Rabhi | La sobrietà felice | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 124 Seiten

Rabhi La sobrietà felice


1. Auflage 2013
ISBN: 978-88-6783-047-3
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 124 Seiten

ISBN: 978-88-6783-047-3
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
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Questo libro arriva nel pieno della crisi finanziaria globale, ed è un testo che nasce come risposta alla dilagante incertezza e alla caduta dei mercati. In queste pagine Pierre Rabhi, personaggio di grande carisma e fascino, sottolinea come lo stile di vita del benessere e dell'opulenza non sia più praticabile e sia quindi arrivato il momento di fare spazio a una 'decrescita sostenibile' e, dunque, a una sobrietà che sappia essere felice. Quelle di Rabhi non sono solo parole, ma una scelta di vita che ha messo in pratica sin dal 1961 nell'Ardèche, una presa di posizione politica, una dichiarazione di resistenza contro la società dei consumi. Con una lucidità poetica e visionaria Rabhi descrive il presente in cui l'uomo sopravvive in un costante stato di alienazione, ossessionato dal tempo e dalla produttività, e in cui il progresso sta distruggendo l'intero pianeta e le sue fonti di sostentamento. Dopo il successo di 'Manifesto per la terra e per l'uomo', Rabhi ritorna con la sua esperienza di 'contadino-poeta' e la sua armonica convivenza con la natura.

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Il declino del mondo contadino


Fin dalla notte dei tempi, i popoli hanno cantato la madre terra e composto versi in suo onore. Accompagnandosi con gli strumenti propri delle loro diverse culture, tessevano l’elogio del Paese in cui vivevano, rendevano omaggio alla sua ospitalità, alla sua bellezza o anche alla sua durezza, la sua austerità.

Durante la mia infanzia sahariana, ho visto spesso persone che si preparavano a un viaggio. Dopo essersi chinate, chiudevano in un sacchetto di pelle una manciata di terra o di sabbia presa dal luogo in cui erano nate o in cui erano nati i loro avi. Quel sacchetto, fissato alla cintura a contatto con il corpo, diventava all’istante un talismano destinato ad accompagnarle nel lungo cammino, facendole sentire legate alla loro patria ovunque si trovassero. Così lo spazio concreto nel quale si svolge la lunga cerimonia della vita trascendeva quello del semplice geografo, caricandosi di umanità. Fintanto che il tempo era di natura cosmica e lo spazio sacro, l’essere umano si trovava profondamente integrato nel reale, nel senso che inscriveva nel mondo una realtà a sua misura e a misura delle necessità imposte dall’esistenza.

A questo proposito mi torna in mente un aneddoto che ho letto in una delle opere dello scrittore greco Nikos Kazantzakis, che descriveva l’esilio dei cretesi in fuga dalla violenza dei turchi. Nello struggente esodo alla ricerca di un rifugio, un vecchio è piegato in due sotto il suo fardello. Alcune anime gentili si offrono di aiutarlo, ma lui rifiuta ostinatamente. Si scoprirà alla fine che il prezioso bagaglio conteneva le ossa dei suoi antenati. Costretto alla fuga senza la certezza del ritorno, ha avuto cura di esumare quelle reliquie per poterne cospargere la terra che avesse accettato di accoglierlo. Quel cospargimento aveva come obiettivo di ristabilire il legame spezzato con gli antenati, e, in ultima istanza, di alleviare il dramma dell’esilio… Appartenere a una terra è un imperativo di vita per tutti i popoli. È ciò che ho cercato di far comprendere – non senza difficoltà – nella regione del Sahel a un cooperante americano, il quale deplorava il fatto che le donne fossero obbligate a fare due chilometri per attingere l’acqua per il villaggio. Non riconoscendo il rapporto con gli antenati, proponeva, non senza logica, di costruire un nuovo villaggio vicino all’acqua…

Il dramma dell’esilio


La modernità ha inventato mille forme di esilio. L’impantanamento nelle trincee durante il massacro del 1914-18 ne è un esempio. Ancora oggi mi ferisce e mi indigna la sorte riservata a chi lavorava la terra. L’apoteosi della crudeltà nei loro confronti è consistita nel far sì che i contadini tedeschi e francesi si massacrassero a vicenda per ragioni ben più perverse della semplice difesa della patria. Fu l’occasione per testare le invenzioni tecnologiche più abiette mai messe al servizio della distruzione e della morte. Non c’è paese della Francia o della Germania che non abbia pagato il suo tributo di sangue a una causa non ben definita, o forse fin troppo definita per essere credibile. Per non parlare dei tanti innocenti giunti dai territori coloniali che hanno contribuito a irrigare con il loro sangue le straziate regioni d’Europa. Alcuni soldati, anche europei, non sopportando lo sradicamento e l’esilio erano afflitti – diciamo – da una nostalgia del loro Paese natale così acuta che ne morivano. Non c’è niente di più struggente delle lettere che i combattenti, dal fronte e dalle trincee, indirizzavano alle famiglie, alle persone amate. In quelle righe ispirate dall’orrore si concentrano gli elementi più essenziali alla comprensione della condizione umana: la sofferenza fisica e psichica, la disperazione, la speranza, la paura della finitezza eccetera. Non ci sono dubbi che la modernità – presunta portatrice di civilizzazione per l’umanità – costretta in trincea dia esempio di barbarie.

