E-Book, Italienisch, 370 Seiten
Raimo La vita che verrà
1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-3389-303-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 370 Seiten
ISBN: 978-88-3389-303-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Un giovane aspirante scrittore che è e non è Christian Raimo si trova a New York insieme al gotha della giovane narrativa italiana e americana, e scopre la propria vocazione nel modo più grottesco e imprevedibile. Due amici, di cui un ex tossicomane, si ritrovano dopo anni con i segni dell'invecchiamento ben visibili ma le ossessioni intatte. Italo Calvino si stabilisce nell'appartamento di un precario degli anni Settanta, con un pezzo di hashish in mano e la testa piena di pensieri ostili verso il boss dell'editoria nazionale, Pier Paolo Pasolini. Una coppia in crisi viene sconvolta, e forse salvata, dall'arrivo di uno sconosciuto, la notte di Natale. Un tema sulla violenza scatena l'intolleranza verso una ragazza nata con la spina bifida, finché gli eventi non precipitano prendendo la piega più imprevedibile. Un giovane universitario trascorre il tempo aspettando la telefonata dell'uomo che, anni prima, ha ucciso il suo fratello gemello. Sono solo alcuni dei racconti contenuti in La vita che verrà, un'antologia selezionata personalmente dall'autore, nella quale Christian Raimo ha raccolto il meglio della sua produzione breve, partendo da Latte, la prima raccolta uscita nel 2001, per arrivare a «Bifida» del 2018. Storie di tradimenti, passioni, errori che possono costare caro; storie di persone fragili, instabili, sempre sul punto di cadere. Ma anche pronte a riconoscersi l'una con l'altra come amanti, fratelli, simili, alle prese con la loro occupazione più importante: la vita, sempre la vita.
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Ricorrenze
«Che noi siamo il colloquio e la nebbia».
Nel 1986 mi trasferii con tutta la famiglia da Potenza a Roma. Fu uno degli ultimi viaggi che feci in macchina con mio padre e mia madre. E l’ultimo che feci con mio fratello. Era il 12 maggio ed era uno di quei giorni di transito, di inespressive atmosfere celesti, di odori incomprensibili nell’aria, di cui la vita dei paesi più sviluppati dell’Europa, del Nordamerica, della Russia occidentale, cominciava a essere sempre più piena. Ero seduto dietro nella macchina, e nonostante la lucidità eccessiva per la levataccia, nutrita per via endovenosa ad agitazione, fibre allertate e bevande calde, quello che elaboravo mentalmente in quei momenti era quasi assolutamente nulla. Registravo il percorso e il paesaggio, ma non capivo se dovessi tenere a mente un’immagine globale o qualche dettaglio o che cosa. Le insegne stradali indicavano ogni chilometro che passava, ogni paesello ci dava il benvenuto e ci diceva arrivederci un minuto dopo, ma quella forma essenziale di nostalgia cutanea che è tipica e forse necessaria in questi casi stava solo fermentando molto molto lentamente, e di lì a poco avrebbe assunto delle fogge così inaspettate che definirla nostalgia anche oggi può al massimo far venir fuori un sorriso brevissimo, e forse ancora, leggermente, indifeso.
Si scherza, Lucio mi ha telefonato ieri mattina e mi ha riassunto i motivi per cui vive: ci sono due grandi concerti a metà marzo, e allora bisogna informarsi, lo zelo e l’acribia necessitano, prepararsi per uscite all’alba, prima dell’alba, le tende, e le botte, e la lotta accanita per riuscire a prendere i biglietti. Occorre approssimarsi all’estasi, già ora, mi ha detto. Ripetere a se stessi la gioia estatica delle note che sentiremo, bearci delle possibilità molteplici delle esecuzioni. Dirsi grandioso, grandioso, senza smettere, neanche nel sonno. Verrà la felici-
Ieri, dopo Lucio, mi ha telefonato Obo. Obo ha una gamba in meno da dodici giorni. Aveva un tumore al ginocchio e hanno dovuto amputargliela. Obo. È dimagrito di dieci chili, e senza la gamba, di chili ne ha persi quasi venticinque. Sta ancora in ospedale e mi ha raccontato che tutto il tempo che passa lì dentro gli vengono in mente i tabù che una conversazione con una persona senza una gamba può portare. Un tipo in gamba, fare il passo più lungo della gamba, per dire le più facili. E poi in fondo tutto quello che si dice: camminare, piedi, equilibrio, corsa, salto, sedersi. Viene tutto minato in un certo senso, scalfito. Almeno per i primi tempi sarebbe meglio che la gente dicesse: Caro zoppo, senti... così, per abituarsi.
