Rapino | Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 290 Seiten

Rapino Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio


1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-3389-138-5
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

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ISBN: 978-88-3389-138-5
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Liborio Bonfiglio è una cocciamatte, il pazzo che tutti scherniscono e che si aggira strambo e irregolare sui lastroni di basalto di un paese che non viene mai nominato. Eppure nella sua voce sgarbugliata il Novecento torna a sfilare davanti ai nostri occhi con il ritmo travolgente e festoso di una processione con banda musicale al seguito. Perché tutto in Liborio si fa racconto, parola, capriola e ricordo: la scuola, l'apprendistato in una barberia, le case chiuse, la guerra e la Resistenza, il lavoro in fabbrica, il sindacato, il manicomio, la solitudine della vecchiaia. A popolare la sua memoria, una galleria di personaggi indimenticabili: il maestro Romeo Cianfarra, donn'Assunta la maitressa, l'amore di gioventù Teresa Giordani, gli amici operai della Ducati, il dottore Alvise Mattolini, Teté e la Sordicchia... Dal 1926, anno in cui viene al mondo, al 2010, anno in cui si appresta a uscire di scena, Liborio celebrerà, in una cronaca esilarante e malinconica di fallimenti e rivincite, il carnevale di questo secolo, i suoi segni neri, ma anche tutta la sua follia e il suo coraggio. Attraverso il miracolo di una lingua imprevedibile, storta e circolare, a metà tra tradizione e funambolismo, Remo Rapino ha scritto un romanzo che diverte e commuove, e pulsa in ogni rigo di una fragile ma ostinata umanità, quella che soltanto un matto come Liborio, vissuto ai margini, tra tanti sogni andati al macero e parole perdute, poteva conservare.

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1926 Anno che sulla terra entra in scena Bonfiglio Liborio però d’estate


Dicono in giro che sono matto, perché non mi passa mai la fame.

Juan Rulfo, «Macario»,

Credetemi, brava gente, questo non è cosa di così poco conto come molti di voi potrebbero essere indotti a credere...

