Plunkett | Nella lobby dell'hotel dei sogni | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, Band 264, 340 Seiten

Reihe: Sotterranei

Plunkett Nella lobby dell'hotel dei sogni


1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-3389-647-2
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, Band 264, 340 Seiten

Reihe: Sotterranei

ISBN: 978-88-3389-647-2
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Nell'hotel dei sogni Portia è libera: il suo talento le permette di comporre melodie sublimi e Alby Porter, il suo musicista preferito, comunica con lei dall'aldilà attraverso note di canzoni e stralci di lettere. Le basta chiudere gli occhi per ritrovarsi racchiusa in un enorme cuore umano e percorrerne gli atrii e le arterie, al riparo da qualunque imprevisto o spiacevolezza. Suona in una band, i Poor Alice, che ha un discreto seguito e il cui batterista la adora. I due amanti si danno appuntamento in collina ad aspettare albe e tramonti che non finiscono mai. Appena fuori dalla lobby, però, Portia è un'ex paziente psichiatrica con due degenze alle spalle e una sindrome bipolare cronica da tenere sotto controllo. Suo marito, un procuratore, ne indaga i comportamenti come dovesse giustificare un capo d'accusa: sospetta che Portia abbia smesso di prendere gli psicofarmaci che ne troncavano la creatività artistica ma le consentivano di rimanere nella realtà; una realtà magari per lei deludente, ma in cui gli amici, il marito, il figlioletto Julian, le vogliono bene e hanno bisogno di lei. Tra rimandi al passato e bagliori onirici prende forma un romanzo ricco di nicchie oscure, in cui una donna e il suo desiderio di libertà si scontrano con le responsabilità familiari e con la preoccupazione di un padre per un bambino che vede negletto e ignorato, se non addirittura in pericolo, per via dei comportamenti della madre smarrita in un coloratissimo sogno il cui contrappasso potrebbe essere crudele.

ha pubblicato racconti su New England Review, Southern Review, Literary Hub e altre riviste. Le sue storie le sono valse un O. Henry Award e un Andrew Lytle Prize. Oltre a Nella lobby dell'hotel dei sogni, suo primo romanzo, ha scritto la raccolta Prepare Her, ancora inedita in Italia. Vive in Vermont coi suoi due figli, e suona la chitarra elettrica in una band.
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Tre uomini


Portia era arrabbiata con lo psichiatra per averla definita «puzzolente». Era la sola cosa a cui riusciva a pensare, perfino quando la distesero sulla barella e le strinsero la cinghia intorno ai fianchi, per non farla barcollare a ogni svolta. Il retro dell’ambulanza rimase al buio; i volti sopra di lei, i paramedici che dovevano accompagnarla, erano quasi del tutto in ombra, sebbene investiti di tanto in tanto dalle luci dei lampioni e dai lampeggianti rossi.

«Notte noiosa», disse uno di loro.

Lo psichiatra di Portia, il dottor Shay, aveva voluto con ogni probabilità far luce sulla situazione. Doveva aver pensato che, dopo tanti anni, tra lui e Portia ci fosse un rapporto tanto intimo da consentirgli di prenderla in giro. Spesso ridevano insieme durante i loro appuntamenti. A volte il dottor Shay le dichiarava di trovarla «affascinante» e che gli sarebbe piaciuto incontrarla al di fuori delle sedute per poterle chiedere la sua opinione. Si riferiva a Kurt Cobain e Virginia Woolf. Le prestava dei libri, che lei riusciva sempre a perdere o rovinare per mancanza di cura – una copia di The Magus cadde sotto il sedile del passeggero e la copertina finì calpestata dagli stivali invernali. Portia poteva sedersi sotto al suo portico, aveva detto. Lui avrebbe preparato una limonata in una grande brocca di vetro, aggiungendo del basilico raccolto dal suo orto. Aveva un levriero di nome Baby, salvato dalle corse. E aveva appena rifatto il rivestimento esterno della sua casa con tegole di cedro, che a Portia sembravano eleganti e azzeccate, sebbene il dottor Shay non le avesse mai spiegato il perché della scelta. La ricchezza della sua vita era tutta sottintesa, la buona norma della stravaganza, l’agiatezza. Sono più simile a te di quanto tu possa immaginare, sembrava volerle dire.

