Quaglia | Volevamo magia | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 160 Seiten

Reihe: narrativa

Quaglia Volevamo magia


1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5480-164-2
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 160 Seiten

Reihe: narrativa

ISBN: 979-12-5480-164-2
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Gliel'aveva presentata il suo amico Bottiglieri, e lui se n'era invaghito subito. Ludovica era appassionata di Carrère, Houellebecq e Tarantino. Avevano anche avuto una breve storia - insomma, quasi una storia -, poi però, prima dello strano incidente in cui aveva perso la vita un altro studente, lei era partita per Parigi, lasciando dietro di sé solo voci, congetture o forse calunnie, sospetti. E pian piano gli anni dell'università erano sfumati via. Il narratore, trentenne impiegato in una compagnia di assicurazioni di Trieste, ha oggi una vita all'apparenza equilibrata e gratificante. Eppure Ludovica è ancora lì: un pensiero fisso che non sa scacciare, un'ossessione da cui non riesce a liberarsi. Con l'aiuto del complottista Bottiglieri si mette così sulle sue tracce, e si convince che quella giovane donna custodisca un segreto. Quale legame la unisce alla sfuggente Carla Rossini, regista capofila del 'neo-horror del Nord-Est', decisa a seguire fino in fondo la propria radicale vocazione artistica? Quale ruolo ha l'ormai irraggiungibile Ludovica in una serie di casi rimasti insoluti? Ma soprattutto, quanto c'è di davvero magico in questo incantesimo che ci viene raccontato? Dove tracciare il confine fra realtà e finzione, bene e male, indagine e delirio del narratore? Volevamo magia è un romanzo avvincente e ipnotico sui sogni che si scoprono incubi.

Matteo Quaglia è nato in un piccolo paese di montagna, vive a Trieste, città in cui ha studiato e lavora. Nel corso degli anni ha pubblicato racconti su diverse riviste letterarie, tra cui Nazione Indiana, l'inquieto, Malgrado le Mosche e inutile. Volevamo magia è il suo primo romanzo.
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1


Molte persone vivono una sola vita ed è pure troppo, altre ne vivono due o più, e non sono sufficienti. Per quel che ne so, il problema non consiste nel vivere diverse vite contemporaneamente (uomini con più famiglie, donne con più amanti, maschere su maschere, i casi sono infiniti); i guai cominciano quando si è costretti a un’esistenza spaccata, una doppia vita che è una mezza vita infestata dagli spettri.

Questa, in ogni caso, non è una confessione.

Tutto cominciò negli anni turbolenti della mia giovinezza, che io definivo , quando incontrai una ragazza nata e cresciuta in un buio paese di montagna, Alpi Dolomitiche, Falcade, qualcosa del genere; insomma, una delle figlie annoiate di quei paesaggi rocciosi in cui le ombre diventano fantasmi di ghiaccio e d’estate le mucche brucano l’erba fino a renderla gialla e morta. All’epoca mi aggiravo per le navate della facoltà di Giurisprudenza con l’aria di chi aveva la capacità di comprendere le grandi verità dell’esistenza e al contempo di sottovalutarne le grandi ovvietà, ignorando chi di me diceva già che ero un fallito. Portavo sempre un libro sottobraccio, rigorosamente di narrativa, e non ero popolare come avrei voluto, ovvero ero popolare solo nella ristretta cerchia di personaggi anonimi che trascorrevano le giornate ammazzandosi di tabacco rollato e discussioni sull’incidenza di un certo cinema d’autore sulla cosiddetta società civile. Quanto alle ragazze, per citare Rocco Siffredi, io di figa non ci ho mai capito niente. O, se non niente, quasi niente. Pazienza, me ne ero fatto una ragione. Del resto, per citarne un altro, nella solitudine il solitario divora se stesso, nella moltitudine lo divorano i molti. E dunque avevo organizzato le mie priorità su una scala di valori che avrei potuto governare. O, quanto meno, tenere sotto controllo.

