipote e omonimo del filologo, è un ingegnere-architetto, specializzato in ingegneria ferroviaria. Le linee Torino-Savona e Torino-Modane sono tra le più importanti da lui progettate. È consulente per il traforo del Fréjus, del Canale di Suez e del Canale Cavour, un canale artificiale voluto da Camillo Benso di Cavour, che attraversa la pianura padana per 83 chilometri, da Chivasso a Galliate, per buttarsi nel Ticino allo scopo di irrigare lungo il suo percorso le colture agricole, in particolare quelle delle risaie nel vercellese. In soli tre mesi, tra l’ottobre 1860 e il gennaio 1861, elabora e porta a termine nel cortile di Palazzo Carignano, a Torino, l’Aula Provvisoria del Parlamento italiano. Il progetto si ispira al grande salone da ballo del Guarini (contenente ora l’aula del Parlamento subalpino) con il grande timpano dotato di finestroni. La struttura in ferro, innovativa per l’epoca, culmina con una grande cupola dotata di ampie vetrate, che costituisce un luminosissimo lucernario, mentre il corpo è interamente in legno. I seggi sono di velluto azzurro. Due navi giunte nel porto di Genova forniscono il ferro e il legname (larice dalla Stiria e ferri cilindrici dall’Inghilterra).
Peyron si avvale di parecchi collaboratori e artigiani, lavorando giorno e notte senza tregua e concedendosi solo pochissime ore per l’indispensabile riposo. Piove quasi sempre in quel periodo, racconta Amedeo Peyron (una discendenza fatta di omonimi) che fu sindaco di Torino, in , e sono tutti seriamente preoccupati davanti a quella pioggia insistente, compresi quelli che seguono i lavori, che sono l’avvenimento del giorno nella piccola Torino capitale. Anche Melchior Pulciano, il consuocero che lo assiste nei lavori, lo è, e domanda a Peyron in piemontese, che parlano correntemente tutti, dal sovrano all’ultimo dei sudditi: «Sta pieuva a faralo nen gounfiè i legnam?» «A farà gounfiè anche gli ingegné» è la risposta. Oltre al Pulciano, ad assisterlo nel lavoro ci sono gli ingegneri Alessandro Albert e Paolo Comotto. Per accelerare i tempi, in loco si costruisce solo l’intelaiatura mentre le altre parti, che qui vengono poi composte, sono costruite in diversi laboratori artigianali. La spesa complessiva è di mezzo milione di lire.
L’opera, come risulta dai giornali dell’epoca, è splendida: viene lodata in tutta Europa e riprodotta in numerose litografie. L’Aula Provvisoria funziona sino allo spostamento della capitale a Firenze, nel 1865, poi viene demolita e il materiale, soprattutto i disegni particolareggiati, sono utilizzati a Roma per la costruzione dell’aula di Montecitorio. Questa riproduce nei più minuti dettagli, per forma, dimensioni e modalità, l’Aula Provvisoria di Torino, e una lapide nell’androne della parte nuova del palazzo la ricorda.
Il mio bisnonno rifiuta gentilmente le nomine a ministro dei Lavori pubblici e poi di senatore del Regno d’Italia ricevute da Cavour, dal momento che comportano l’iscrizione alla massoneria. È consigliere comunale di Torino dal 1860 al 1900 e assessore ai Lavori pubblici per moltissimi anni.
Nostra madre è sempre presente e vigile nel seguirci nella crescita: dall’infanzia alla maggiore età e oltre, oserei dire. Lo ritiene un suo dovere preciso di genitrice coscienziosa e timorata di Dio. Scuola, amicizie, giochi e letture, nulla sfugge al suo controllo. Nemmeno le pratiche religiose: ho una foto di me bambina a Champoluc, all’uscita dalla messa, abito della festa e l’espressione determinata di chi sa cosa vuole. Ama il teatro e il cinema e mi porta spesso con sé perché sono la maggiore. Avrebbe voluto viaggiare ma non ha potuto farlo, quindi è felice che lo si possa fare noi figlie, organizzando destinazioni e soggiorni nei minimi particolari. È un’ottima alpinista e con nostro padre affronta scalate in alta quota su versanti ancora inviolati.
Mio padre Carlo è un chimico. Ama e circonda di attenzioni noi tre figlie. Si tiene al corrente sui nostri studi. Ci scrive lunghe lettere quando siamo lontane da casa. La montagna è la sua grande passione: è lui ad avviarci allo sci e alle escursioni estive che hanno come meta preferita il Monviso e le altre cime della stessa catena. È un ottimo ballerino. Si occupa attivamente della gestione del giardino di Cavour. Ogni anno, a fine inverno, si reca in un vivaio di Pinerolo ad acquistare le piante per il frutteto, l’orto e i fiori per le varie aiuole. Spesso mi porta con sé e io lo seguo con gran piacere. Per la nostra famiglia, nonni e zii compresi, le vacanze estive nella villa di Cavour sono il momento più atteso. Di proprietà di tutti i discendenti dell’egittologo, abitazioni separate, giardino in comune, è lì che ci ritroviamo ogni anno il mese d’agosto. I sette figli di Amedeo Peyron, sindaco di Torino, sono per noi tre sorelle i compagni di gioco preferiti. La mattina appena sveglie ci precipitiamo in giardino dove quattro Ninicchi, così li chiamiamo noi, ci attendono per un’intera giornata di giochi. Partite a guardie e...