Laurence Sterne,

Mò, quelli là, gli altri, tutta la gente di sto cazzone di paese, vanno dicendo che sono matto. E mica da mò, che me lo devono dire loro, quelli là, gli altri, tutta la gente di sto cazzone di paese che sono matto. Pure io lo so, e sempre ci penso, notte e giorno, d’inverno e d’estate, ogni giorno che il Padreterno fa nascere e morire, con la luce e con lo scuro, ci penso, che c’ho sempre pensato per vedere di capire come mai sta coccia mia da quasi normale s’è fatta na cocciamatte, tutta na matassa sgarbugliata fuori di cervello. Che poi è come se uno cammina dritto e di botto a un bivio tutto storto come una serpe gli s’intreccica la sguardatura e cambia strada che manco se ne accorge, e così di botto ti ritrovi in un posto che non hai mai visto prima di allora, che non riconosci niente, non capisci le case, gli alberi, le facce delle persone, le voci, manco le voci e ti si stona pure la voce bella di tua madre, e non sai ritrovare manco la fontana della piazza grande, che pure è grossa, e dopo i piccioni per dispetto ti cacano sulla testa, non ritrovi manco la casa dove sei nato con quel portonaccio di legno vecchio tutto sgarrupato, che i tarli ci fanno le case popolari, ci fanno, e se lo sugano pezzo pezzo, che pure la ruggine e la muffa si mangiano quei tarli. Può succedere. A me mi pare che così mi è successo pure a me. Può essere pure che tutto è cominciato proprio quando sono calato al mondo, almeno a sentire quello che mi raccontava mia mamma, che mio padre manco so chi è e dove sta adesso, se campa ancora, se s’è morto come un povero cristo disgraziato che era, perché ci era un povero cristo disgraziato e sfortunato. Chi se lo ricorda dice che se n’andò alla Merica, all’Argentina o allo Brasile, da qualche parte dopo il mare, ma un mare grande, mi dicono, ma io che ne posso sapere dopo tanto tempo. Quanto sarà grande quel cazzo di mare? Na cosa grossa raccontano i migranti, che le onde sono alte come una casa e ti s’inghiottono con una morsicata sola navi e bastimenti, e certe notti di vento forte si strafoga pure l’anima di chi ci sta sopra a navigare, che uno si vomita tutto, pure i ricordi e quelle cose che s’è lasciato alle spalle e quello che deve venire. È che non s’è più visto da allora né ha scritto una cartolina per farsi vivo né ha mandato qualche soldo per riempire le giornate e la pancia, che si faceva una fame, si faceva, che ti veniva gelosia pure delle pecore che almeno loro l’erba ce l’avevano. Forse si sarà pure morto, succede a volte, che ne so, na disgrazia, un volo da una impalcatura tenuta su alla sciacquarose e vivagnese, na coltellata dentro a na cantina, un brutto male, o che s’è buttato lui a mare o sotto un treno mericano. Che ne posso sapere io che non l’ho visto mai e mai ci ho parlato. Io sono venuto dopo. A me mia madre mi diceva che io avevo gli occhi uguali ai suoi. Questo solo so. E fin da quando ero nu guaglione piccolo piccolo, e poi pure da più grosso, ogni volta che passavo davanti a uno specchio o a una vetrina, sempre mi guardavo, ma solo gli occhi mi guardavo, per cercare di capire come era fatto mio padre, almeno la sguardatura, il colore almeno degli occhi suoi. Pure da uomo fatto m’è rimasta sta cosa, come un tic, una fantasia che mi porto sempre appresso, ma non ci ho cacciato niente, mai, pure se mi sforzavo e chiudevo gli occhi per vedere meglio, solo un’ombra mi rimaneva tra le mani e nel cuore, che pure al cuore gli veniva da piangere certe volte, specie la notte che per pensare a sta cosa brutta di stare senza un padre non mi prendeva sonno e mi rivoltavo dentro alle coperte e chiamavo, ma piano per non farmi sentire, papà, papà, a pa’. Una volta sola lo volevo vedere e poi ogni cosa a sorte di Dio Padre, creatore del cielo e della terra, amen. Dopo mi calava il sonno, ma non mi sognavo niente, per fortuna. Un’altra fortuna è che ci avevo il cognome di mia madre, Bonfiglio. Perché mia mamma così si chiamava, Bonfiglio, Maria Bonfiglio, Maria, proprio come la Madonna, e così il mio nome stava scritto pure al Comune, sopra a un registro con l’inchiostro nero e la con il riccioletto, uguale uguale a quelli che un padre ce lo avevano preciso e presente che li accompagnava a scuola e gli faceva pure qualche regalo ogni tanto. Insomma quando sono nato tutte queste e tante altre cose succedevano, tante altre dovevano succedere, che mi venivano appresso mano a mano che gli anni passavano, come tante nuvole di tutti i colori, bianche, viola, nere, rosse, con il sole che andava e veniva, e ogni tanto na scatarrata d’acqua che riempiva tutti i mari, tutti i fiumi e tutte le cunette del mondo, e pure gli orti con