Scrivevo per il giornale d’ateneo, una cosa molto americana che la facoltà di Lettere aveva promosso per istituzionalizzare la deriva radical-chic a cui si era votata la cultura universitaria fin dall’inizio degli anni Zero, o forse anche prima, non saprei. Insomma, io e altri attivisti, diciamo così, scrivevamo articoli a tema su questo giornaletto che nessuno leggeva, nemmeno noi, ma su cui tutti tenevano a pubblicare. Come altri collaboratori della rivista, ero un infiltrato. Non ero iscritto a Lettere, i miei avevano insistito perché scegliessi Giurisprudenza, dava più sicurezza, relativamente ma certo più di Lettere, e la sicurezza era tutto: le banche ci stavano fallendo addosso, una dopo l’altra, il sogno era finito, l’apocalisse prossima. Inutile spiegare ai miei che proprio perché i tempi erano orribili sarebbe stato bene affidarsi alle velleità, al superfluo: morire di fame sì, ma per lo meno restare umani. Non c’era stato verso. Così ci ero entrato di straforo, a Lettere moderne, prima frequentando le lezioni, poi proponendomi come collaboratore della rivista. Si chiamava e doveva il suo nome al noto episodio in cui il giovane Dostoevskij veniva messo al muro con altri ribelli per essere appunto fucilato, salvo poi ricevere la grazia dello zar nell’ultimo secondo utile a salvare la pelle e una buona fetta della letteratura moderna.

Nelle riunioni di redazione – che poi, redazione: stiamo pur sempre parlando di un’aula in disuso, in cui, come massima gloria, si diceva che un tempo avesse insegnato un parente lontano di Ettore Schmitz – c’erano gli affiliati ai sudamericani, con le loro pose da poeti maledetti, e pure i pasoliniani con gli occhiali squadrati. E poi c’erano i pariolini di diciott’anni, per così dire, fascistelli viziati che temevamo e coccolavamo allo stesso tempo. Eravamo a Trieste e non a Roma, certo, ma si vedeva che quegli stronzi avrebbero fatto strada nella vita. La bagarre per scegliere i pezzi da far uscire sul giornaletto era terribile.

Della selezione dei testi era responsabile un comitato scientifico composto dai collaboratori più anziani, che a loro volta puntavano a pubblicare anche i loro articoli e racconti, in un continuo inestricabile conflitto di interessi. Era importante che le proprie parole finissero su quel giornale perché incarnandosi, o meglio, incartandosi, pensieri e allucinazioni sarebbero usciti dall’alcova mentale di chi li aveva partoriti, e nelle loro intenzioni avrebbero fecondato altri intelletti, suscitato clamore, antipatie, polemiche, forse perfino nette condanne. Più probabilmente, avrebbero ottenuto indifferenza.

Ricordo che in un paio di occasioni si venne perfino alle mani. C’era sempre chi, soprattutto tra gli infiltrati, sosteneva che la narrativa rappresentasse un atto di fede, e come tale non potesse piegarsi al volere di un comitato scientifico. La discussione andava avanti per ore, la letteratura si scioglieva nella politica e nei film sulla politica; spesso si organizzavano cineforum in cui Biagio, un fuoricorso di Architettura originario di Palermo, proiettava pellicole come e altri film di Nanni Moretti, o di Paul Thomas Anderson. Una volta proiettò perfino una serie di corti d’avanguardia del cinema polacco, non ricordo neppure il nome di un regista, ma molti, tra i miei colleghi, andarono in brodo di giuggiole.

Io me ne stavo per lo più in disparte, ogni tanto approfittavo del buio della redazione per dormire, visto che il mio compagno di stanza dell’epoca, un calabrese con le adenoidi, oltre a russare era sonnambulo, e spesso nel mezzo della notte andava a sbattere contro l’armadio o contro il mio letto. Angelo, questo il suo nome, pesava centocinque chili e il rumore del tonfo riusciva sempre a strapparmi dagli incubi sudaticci che facevo in quelle notti inquiete. Avevo provato a spiegargli che magari avrebbe potuto prendere un bel tranquillante, fumarsi un po’ d’erba, o quanto meno ubriacarsi, ma le mie argomentazioni non l’avevano convinto. Angelo, oltre che tormentato, era pure salutista, ripudiava l’alcol e la droga, e continuava a insistere affinché mi iscrivessi a un corso di canottaggio assieme a lui.

