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Pârvulescu | Dove i cani abbaiano in tre lingue | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 304 Seiten

Reihe: Amazzoni

Pârvulescu Dove i cani abbaiano in tre lingue


1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-6243-589-5
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 304 Seiten

Reihe: Amazzoni

ISBN: 978-88-6243-589-5
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Bra?ov, Transilvania, anni '60. La grande casa di via Majakovskij, con il suo cancello a forma di bocca e le finestre come due occhi, gloriosamente sopravvissuta a terremoti, guerre mondiali e bombardamenti, per la piccola Ana rappresenta un universo da esplorare, una miniera di storie e segreti di cui va alla scoperta con il fratello Matei e due cuginetti. Un romanzo sull'innocenza dell'infanzia e sulle sue trasformazioni che parla di passato e di famiglia, di oggetti, ricordi e testimonianze dove l'ingenuità comica e il candore della Ana bambina superano e sconfiggono la sottile malinconia della donna ormai adulta.

Scrittrice e saggista, è docente alla facoltà di Lettere di Bucarest. Già redattrice della rivista 'România literar?' e responsabile editoriale per Humanitas, è autrice di saggi sulla vita quotidiana romena del XIX e XX secolo e di romanzi tradotti in più di 10 lingue. La vita comincia venerdì ha vinto nel 2013 il Premio dell'Unione Europea per la letteratura.
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CASA
Qualcuno mi ha detto che questa è proprio
la definizione del Paradiso.


A quel tempo per me le case avevano una faccia. Una faccia umana, intendo. E così le disegnavo: sempre con due finestre, che erano gli occhi, e in mezzo, in basso, una porta ad arco, che era la bocca, imbronciata. Negli occhi talvolta ci mettevo anche vasi di fiori rossi. I fiori non avevano mai un altro colore: il mio mondo era semplice e si ripeteva senza annoiarmi. Qualcuno mi ha detto in seguito che questa è proprio la definizione del Paradiso.

Ovviamente, quando camminavo per le vecchie strade della città in cui sono nata, le case mi si mostravano con molte forme, ma avevano sempre un volto umano. Me ne ricordo una grande, con otto occhi, di cui uno rotto e bendato, ma, poiché gliene rimanevano sempre sette sani, non la ritenevo orba, a differenza di un’altra, un autentico pirata, con un solo occhio, perché l’altro era del tutto coperto dall’edera. Quanto all’Hotel Aro, che ci dava le spalle, era coperto di occhi da cima a fondo. Le case della mia infanzia non avevano il naso, e questo dava loro un’aria estremamente garbata.

Casa nostra era nata nella mia stessa città. Abitavamo insieme su via Vladimir Majakovskij, un nome che nessuno sapeva scrivere in modo corretto. Alcuni lo scrivevano con due c, altri con c e k, molti alla fine mettevano una y. Solo per i più anziani il nome Majakovskij era facile da scrivere: San Giovanni. E infatti, anche se non l’avresti mai creduto possibile, la nostra casa con cantina e mansarda aveva cambiato due volte indirizzo nella sua vita: una nel 1950, quando si era trasformato da San Giovanni in Majakovskij, e la seconda nel 1990, quando da Majakovskij tornò a essere San Giovanni. In quanto a occhi non stava messo granché, ne aveva uno in più o in meno, dipende dal punto di vista: due al pianterreno, piuttosto piccoli, e tre al primo piano. Se guardavi bene, anche il tetto con le tegole aveva due occhietti sporgenti, dei quali solo uno si illuminava la sera, misteriosamente. La sua bocca era sottile e dritta, adatta a inghiottire, se necessario, una macchina. Tuttavia questo succedeva di rado, quando venivano ospiti da un’altra città. Di solito si rimpinzava solo di esseri umani, quattro famiglie e noi, i quattro bambini di casa. Eravamo due femmine e due maschi, fratelli e cugini, in ordine di venuta al mondo: Dina, Doru, Matei e Ana. Ana sono io, come sai. Dina aveva una faccia ovale, la pelle bianca, incorniciata da capelli castani e occhi azzurri, a mandorla, con ciglia lunghe. Era bella e sembrava che volasse sopra alle cose. Doru aveva gli stessi colori di sua sorella, solo che aveva i capelli corti e parlava meno di lei, con una leggera balbuzie (alla quale non facevo neanche caso) quando aveva da dire qualcosa di importante. Ma lui stesso la metteva in evidenza, perché eravamo molto felici quando potevamo mostrare un tratto caratteristico inusuale. Mio fratello, Matei, aveva occhi verdi, uno sguardo tagliente ereditato dal nonno e più idee di tutti noi messi insieme. Se ne usciva sempre con una novità, era come l’argento vivo. Dina aveva sette anni più di me, Doru cinque, Matei due. E io, io avevo a quei tempi la faccia come la luna piena, occhi rotondi, neri, e li seguivo senza capire niente. La mattina la casa ci lasciava uscire attraverso la stessa bocca, nell’ordine di partenza per la scuola e l’asilo, che casualmente corrispondeva a quello di venuta al mondo. Io ero l’ultima arrivata e l’ultima ad andare.