Il motivo per cui dovemmo trasferirci da Potenza a Roma stava tutto nella ghiandola pineale di mio padre. Nella ghiandola pineale, diceva lui, ci sono tutte le scelte su cui non hai controllo. Che devi fare e basta. E Roma, bisognava prendere e andare, prima partivamo e prima ci toglievamo il pensiero. Fatto così mio padre, dava poche spiegazioni anche a se stesso, come se fino a una certa età ne avesse dovute, e ora, a trentanove anni, ne fosse completamente esentato. Rispetto ai suoi amici, pochi, di Potenza, che erano uno lo specchio dell’altro, il suo traguardo personale, che condivideva solo con noi, era riuscire a distinguersi, far sì che anche il suo corpo, anche la sua pronuncia non avessero nulla più a che fare con quei posti in cui noi eravamo nati e stavamo crescendo. Per me piccolo, e forse anche per mio fratello, mio padre era una figura misteriosa, che tendeva ad avvolgere se stessa in una sorta di mito fatto in casa con le sue mani. Cercava di plasmarsi addosso la figura dell’eroe, del matto del villaggio, del patriota, del pirata, e inclinava in questo modo verso delle forme personalissime di idealismo.
Nel suo campo, le pompe funebri, diceva che Potenza e la gente potentina era un mondo con una mentalità ultraprovinciale, al limite del paganesimo, che considerava i funerali dei riti tribali, e che se avesse potuto i morti li avrebbe sepolti scavando la terra con le mani nude. Le pompe funebri, per mio padre, erano la vera missione dell’uomo. Aver cura dei morti, stare a contatto con il dolore e il disfacimento, con la morte che non si spiega, era la maniera migliore per avere a che fare con la verità. Questo aveva spiegato a me e mio fratello fin da quando eravamo bambini.
Dovevamo stare in ufficio con lui. In attesa delle chiamate. Dovevamo passare lunghi pomeriggi, in questo stato innaturale, aspettando che qualcuno chiamasse per scongiurare la noia, e scongiurando che non chiamasse nessuno, tentando di prendere confidenza con la noia. In questa attesa riscaldata da una stufa elettrica che mio padre voleva tenessimo sempre al massimo, mio fratello guardava me che stavo lì a guardare un televisorino in bianco e nero dove si riuscivano a prendere solo i primi due canali della Rai. E io guardavo lui che faceva i compiti per tutti e due. L’agenzia, anche nel ricordo di bambino, era un posto piccolo, diciotto, venti metri quadri al massimo, e c’era spazio per una lampada sola messa su una scrivania striminzita attaccata al muro. Così ci eravamo divisi i turni per studiare, e cominciava lui per primo; ma alla fine, visto che i compiti che ci toccavano erano gli stessi, io mi adattavo a quello che aveva scritto lui, temi compresi: quello che riuscivo a fare era soltanto una rielaborazione neanche troppo impegnata di quello che mio fratello mi lasciava in bella vista sulla scrivania. Era una specie di accordo sottinteso o di abitudine o di amore fraterno.
Dovrei aspettare una telefonata. Ossia, aspettando una telefonata. Ma non vivo uno stato d’attesa come forse dovrei. Dovrei Mettermi qui e riflettere, articolare ciò che devo dire, calcolare le reazioni, sviscerare gli impulsi.
