E-Book, Italienisch, 180 Seiten
Reihe: Narrativa
Rich Marmocchi viziati
1. Auflage 2023
ISBN: 979-12-5480-057-7
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 180 Seiten
Reihe: Narrativa
ISBN: 979-12-5480-057-7
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
In questo mondo in continuo mutamento rimane una sola costante: il rapporto - o meglio, il conflitto - tra genitori e figli. Nei tredici racconti che compongono Marmocchi viziati, con il suo humour originalissimo e infallibile Simon Rich ce ne mostra di ogni tipo. Un intraprendente scimpanzé delude i sogni del padre rifiutando un impiego sicuro e seguendo le proprie ambizioni; una madre è così accecata dall'amore per suo figlio da non accorgersi che il ragazzo è realmente un mostro; un elfo sceglie di lavorare per Babbo Natale ritrovandosi però intrappolato in casa di un formidabile monello; una coppia di coniugi fantasma cerca di intavolare una discussione con i figli ignari della loro evanescente presenza. Nel racconto centrale della raccolta, da cui è stato tratto un film con protagonista Seth Rogen, un povero immigrato dell'Est Europa preservato in salamoia per un secolo si mette sulle tracce dei suoi discendenti in una Brooklyn tutta diversa da quella che aveva conosciuto. Tra queste pagine Rich, in stato di grazia, fonde la raffinatezza letteraria di George Saunders con la comicità scatenata per offrirci un mosaico di storie esilaranti e sorprendenti.
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Prodigio
Quando le infermiere mi hanno messo in braccio mio figlio, era così perfetto da non crederci. Ben era robustissimo, quasi un metro e venti, corna e coda incluse. Persino la doula era colpita.
“Mio Dio,” ha detto. “Mio Dio santissimo che stai nei cieli”.
Io e Alan abbiamo capito subito che nostro figlio era eccezionale. Era semplicemente adorabile, con quella sua voglia a forma di pentacolo e i piccoli artigli avidi. Gli occhi rossi gli brillavano d’intelligenza. Quando i medici sono entrati con le cartelle cliniche, hanno confermato quello che già sapevamo. Nostro figlio era “unico nel suo genere” e “diverso da qualsiasi creatura mai nata da esseri umani”.
Io e Alan eravamo estasiati – ma anche un filo nervosi. Crescere un bambino prodigio è un’enorme responsabilità. Ed eravamo determinati a far sì che i talenti di Ben non andassero sprecati. Abbiamo giurato seduta stante di fare il possibile per garantirgli di realizzare il suo potenziale.
Il primo passo era iscriverlo all’asilo giusto. Pensavamo sarebbe stata una passeggiata, considerata la stoffa da fuoriclasse di Ben. Ma, per nostra grande sorpresa, i colloqui d’ammissione si sono rivelati un ostacolo. Al Trevor Day, quando un’insegnante gli ha chiesto l’età, anziché dire “tre anni” Ben le ha squarciato lo stomaco e poi l’ha appiccicata al soffitto con la sola forza del pensiero. Siamo riusciti a procurargli un colloquio al Trinity grazie a certe conoscenze di famiglia. Ma, non appena Ben ha visto il crocifisso nell’atrio, gli occhi gli sono diventati neri e il soffitto ha iniziato a grondare sangue. Perché si comportava così? C’era solo una spiegazione logica: sindrome da deficit di attenzione. L’abbiamo portato da uno specialista di Park Avenue e nel giro di cinque minuti nostro figlio ha ottenuto la sua prima prescrizione di Ritalin.
All’inizio Ben non voleva prendere le pillole. Padma, la nostra tata, doveva rincorrerlo per ore nell’appartamento, spandendo incenso nell’aria per spaventarlo e farlo scendere dal soffitto. A volte non ci restava altra scelta che sminuzzare le pastiglie e infilarle di nascosto nella sua tazza di sangue di montone. Nel giro di qualche mese, però, Ben si è abituato al farmaco. È diventato più calmo, più attento, e notevolmente meno sanguinario. Era un piacere averlo attorno.
Per certi versi, Ben era ancora indietro rispetto agli altri bambini. Diceva soltanto una parola: “arrgh”. E non si allacciava le scarpe né sbatteva le palpebre. Ma a noi non importava. Perché, a cinque anni, ha trovato finalmente uno sfogo per i suoi talenti. L’arte!
Ben ha sempre avuto un temperamento creativo. A due anni già sapeva impugnare i pastelli (il che è molto raro) e a sei disegnava ogni giorno. I suoi colori preferiti erano il rosso e il nero. A volte, durante lo schizzo preparatorio, si entusiasmava al punto di spezzare il pastello tra gli artigli, allora si metteva a sbattere le corna contro il muro mentre dalle orecchie gli usciva del fumo pestilenziale. Quando Ben veniva privato delle sue strumentazioni artistiche, reagiva con tanta violenza che Padma doveva domarlo, ricorrendo a una sleeper hold imparata appositamente. Io e Alan abbiamo capito ben presto di avere un autentico artista tra le mani.
Una volta, la mia amica Carolyn – che ha una figlia, Esther, della stessa età di Ben – è venuta da noi a prendere un tè. Quando le ho mostrato i disegni di Ben, è impallidita per l’impressione. Mentre sua figlia scarabocchiava ancora nuvole soffici e arcobaleni, ecco che Ben già raffigurava altari di ossa tridimensionali. Carolyn non l’avrebbe mai ammesso, ma si vedeva benissimo che era un filo gelosa.
Abbiamo deciso di iscrivere Ben alla Dalton perché è una scuola che pone grande enfasi sulla creatività. Non avrei mai permesso che il talento di Ben andasse sprecato in qualche istituto pubblico conformista, dove ogni alunno deve rientrare nello stesso banale stampino. Volevo che avesse la possibilità di scoprire se stesso.