Dentro, nella sua pancia, accadevano cose strane. La più difficile da capire era che non vivevamo tutti, anziani, adulti e bambini, nella stessa casa, ovvero lei prendeva la forma della generazione che accoglieva. Per gli anziani che l’avevano comprata moltissimo tempo prima, la casa era una terra conosciuta solo da loro, piena di forme di vita scomparse: letti con testiere ondulate come alghe e comodini coi bordi uguali, un alto specchio veneziano con riflessi cristallini che aveva fatto le due guerre mondiali ed era rimasto integro, posate d’argento con le iniziali incise sul manico, un vaso d’avorio con le naiadi, dipinti che mi sembravano molto cupi, con nevi bianche, alberi spogli e uccelli neri, abiti pieni di bottoni, lacci e pieghe come minuscoli ventagli, tovaglie e tovaglioli con monogramma e smerli, nastri che si trasformavano in papillon, un bastone, un plastron. E una moltitudine di cappelli che provavamo e ci scendevano fino a metà della faccia. Se ficcavi il naso nell’armadio, odorava di profumo e appretto. Le parole degli anziani sembravano avere anche loro smerli, pieghe, profumo e monogrammi. Una volta li avevo sentiti parlare a voce bassissima di galletti, e avevo drizzato le orecchie: credevo che si trattasse di alcuni piccoli galli, e mi sarebbe tanto piaciuto vederli e sentirli cantare, ma non ho fatto domande.

Per gli adulti, che erano i figli degli anziani, la casa era motivo di preoccupazione, proprio come lo eravamo noi, i figli degli adulti, e raramente erano soddisfatti di lei o di noi. Anche gli adulti erano stati bambini nella stessa casa. Adesso volevano cambiarla, sistemarla, rattopparla: e il tetto da cui pioveva, e la vernice scrostata delle scale, qualche porta che non si chiudeva più, gonfia di umidità, alcune tegole vecchie, la grondaia intasata, i topi in mansarda, in breve non la lasciavano un attimo in pace, e lei rispondeva allo stesso modo, senza dare pace a loro. Dicevano che era vecchia, che non era stata pensata bene fin dall’inizio e che non c’era abbastanza spazio. Per non parlare poi del fatto che ne vendevano sempre qualche pezzo – ti faceva male al cuore. Dicevano che non c’era altro da fare. Dicevano che non bisognava affezionarsi alle cose. Dicevano che avevano bisogno di soldi. Dicevano: “L’importante è la salute!”

