E-Book, Italienisch, 213 Seiten
Raimo Le persone, soltanto le persone
1. Auflage 2014
ISBN: 978-88-7521-623-8
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 213 Seiten
ISBN: 978-88-7521-623-8
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Un incontro casuale durante una festa scaraventa Tiziano nella dimensione parallela di una relazione extraconiugale dalla quale non riesce più a schiodarsi. Due amici, di cui un ex tossicomane, si ritrovano dopo anni con i segni dell'invecchiamento ben visibili ma le ossessioni intatte. E cosa ci fa Italo Calvino nell'appartamento di un precario degli anni Settanta, con un pezzo di hashish in mano e la testa piena di pensieri ostili verso il boss dell'editoria nazionale, Pier Paolo Pasolini? Christian Raimo torna al racconto, e lo fa con una raccolta in cui i sentimenti che tengono in piedi (o che distruggono) le nostre vite vengono esplorati con un nitore e una forza impressionanti. Tradimenti, passioni, errori che possono costare caro, e quella prova tanto difficile quanto rigenerante che è il perdono. Le persone del titolo siamo in fondo proprio noi, gettati nell'arena di questi giorni, fragili, instabili, sempre sul punto di cadere. Ma anche noi che, quando tutto sembra perduto, siamo miracolosamente in grado di riconoscerci l'un l'altro come amanti, fratelli, simili, alle prese con la nostra occupazione più importante: la vita, sempre la vita.
Autoren/Hrsg.
Weitere Infos & Material
IL MIO GIOGO È SOAVE
Paola ha il volo fra tre ore, ha già raccolto tutta la sua roba, ha ritirato il passaporto alla reception e all’improvviso si è spogliata e si è buttata a peso morto sul letto e ha aspettato che anch’io facessi la stessa cosa. In questa stanza d’albergo che sa di colla da carta da parati e deodoranti d’ambiente e una specie di odore accumulato che sono le reliquie olfattive dei clienti che furono, respiriamo per minuti e minuti, stanchi della giornata e dei nostri occhi e di noi; e ognuno vorrebbe non essere più se stesso e nemmeno l’altro.
I nostri corpi, cresciuti in età in cui non avevamo la minima idea di che cosa volesse dire stare al mondo, sono migliori di noi, più esperti, questa è la verità, e quando ce ne accorgiamo, piano, quasi casualmente, ci guardiamo e poi prendiamo ad accostarci in un modo che è quello di due neonati handicappati. Non ho soltanto bisogno che lei mi tocchi, mi accarezzi, sfreghi la sua pelle contro la mia, ma avrei bisogno che mi scorticasse, che riuscisse a togliermi di dosso ogni traccia di buone intenzioni, di gentilezza.
«Non riesco a non provare risentimento». Mi alzo sui gomiti per guardarla.
«Risentimento per cosa?»
«Per questo, perché già adesso sei via. E incamero il nervosismo per poi. Per come non ci sarai poi». Volevo dire qualcosa di amorevole, ma le parole al contatto dell’aria si ossidano.
«Pensi sempre alle cose come un abbandono. Prendi la distanza come una condanna».
«Il fatto che stai qui. Che qui c’è un corpo. Non lo capisci?»
«Scarichi su di me la colpa di questa cosa che non esiste».
«Non lo capisci».
Ha preso il sole sul viso e le spalle, i polpacci, gli avambracci, e il candore esile delle zone coperte dai vestiti è quello di una pellicola in una macchina fotografica aperta per sbaglio. È crudele, talmente impietosa la nostra asimmetria che non faccio in tempo a percepire la consistenza violenta delle sue ossa – è così magra, ogni gesto di avvicinamento è uno scontro fra due solidità cave – che lei mi prende la faccia tra le mani e mi guarda a fondo; e a quel punto l’ipotesi che ognuno di noi due sta formulando è che ci sia comprensione, un principio di comprensione, o di stupore almeno; me la stringo addosso, le apro le gambe come a separare i due lembi di un sipario, e quando sono dentro di lei, sento che nessuno di noi due sa dove sta e perché è arrivato fin qui.