Questi orrori sono ormai stati reintegrati nella normalità, e vengono persino acclamati, in occasione delle commemorazioni e delle cerimonie celebranti un ricordo senza memoria: l’umanità resta famelica di rituali arcaici anche in società che sostengono di essersene affrancate grazie alla ragione. Bisogna essere straordinariamente ipocriti per non riconoscere che quel sacrificio ha avuto come unico movente gli interessi di consorterie occulte la cui missione è di votare il genio umano all’omicidio di massa. Non solo questa deriva è ancora attuale, ma ha assunto una tale portata che non la si può più comprendere con il solo punto di vista della ragione. È in qualche modo di natura metafisica, poiché prende forma nelle coscienze e nell’immaginario profondo della specie umana. Non si diceva, con un cinismo senza pari, che non c’è niente come «una bella guerra» per rilanciare l’economia?

Allo stesso modo fu il bisogno di manodopera per l’industria a causare la migrazione massiccia delle popolazioni rurali verso i poli industriali, provocando lo smantellamento delle secolari strutture sociali tradizionali in Europa. È alla forza fisica dei contadini che la rivoluzione industriale deve il suo slancio. Contrariamente alla mobilitazione sui campi di battaglia, in questo caso veniva proposto uno scopo all’apparenza positivo: sfuggire alle condizioni angosciose e aleatorie imposte dalla terra per la sicurezza e l’agiatezza materiale di un salario regolare. A furia di propaganda che esaltava il progresso, la «schiavitù volontaria» finiva per essere percepita come liberazione. Dopo molti sforzi mirati a ridurre il contenzioso quasi permanente fra le due potenze, del capitale e della forza lavoro, la rivoluzione industriale, avvenuta al prezzo del saccheggio del pianeta, è riuscita a convincere tutti della sua pertinenza e dei suoi benefici, occultando nel contempo ciò su cui poggiano i benefici in questione.

Oggi è arrivato il disincanto, la fine delle illusioni per un numero sempre più grande di cittadini delle nazioni cosiddette prospere. Il lungo processo di alienazione sfocia al momento in un doppio esilio: l’essere umano non è più né parte di un vero corpo sociale né radicato su un territorio. La mobilità è diventata una condizione per conservare un impiego. Alla cultura viva si è sostituito l’enciclopedismo, un ammasso di conoscenze e informazioni degne dei quiz televisivi, che costruiscono solo astrazioni e non procurano un’identità culturale originale, legata a un qualcosa di perenne. Tutto è sempre più provvisorio ed effimero al centro di una frenesia che si evolve esponenzialmente trasformando gli uomini in elettroni iperattivi, i quali producono e subiscono uno stress che è all’origine di gravi patologie.

L’alienazione del mondo rurale


Che il mondo rurale non sia sfuggito alle illusioni e ai danni della modernità è un dato di fatto. Fin dal nostro ritorno alla terra nel 1961, questa constatazione ha inflitto alla mia ingenuità un enorme colpo. Pensavo che, voltando le spalle al mondo urbano, mi sarei allontanato dall’ossessione produttivistica. Ahimé, compresi ben presto che tale ossessione era altrettanto virulenta in campagna. L’indottrinamento è stato così forte che i miei giovani compagni, nella «casa famiglia rurale»2 dove, già padre di famiglia, cercavo di acquisire le basi dell’agricoltura, erano in uno stato di esaltazione incontenibile. Quasi tutte le loro conversazioni giravano attorno alle prodezze dell’agrochimica di cui erano venuti a conoscenza, ai miracolosi tonnellaggi di derrate che permettevano di strappare al suolo. Comparavano i risultati di questa o quella sostanza fertilizzante, di questo o quel pesticida applicato a quella specie infestante o a quel fungo patogeno eccetera. Le loro parole assumevano un tono agguerrito. Le ditte che producevano le sostanze chiamate «fitosanitarie» davano l’esempio: la presentazione dei prodotti, dotati di etichette raffiguranti il simbolo del teschio con le ossa incrociate, promuoveva un sentimento bellicoso nei confronti della vita. Ma il dio che dominava e determinava tutto, meritando i più grandi elogi, rimaneva il trattore. Simbolo di potenza, emblema del progresso tecnico accompagnato da tutto il suo immaginario, la macchina che con i suoi cavalli vapore avrebbe abolito i cavalli in carne e ossa, immagini di un’epoca superata, permetteva a quei giovani discendenti di un’antica stirpe di coltivatori a piedi nudi di mettersi al passo con la modernità. Bisogno tanto più imperativo in quanto da tempo il contadino era considerato arretrato, in materia di progresso. E lui stesso aveva interiorizzato l’immagine sminuente del servo con i piedi sporchi di terra.

Dopo quella prima immersione, quasi iniziatica, eccoci dunque sistemati con tutta la famiglia nell’ambiente rurale, circondati dalla frenesia di una produzione agricola sempre più abbondante, incoraggiata dalla politica agricola comune decisa dall’Europa. Un tale impianto era pienamente giustificato nell’immediato dopoguerra, periodo in cui bisognava compensare gli enormi deficit alimentari e allo stesso...



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