Portia era rimasta rannicchiata sul divano dei genitori per circa due settimane, troppo stanca e depressa per fare qualsiasi altra cosa, fino a quando non la trascinarono dal dottor Shay.

«Non si è nemmeno fatta una doccia», aggiunse il padre di Portia, dopo aver passato in rassegna l’elenco delle sue preoccupazioni. A quel punto il dottor Shay si piegò in avanti, le narici dilatate, il volto grigio, bellissimo, imponente e autoritario.

«Accidenti», disse. «Sei puzzolente». E Portia, tradita, era scivolata nel silenzio.

Le fu proposta una doccia quando arrivò all’ospedale. Le lasciarono chiudere a chiave la porta del bagno e questo la offese ancora di più, come se non fosse pericolosa abbastanza da richiedere una forma di supervisione. Nessuno la stava prendendo sul serio. Aveva vent’anni. Si era ritirata dall’università. Era grande abbastanza da prendere decisioni terribili.

Alcuni minuti sotto la doccia e ci fu un debole colpo alla porta. «Sono ancora qui», rispose Portia. «Ancora viva». E attese che bussassero di nuovo, mentre il filo d’acqua calda scorreva lungo il suo corpo, dentro un box doccia terribilmente grande – grande abbastanza per un cavallo, pensò. Grande abbastanza per far entrare un’intera squadra dotata di scope per strofinare la sua carne viva. Allora non sarebbe più stata puzzolente.

Le fu mostrata la sua stanza, dove c’era un letto con un rigonfiamento al centro, il materasso di gomma rotto che rivelava uno strato di materiale isolante grigiastro. Ovunque si girasse durante la notte, le molle cigolavano e sembravano mettere a conoscenza tutto il mondo delle sue abitudini durante il sonno.

Portia aveva vissuto con i genitori, dormendo sul loro divano fino a quando non era partita per l’università. I suoi erano resistenti alla tecnologia e possedevano un telefono a disco nero con un cavo avvolto sul tavolo nell’angolo del soggiorno, e uno al piano superiore, accanto al loro letto. Un fonografo, simile a un armadietto alto, era posizionato nella sala da pranzo. Le due ante nella metà più bassa erano dotate di pomelli finemente proporzionati con cui aprirle verso l’esterno e lasciare uscire il suono.

Un uomo la chiamava quasi tutte le notti. Quando non lo faceva, Portia si addormentava con la mano sul ricevitore, pronta a soffocare lo squillo non appena avesse suonato, per non svegliare i genitori. Una notte, però, il padre sentì e dalla linea al piano di sopra si mise in ascolto, abbastanza a lungo per capire. Ascoltò le parole di lei, come sussurrava a quell’uomo con una voce che probabilmente neanche riconobbe – una voce che non avrebbe mai voluto sentire dalla bocca di sua figlia. Non aveva importanza se quei gesti, sebbene esasperati dalla voce, non erano mai stati eseguiti.

«Puoi aprirmi a metà», disse Portia.

L’uomo del telefono apprezzò.

Non il padre di Portia. «Va bene», la sua voce irruppe lungo la linea come se fosse alle sue spalle. «Basta così». Portia aveva riagganciato con tanta violenza il pesante ricevitore da far echeggiare i campanellini del telefono per tutta la stanza.

Sdraiata sul suo letto, Portia pensò all’uomo del telefono, non un fidanzato, a malapena un amante. Faceva fatica a ricordare come fosse iniziata tra di loro. Era venuto spesso al bar del ristorante dove lei lavorava. Da allora, si erano sempre incrociati ai margini delle loro rispettive vite, per anni, due visi familiari e una reciproca attrazione non detta, maliziosa. Lui stava ancora cercando di dimenticare una ex fidanzata, che qualche volta includevano nelle loro fantasie, che ogni tanto immaginavano di maltrattare, segregandola in bagno, versandole addosso acqua gelata e rasandole le sopracciglia. Quello che suo padre non riusciva a capire era che non c’era nulla di reale. Erano solo parole. Quello che non aveva capito era che Portia conosceva la differenza – perfino l’uomo del telefono la conosceva. L’uomo del telefono, che si chiamava Tracy Eugene Browning, era stato in carcere. Portia lo aveva sempre e solo conosciuto come Skip. Secondo i verbali della polizia, Skip aveva scaraventato un frullatore contro la sua ex ragazza durante una lite da ubriaco e, nonostante l’avesse mancata, lei aveva chiamato la polizia. Non sarebbe finito in carcere se non avesse cercato di colpire uno degli agenti e non lo avesse chiamato porco. Sembrava tipico di Skip considerarsi superiore pronunciando la parola maiale.