Questa notte, in un improbabile freddo, un freddo grossolano e immotivato, l’aeroporto non è un aeroporto. Paola ha appena passato il check-in, ho aspettato che mi salutasse, che mi lanciasse un gesto che poteva essere un bacio mimato o una presa in giro e andasse a imbarcarsi. Il taxi mi aspetta fuori, per riaccompagnarmi all’albergo dove ci ha prelevato un’ora fa. Ma prima di tornare al parcheggio, prendo tempo, resto a indugiare: un turista a tutti gli effetti, perennemente assonnato e distratto, con una temperatura corporea tremolante che mi sale al cervello come se mi fossi scordato di prendere una medicina. Sul tabellone non elettronico i voli, destinazione orario, cambiano con una lentezza che è il contrario dell’automazione, e dai bocchettoni in alto sembra venire fuori lo spurgo dell’aria condizionata diurna. Il tassista non era ansioso né irritabile, io gli ho promesso più soldi del prezzo normale – basta mezza giornata di ambientamento e viene facilissimo a chiunque comprare cortesia a buon mercato. Distrattamente come si conviene a un turista, cerco un distributore automatico per una bottiglietta d’acqua, strusciando i piedi sul pavimento screpolato, tutto chiazze di polvere in rilievo. C’è un vecchio davanti a me con una macchia marrone che gli copre metà viso, che fa su e giù per la hall, avanti e indietro; indossa una galabeyya lisa, sfrangiata, di un rosso scuro che sembra arrugginito. Tutti gli esseri umani che sono qui, sotto la luce sabbiosa dei neon, hanno una loro zona d’autonomia da fantasmi. Un uomo altissimo, che non ha la faccia di un egiziano ma di uno slavo, struscia anche lui i piedi e calcia i pacchetti vuoti di sigarette da un lato all’altro, poi si ferma e li mette vicini, li accoppia. S’insinua nel naso una puzza dolciastra, un odore stantio di detersivi dati male. I distributori sono funzionanti ma vuoti. Il vecchio con la galabeyya rossa gira a vuoto ma pare a suo agio, non va da nessuna parte, non attacca neanche bottone con nessuno, non bofonchia nemmeno. Di polizia, al contrario del resto della città che ne è invasa, ce n’è poca, e quella poca che c’è ha assunto per osmosi tratti di insonnia, così da confondersi del tutto con le facce sciupate. È pieno di tassisti invece, baffuti, sorridenti, ciccioni, con giacchetti di pelle da motociclista che non ho visto indosso a nessuno durante il giorno: una specie di divisa notturna, che come ogni cosa qui è uno scarto di almeno quarant’anni fa. Un’altra, una vecchia, i capelli sfibrati come fili fulminati nelle lampadine, circondata da una decina di buste stragonfie dei suoi oggetti, muove la testa a singhiozzo e ridacchia; si gira verso di me, mi fa cenno di avvicinarmi, e mi chiede ovviamente dei soldi, anche se lo fa più per automatismo e per noia: perché quando glieli do, venti lire egiziane che sarebbero tre euro (un giorno di stipendio per la maggior parte della gente qui), li intasca senza ringraziare e mi rimette la mano davanti, la fa tremare come si fingesse alcolizzata.
(La tristezza si genera e si trasforma. Il caldo diventa freddo. Il processo fisico dell’evaporazione delle persone.)
Ogni cosa in Egitto sembra provenire dalla pattumiera di un luogo e di un tempo distante; distante, non remoto. Niente revival, rétro: solo vecchio. Le Mazda e le Peugeot smarmittate, senza fari, con uno specchietto penzolante, le Fiat 131 con degli squarci come sfregi di violenza tribale sulle fiancate.
Paola tra quattro ore e mezzo sarà a casa a Helsinki. Io ho l’aereo per Roma domani sera. Se avessimo prenotato prima, forse non avremmo avuto questi voli sfasati.
Tornerà in Italia – se non le offrono proroghe – a metà luglio, alla fine della formazione coi super manager Nokia. Per allora, come lei mi dice, dovrei aver capito, in che modo immagino il nostro futuro. Quando fa di questi discorsi, a me viene solo da pensare
Sto rimuovendo il sonno nefasto. E ho la bocca marcia. Da giorni bevo gassato e zuccherato. Ieri mi sono lavato i denti con la Fanta. Il mio tassista si starà incazzando e dubiterà che lo stia truffando a non ritornare? Questi altri tassisti, uno dopo l’altro, da bambini, si avvicinano e piatiscono qualcosa in una lingua che – se anch’io sono d’accordo – potrebbe essere inglese. Dico: No, thank you.
Sui fogli in esposizione per i turisti all’edicola sono rimaste notizie vecchie di una settimana. . Qualche anno fa un kamikaze si gettò da un ponte, centrando un battello di americani in T-shirt. Terrorismo è una parola che va bene per ogni conversazione con gente che non conosci, tipo surriscaldamento del pianeta. Negli hotel a cinque stelle aprono il bagagliaio dei taxi, e ogni volta rovistano con lo specchio sotto l’auto. Cercano bombe come se cercassero l’oro. Sul muro davanti all’ingresso del McDonald’s dell’aeroporto qualcuno ha fatto un disegno di un cuore sbilenco e disciolto e vicino una scritta, .
In taxi mi siedo davanti ma butto la testa su una spalla e di fatto sono un pezzo di carne e dormo, mentre la città che vive nei finestrini attraversa la sua fase R.E.M. in cui i clacson eternamente sonanti producono soltanto singulti, fanno degli echi da pollo qualche chilometro più in là. Il tassista guida con la schiena dritta, e guarda la strada come se non l’avesse mai percorsa. Va lento, a uso turistico, oppure è la mia teoria della relatività ristretta che recita: quando sono senza Paola, quando lei è distante, è immaginata, le cose mutano consistenza e procedono come cani nel fango. Le strade alla periferia inesauribile della città sono prive di segnaletica e così larghe e lunghe che alle volte non sono neanche strade ma piazze, distese, estuari. Come il Rio delle Amazzoni: largo in certi punti quaranta chilometri: un fiume che è identico al mare. Quando prende una buca, il tassista mi chiede, con una voce timorosa di sbagliare la pronuncia: «All good?»
Il taxi è casa sua, ha il dovere dell’ospitalità. Mi sorride e ha un sorriso latteo sotto baffi folti da islamico che ricordano quelli di un adulto italiano degli anni Settanta. «It’s your wife?», chiede, indicandomi il suo anulare.
«No».
«It’s your girlfriend?»
«Yes».
«Good girl», dice, «beautiful».
Il suo taxi, casa sua, è arredato con un tappetino celeste e dorato steso sul cruscotto, un grosso posacenere di porcellana senza cicche poggiato sopra. Intorno allo specchietto retrovisore sono appesi certe specie di campanelli di forma poliedrica tutti argentati che di giorno devono riempire la macchina di effetti di luce, riflessi, scomposizioni prismatiche a seconda dell’ora e del tempo, e un Arbre Magique al mango che trasforma – in mezzo alla debolezza percettiva del sonno – questa macchina in una piccola isola lontana.
«Do you like women?», dice.
«Yes», rispondo.
«Good», dice lui.
«And...