i pomodori e le chicocce dentro. Tanta di quell’acqua è venuta pure quando sono nato, era na sera d’agosto che in cielo, dietro le nuvole, doveva esserci bello grande il segno del Leone, ma non si poteva vedere perché pioveva che Dio Padre la mandava a cascanne d’acqua forte e sulla terra se ne calava a piombo un fracasso di temporale che tutte le bestie, i cani e i gatti, s’erano squagliati dalla faccia della terra e gli uccelli s’erano ficcati nei nidi e nessuno parlava più manco per una preghiera di salvezza d’anima. Sarà stato garbino, sarà stato libeccio, ma i fulmini crepavano il cielo e i tuoni facevano tremare i tetti, i vetri, le case, i cuori e le orecchie. Che mio nonno, Peppe Bonfiglio, così mi raccontava sempre la buonanima di mamma mia, tra strilli e tremarelle teneva due candele strette forte in mano per fare un po’ di luce almeno, e smadonnava botta botta a dire Maddò cazzo sta quell’asino di don Nicola? Maddò cazzo sta quella puttana di commar’Elisa? Che poi don Nicola era il medico condotto e commar’Elisa era la levatrice. A don Nicola gli piacevano i giochi delle carte e con tutti ci giocava, col sindaco, col prete, con il dazista, con il segretario comunale, ma di meno perché quello era un imbroglione e rubava i punti, diceva sempre don Nicola, ma ci giocava pure con i muratori e i cafoni quando questi risalivano dalle contrade a vendere le cose della campagna. Forse pure quella volta che io dovevo nascere don Nicola se ne stava al caffè, con un bicchiere di cognacco e un sigaretto in bocca, a lume di candela che la luce era saltata e hai voglia ad aspettare, se a quello non gli usciva l’accusa a coppe mò mò che se ne veniva a vedere i cazzi miei. E manco commar’Elisa sotto quell’acqua non si faceva viva, con quelle strade che era un mare di fango, con la luce che era saltata o forse perché ci aveva i suoi guai pure lei, che ci aveva pure un figlio ma senza marito, che la gente di malalingua, ridendo e scherzando, andavano sputtanando che era figlio dello Spirito Santo o del barone Della Torre e amen. Chi diceva che il Padre inguaiatore se ne era scappato all’estero, chi diceva che era uno già sposato, qualcuno diceva che il padre del bambino era il prete, don pure lui ma don Biagio però. Sto figlio era così bello cicciotto pure da quando era nato, che la gente, dai primi anni suoi che gattonava e scalpicciava come un ubriaco uscito tardi tardi dalla cantina, già lo chiamava Filippone pure se si chiamava Filippo ed era piccolo che sembrava che non mangiava a dovere. Io me lo ricordo da cresciuto che era grande e bello e robusto, me lo ricordo pure che, come era grande, bello e robusto, lo chiamarono un giorno a fare il soldato, proprio l’alpino gli fecero fare, e tutti lo ammiravano in mezzo alla piazza quando tornava con la divisa e il cappello con la piuma, che a me per scherzare mi ci faceva il solletico e a me mi piaceva il solletico sotto al collo e dietro alle orecchie mie che erano pure un poco a sventola, ma poco. E Filippone era così grande, bello e robusto che lo mandarono alla Russia, che io me lo ricordo che io già avevo quindici anni, con un po’ di barba e i peli alle gambe. Che quel giorno tutti piangevano e salutavano e gli dicevano che doveva vincere la guerra, solo la mamma sua e il cane suo si stavano zitti e la gente si chiedeva perché non piangevano, almeno la madre, che si sa che i cani non piangono proprio come i cristiani. Invece solo un saluto con la mano dal finestrino della corriera, che era azzurra e sopra ci stava scritto Vulcano e nessuno sapeva chi era sto Vulcano Dopo di allora nessuno l’ha rivisto più con la divisa, ma pure senza divisa, nessuno manco la mamma sua, che l’aspettava per tanti anni che quello doveva ritornare, ma niente, manco una lettera per dire che s’era perso e la madre lo aspettava sempre all’erta sto sulla piazza come un cane da punta, ma quello niente. Alla madre dicevano che la strada era lunga, piena di fiumi e di montagne, che forse c’era pure il mare da passare, che se Filippone tornava a piedi ci voleva il tempo suo, ci voleva. Ma alla fine la mamma s’era stufata di aspettare, si torceva solo le mani e ci piangeva tutte le sere, pure d’estate, e poi un giorno, anzi una notte, s’è morta e allora Filippone, che ci aveva solo lei come famiglia, che pure il cane s’era morto sotto un camion che era sbandato sulla guazza, allora Filippone che ci tornava a fare a casa e forse per quello se ne era rimasto alla Russia, pure se là ci faceva freddo quasi tutto l’anno, forse pure d’estate ci nevicava, dicevano quelli che erano stati all’estero, alla Merica,...



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