Invece per noi, i bambini, la casa era sempre giovane e attraente, un luogo da esplorare, senza difetti, senza limiti e senza morte. A quel tempo non sapevo neanche che morissero le persone, figurarsi le case o le città, le civiltà o le stelle. Ma la vita si preparava a mostrarmi che non è così. Mi ci è voluta una vita a impararlo: nulla è come credi. Comunque, ogni volta che qualcuno usciva da un’età per entrare in un’altra, cambiava pure la casa. Quella invisibile, intendo.

Si avvicinavano le vacanze estive. Nelle nostre famiglie c’era da tempo un’atmosfera tesa, i litigi scoppiavano per piccolezze e qualche volta avevamo sorpreso la nostra prozia, Magda, una donna più forte degli uomini, anche se la mano le tremava rapida rapida come se tagliasse di continuo le melanzane, con gli occhi rossi. Tutti la chiamavamo Tanti e ti prego di tenere a mente questo dettaglio, perché d’ora in avanti la chiamerò solo così. Invece suo marito, con i baffi ancora neri e i capelli come una spazzola bianca, Nenea Ionel, che aveva due voci, una allegra e una arrabbiata, ne aveva mostrata negli ultimi tempi anche una terza, amareggiata:

– Porca miseria! Come facciamo con questa umidità? – e ha indicato la scala, dove una macchia umida aveva cominciato a salire i gradini, come un’ombra, lungo la parete.

Per quanto erano imponenti, lui e la sua voce, ti saresti aspettato che non fosse così ansioso, ma fra tutti quelli della casa era il più insicuro. Comunque, a volte sbatteva il grande pugno sul tavolo, in una maniera che incuteva paura. Allora Tanti serrava le sue belle labbra, lo guardava in un modo particolare e usciva dalla stanza. Loro due abitavano al pianterreno e siccome non avevano figli crescevano mia cugina. Così, Dina aveva due madri e due padri, il che provocava vari problemi.

A Ionel ha risposto lo sguardo di sua moglie, poi lei ha riso nervosa con le sue labbra da attrice – la bocca somigliava a quella di Jane Fonda – e ha detto alcune parole incomprensibili e senza il monogramma:

– Che siano maledetti!

Mi sono spaventata. Non sapevo cosa fosse l’umidità, ma ciò che avevo davanti agli occhi somigliava al sudore o al pianto delle pareti. Perché sudava la nostra povera casa? Aveva caldo? Aveva paura?

Il nostro gruppo si è subito riunito per dibattere il problema, intorno all’abete del cortile di fronte, appiccicato alla chiesa di San Giovanni. Strano che non avesse cambiato anche lei nome in chiesa Vladimir Majakovskij. Non le era venuto in mente, forse. Il cortile con l’abete era attraente come una magia, iniziava sulla nostra via e finiva dalla parte opposta, in un’altra strada. Potevi far perdere le tue tracce, fuggire da nemici che volevano farti prigioniero, legarti mani e piedi e torturarti per scoprire i tuoi segreti. Noi siamo sempre stati attenti a evitare questa eventualità. Così si faceva nei libri, così scommettevamo che sarebbe stato bene fare anche noi, e infatti così facevamo! Per l’intera infanzia tutto ciò che abbiamo imparato è stato sopravvivere. E tutti i genitori, i nonni, gli zii e i prozii ci mostravano come. Quanto all’abete, ci apparteneva come ogni gioco, dal momento che ci giocavamo intorno ad acchiapparello o ci stavamo incollati con gli occhi chiusi, a turno, con le mani sulla corteccia piena di scaglie e resina, mentre gli altri partecipanti si nascondevano da qualche parte, nelle vicinanze. Non resistevo alla tentazione di staccare con il dito indice qualche goccia di resina simile a una lacrima zuccherata, dolce come soltanto il miele nella dispensa del pianterreno di casa nostra. Però, se ti sporcavi le mani, questa crema dell’abete, a differenza del miele, non te la levavi neanche lavandoti le mani con il sapone, ti lasciava a lungo una traccia marroncina come ricordo. Quando ci avvicinavi il naso, la traccia profumava in modo incantevole. Scoprii...



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