A Portia non mancava Skip, ma la sua voce, l’autorità e la tristezza che essa possedeva.

«Esci fuori», le diceva al telefono, come se le stesse chiedendo di succhiar via il veleno da una ferita.

Poi ci fu trambusto nel salone: voci troncate e senza senso che borbottavano, lo sfregare delle scarpe. Portia infilò una felpa e si incamminò verso quei rumori, che non erano così vicini come sembrava ma provenivano dall’area comune, vicino all’ingresso laterale. Lì tre uomini con i camici da infermieri stringevano un quarto uomo che cercava di opporre resistenza. C’era qualcosa di lento e religioso in quella resistenza, i piedi si libravano dal pavimento e gli occhi ruotavano verso l’alto, come fosse in uno stato di sublimazione. I tre uomini erano troppo indaffarati per chiedere a Portia di andarsene. Avrebbe dovuto allontanarsi, ma lei era così affascinata dalla loro vista, dai segni che circondavano la loro lotta: sedie di metallo ribaltate, il pavimento sporco come se qualcuno avesse rovesciato un piatto di minestra. L’uomo che si dimenava sembrò riprendersi dal suo stato di trance, i suoi occhi tornarono al loro posto e fissarono Portia. Erano blu e perspicaci. L’uomo sudava dalla fronte, sotto le ascelle e aveva la camicia chiazzata. Portia si rese conto che quell’odore dolce, appena pungente che si sentiva nell’aria era l’odore del sudore dell’uomo. Il sudore della paura e dell’adrenalina. Le stava parlando, ma gli infermieri si sovrapposero.

«Per favore», disse uno di loro a Portia. «Torna nella tua camera».

«Cosa?», chiese Portia all’uomo sudato. «Cosa mi hai detto?»

«Per favore», disse di nuovo un infermiere. I suoi bicipiti si gonfiarono. I tendini del collo si contrassero. Portia ebbe l’impressione che gli infermieri non stessero più trattenendo l’uomo per non farlo divincolare, ma che lo stessero bloccando per impedirgli di raggiungerla. Osservò i muscoli delle loro braccia che si tendevano come se l’uomo stesse mettendo alla prova la loro presa.

«Ti conosco», disse l’uomo.

***

A Portia e al suo ragazzo, Nathan, piaceva raccontare la verità quando gli chiedevano come si fossero incontrati.

«Allora, lei era appena uscita dall’ospedale psichiatrico», esordiva lui, impassibile, fino a quando qualcuno non scoppiava a ridere, aspettandosi che fosse uno scherzo.

«No, davvero», interveniva Portia. «Indossavo ancora il braccialetto di plastica quando abbiamo bevuto il nostro primo caffè insieme». Di solito c’era un momento di imbarazzo, di ricalibrazione, mentre il tono veniva ristabilito alla luce dei nuovi elementi. Non era tanto il fatto che la malattia mentale fosse considerata tabù tra i conoscenti, ma che spesso le persone diventavano involontariamente prudenti nei suoi confronti. Sembravano ammorbidirsi quando le parlavano, sembravano evitare un certo impegno nella conversazione. Portia ci impiegò anni prima di accorgersene. Il suo divertimento e quello di Nathan probabilmente non valevano l’esigua ebbrezza della deviazione sociale. Avrebbero sempre messo a disagio le persone. Sarebbero sempre stati solo un po’ troppo tristi.

Che Portia fosse stata ricoverata in un ospedale psichiatrico non disturbava...



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