Ieri prima di pranzo ho sentito mia madre. Né a lei né a papà ho detto niente della telefonata che aspetto. Mia madre mi ha parlato della nuova donna delle pulizie che viene da lei due volte a settimana. Ha un anno in meno di lei. È stata lasciata dal marito, e da qualche mese si è messa a fare le pulizie per le case. Sono poche volte che viene, ma già le ha raccontato tutta la sua vita, e mia madre non sa se è giusto darle tutta questa confidenza. In questi casi chiede sempre a me. Io le dico quello che penso, e lei si convince delle sue opinioni. La prossima volta, ha detto che la inviterà a un incontro degli alcolisti anonimi. Io volevo fare presente a mia madre che non può invitare tutta la gente che conosce agli alcolisti anonimi, soprattutto se non sono alcolisti, ma è arrivato un avviso di chiamata e l’ho dovuta salutare.
Silvia. Silvia mi ha chiesto se volevo andare a fare colazione con lei. Ho guardato dalla finestra più grande della casa. Il profilo dei palazzi del mio quartiere non assomiglia a niente. Ho detto che andava bene. Poi ho cominciato a raccontarle la storia delle due rane. Una vuole diventare un pesce e tutti i giorni si mette a fare immersioni sott’acqua, e l’altra vuole diventare un mammifero e si fa delle grandi passeggiate nei boschi. Ma poi aveva lei un avviso di chiamata, e ci siamo dati appuntamento al bar.
Pochi giorni prima del viaggio, io e mio fratello Davide avevamo avuto i risultati dell’esame di maturità. Io ero stato bocciato, mio fratello era uscito con 52. L’ultimo anno avevo perso completamente l’ostinazione a studiare, mi ero reso conto di non essere portato per avere a che fare con le persone. Almeno non in quel momento della mia vita. La scuola era una creatura distante, che potevo tollerare se mi era raccontata, da mio fratello, dagli amici, ma per un po’ almeno non potevo avvicinarmi.
Visitavo mio zio che era in ospedale. Un’ernia che non riuscivano a, non capivano se, non sapevano come, operare. Due minuti al giorno, giusto per mossa. Poi vagavo come una trottola smosciata per le corsie degli altri reparti. Cercavo di vedere le facce della gente che stava lì, chi guariva, chi veniva dimesso, chi moriva ed era prima un letto coi fiori, poi un letto libero. Chiedevo che malattie c’erano. Di che cosa si ammalava la gente in genere, che tipo di influenza girava. Respiravo profondamente. Testavo i miei anticorpi. Se erano abbastanza ostinati loro, io non mi sarei ammalato. Presi la mononucleosi invece, con febbre altissima, rischio di meningite, e una distanza sempre maggiore da tutti. Mio fratello, se gli andava, mi raccontava la scuola, cosa si faceva, che stavano finendo i programmi, che erano uscite le materie, che anch’io scegliessi che materie portare all’esame. Latino o storia o fisica?
Mio padre diceva che non ne poteva più di Potenza. Andare via! Andare via!, urlava a mia madre, e lei era d’accordo, per cui stava zitta. Mia madre aveva quarantatré anni. L’età più giusta che abbia mai avuto, quarantatré anni. Le stavano, come dire, realmente bene addosso. Era nata nel 1943. E mi sembrava fosse arrivata al suo momento migliore.
Io, malato, vivevo in uno stato di quasi quarantena, ma in questo modo fortunatamente riuscii a non infettare nessuno. Avevo il terrore di poter contagiare qualcuno e fargli passare mesi a letto, sudando e delirando. Mi faceva star male più del fatto che io stessi male. E l’unico che si ammalò per colpa mia fui di nuovo io, che ebbi una ricaduta, con febbre ancora più alta e dieci giorni di ricovero in ospedale.
Quando aspetto, faccio un esercizio per passare il tempo. Prendo una sigaretta, la apro e mi metto a costruire frasi con i filamenti del tabacco. Così anche ieri sul tavolino del bar a via dei montiqualcosa stavo scrivendo: «Arriverà la felicità, e non sarà su un motorin-»
«Manca una...