Ad ogni modo, ammetto fin d’ora che la storia della rivista rappresentava per lo più un espediente. Così come esistevano il club della vela, le squadre di calcetto, e perfino una società segreta (ma molto visibile: i membri si aggiravano per la città in abiti medioevali recitando strani mantra gotici, ignorarli era impossibile), noi nerd della letteratura fingevamo di vivere dentro uno di quei romanzi tanto cari ai sudamericanisti. La realtà non ci era sufficiente, eravamo alla costante ricerca dell’incanto. Volevamo incrinare lo specchio. Volevamo magia.

Incontrai Ludovica, questo il nome della ragazza di montagna, in tale discutibile contesto. Un giorno di aprile in cui si schiattava di freddo, Bottiglieri, un collaboratore saltuario della rivista che nonostante gli occhiali squadrati non faceva parte di alcuno schieramento poetico, mi venne incontro mentre cercavo di trovare un posto nell’aula studio di Giurisprudenza, mi prese sottobraccio e mi trascinò per la navata principale, in silenzio. Bottiglieri era noto per essere un gran cospiratore e giocatore d’azzardo, oltre che un assiduo lettore di Camus. Anche lui era iscritto a Giurisprudenza, ma era come se tentasse di sfuggire a un lancio di coltelli. Suo padre era titolare di un’infortunistica stradale, da qualche parte a sud di Caserta, e lui un giorno avrebbe dovuto prendere le redini della società, espanderla, trasformarla in una potenza nazionale; nei progetti del padre, Bottiglieri sarebbe perfino divenuto avvocato, ammantando di rispettabilità l’impresa di famiglia. Ebbene, Bottiglieri disse che mi doveva parlare, ma non lì, fuori, quell’aula studio era nota per essere frequentata da pessimi soggetti, capaci di gambizzarti se interferivi troppo con la memorizzazione del Cendon.

Mi trascinò in cortile e prese a rovistarsi dentro le tasche con aria affranta: aveva una spiccata propensione al melodramma. Poi smise di frugare e mi chiese di passargli una sigaretta, credeva di avere con sé il tabacco e invece doveva esserselo dimenticato sotto il banco dell’aula di diritto penale. I danni che può fare il diritto penale, disse, sono incommensurabili. Risposi che stavo cercando di smettere, e con quello intendevo che avevo smesso di comprare il tabacco. Lui si strinse nelle spalle, poi cambiò espressione e disse che aveva appena litigato con Mauro, il Johnny Depp dei poveri, un fuoricorso di Scienze politiche originario di Pordenone, assiduo frequentatore dei tornei di poker organizzati da Bottiglieri. Depp gli doveva un sacco di soldi, e lui glieli aveva chiesti indietro, perché mica si poteva partecipare alle serate di Hold’em, giocare alla morte con rilanci su rilanci e poi, quando si perdeva anche l’ultima fiche, fingere una colica fulminante. La lealtà nel gioco d’azzardo, come nella letteratura, era tutto. Gli diedi ragione: quando Bottiglieri parlava di narrativa o di poker non c’era modo di fare altrimenti. Dissi che quel Depp era un bastardo, prima o poi gliel’avremmo fatta pagare.

Bottiglieri sembrò soddisfatto. Sia lui che io sapevamo che nessuno era capace di far pagare nulla a Depp, ma l’illusione è sempre meglio. Dopo di che, il mio amico si guardò intorno e disse che la vera ragione per cui mi aveva cercato era che voleva presentarmi una pischella, una studentessa promettente e soprattutto il...



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