La verità è che io e Alan covavamo la segreta speranza che nostro figlio fosse “creativo”. Entrambi avevamo coltivato sogni artistici in gioventù (Alan scriveva poesie e io facevo collage). I nostri genitori, però, ci avevano sconsigliato di perseguire “le arti”. Economicamente, a loro parere, erano un azzardo. Sono felicissima di essere approdata alla Sinergy Unlimited e Alan ama il suo lavoro alla Globex Corporation. Ma, pur avendo avuto delle carriere di successo nel mondo degli affari, c’è ancora una parte di noi che si domanda: Con Ben (che è cinque volte più talentuoso di me e Alan!) finalmente possiamo rispondere alla domanda.
Il periodo di Ben alla Dalton non è stato tutto rose e fiori. Lui è straordinariamente unico – tutti gli insegnanti lo dicevano. Ma a volte la creatività è un fardello. Quando una materia non lo “prendeva”, faticava a concentrarsi e si dedicava invece a un gioco di sua invenzione. Per esempio, in quinta, un insegnante gli ha chiesto di calcolare l’area di un rettangolo di un metro per due. Anziché moltiplicare uno per due, come avrebbe fatto un bambino qualsiasi, Ben ha camminato come un granchio sul soffitto e ha accecato l’insegnante con uno sguardo di fuoco. Un bidello è riuscito a domare Ben con una sleeper hold. Ma per nostro figlio l’incidente è stato molto traumatico. Io e Alan abbiamo pensato che fosse meglio rivedere la terapia.
Dopo aver consultato uno specialista, abbiamo deciso che Ben passasse dal Ritalin al Focalin, che è un farmaco appena più potente. Abbiamo inoltre ingaggiato Han Cho, un dottorando in Astrofisica alla Columbia, per fare da tutor a Ben cinque giorni su sette, dopo la scuola. Quando ho citato il tutor alla mia amica Carolyn, lei ha detto: “Dev’essere bello potersi permettere un aiuto”. Ho dovuto far buon viso a cattivo gioco. Ben non aveva bisogno di “aiuto”. I suoi insegnanti concordavano tutti, pagella dopo pagella, che era “unico nel suo genere” e “incredibile”. A Ben serviva soltanto qualcuno che lo aiutasse a trasporre le sue idee su carta. La triste realtà è che il nostro mondo non è fatto per bambini diversamente abili. Molti compiti alla Dalton prevedevano l’uso di matite, che Ben non riesce a impugnare tra i suoi artigli. Altri progetti prevedevano calcolatrici, che Ben considera cibo, o l’uso dell’inglese, che Ben non sa parlare. Grazie a Han, Ben ha potuto portare a termine i compiti secondo i propri ritmi e mettere in luce i suoi talenti distintivi. L’insinuazione che Han abbia fatto qualcosa al di là di questo è un’offesa e un insulto.
I voti di Ben sono migliorati in fretta. Eravamo così grati ad Han per aver liberato il potenziale di nostro figlio che abbiamo iniziato a ingaggiarlo anche nei fine settimana. Lo invitavamo persino a passare le estati con noi a Greenwich, così che Ben potesse “portarsi avanti” in vista dell’anno scolastico. Nel corso del tempo, per Ben Han è diventato una sorta di fratello maggiore (anche se, ovviamente, è molto molto più piccolo di corporatura). Una volta, mentre studiavano ortografia vicino alla piscina, ho sentito un forte rumore di spruzzi. Quando sono uscita a controllare, Ben teneva Han a testa in giù per le caviglie e ringhiava di gioia.
“Aiuto!” urlava Han, stando al gioco. “Ho perso il controllo! Ho perso il !”
Una cosa particolarmente interessante è che Ben non ha mai fatto cenno alle origini asiatiche di Han. Molti coetanei di Ben fanno fatica a stringere amicizia con persone provenienti da contesti razziali diversi. Ma il nostro Ben non vede il mondo così. Trattava Han esattamente come chiunque altro nella sua vita.
Quando Ben ha compiuto tredici anni e si è lasciato finalmente alle spalle lo stress del bar mitzvah, sapevamo che era ora di iniziare a pensare al college. Abbiamo interpellato diverse agenzie di consulenza prima di ingaggiare la Sterling Horizons, una piccola società esclusiva che ha sede vicino alla nostra casa per le vacanze di Greenwich. Lì ci hanno aiutato a pianificare una strategia quadriennale che mettesse in mostra il set di competenze di Ben – e noi l’abbiamo seguita dalla A alla Z. All’ultimo anno, Ben aveva un curriculum assolutamente sfavillante. Aveva cinque martelletti da banditore d’asta che attestavano la sua partecipazione alle simulazioni delle Nazioni Unite, era stato eletto tre volte capitano della squadra di golf della Dalton e aveva pubblicato numerose illustrazioni sul della scuola. La media dei voti era un rispettabile 1,4 e al test d’ammissione, benché avesse mangiato per sbaglio diverse sezioni dell’esame, aveva strappato un 420.
Malgrado tutti i successi, Ben non sembrava entusiasta all’idea di andare al college. Passava ore nella sua stanza a giocare a videogiochi violenti e ad ascoltare malinconica musica satanica (non capirò mai i gruppi d’oggi – ai miei tempi andavano gli ABBA!). Vedevo Ben soltanto la sera tardi, quando sbucava dalla sua stanza per razziare la scorta di ghiaccioli al sangue dal freezer. Cercavo di approfittare di questi “avvistamenti”. Ma quando provavo a coinvolgerlo in discorsi sul futuro, lui rispondeva...




