E-Book, Italienisch, 512 Seiten
Reihe: Finestre
Rinaldi Castro Guida alla New York ribelle
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-6243-709-7
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 512 Seiten
Reihe: Finestre
ISBN: 978-88-6243-709-7
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Nata a Sala Consilina nel 1965, vive negli Stati Uniti dal 1984 e insegna Letteratura greca antica alla Montclair State University. Risiede a Brooklyn con il marito dal 2001. Ha pubblicato i romanzi 'Come della rosa' (Effigie 2017), 'Due cose amare e una dolce' (Edizioni e/o 2007), tradotto in francese nel 2024, 'Il lungo ritorno' (Edizioni e/o 2001), la raccolta di poesie 'Dai morti' (Ripostes 1992) e racconti brevi in italiano e in inglese in varie antologie. Collabora con diverse testate italiane, tra cui 'la Repubblica', 'il manifesto', 'Alias' e 'Nuovi Argomenti'.
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INTRODUZIONE
di Tiziana Rinaldi Castro
James Weldon Johnson in Autobiografia di un ex uomo di colore scrive:
New York City è quanto di più fatalmente affascinante ci sia in America. Siede come una grande strega alle porte del paese, mostrando il suo seducente viso bianco ma nascondendo mani e piedi storti sotto le pieghe delle sue ampie vesti. Attira, instancabile, migliaia di persone da lontano e tenta chi viene dal mare a non andare oltre. E tutti costoro diventano vittime del suo capriccio. Alcuni li schiaccia subito sotto i piedi crudeli; altri li condanna a un destino simile a quello degli schiavi delle galee; alcuni li favorisce e li vezzeggia, spingendoli in alto su bolle di fortuna; poi, con un soffio improvviso infrange le bolle e ride beffarda mentre li guarda cadere.
E qui, invece, un frammento di un dialogo in Manhattan Transfer, il romanzo di John Dos Passos: “Vai a est per un isolato e poi giù per Broadway e troverai il centro delle cose, se cammini abbastanza a lungo.”
Entrambe le affermazioni sono vere e ineludibili: la prima svela la prepotenza della città di New York e i termini del contratto spesso iniquo che incauti stringiamo con lei, la seconda le ragioni che ci spingono a farlo.
Da New York quel che ci aspettiamo lo esigiamo. E se quanto ci eravamo prefissi non accade lo rileviamo con indignata incredulità, imputando a lei, una strega beffarda, le ragioni del nostro fallimento. “New York è fredda”, “ha un cuore di ferro”, “ti lascia a terra sanguinante” sono le frasi consuete del quotidiano in questa città: spiegano la nostra solitudine, la fatica della nostra giornata e il nostro disagio interiore, trovando un perfetto capro espiatorio nell’ingranaggio colossale di autostrade, ponti e metropolitane che ci collegano con inquietante scioltezza a uffici, scuole, negozi, parchi e case.
Eppure, se non scontiamo mai le colpe alla sua beffarda indifferenza, difficilmente resistiamo al suo sinistro potere incantatorio e raramente tentiamo una fuga. Come scrisse John Steinbeck, che, pure, la prima volta che provò ad abitarci, da New York se ne scappò “sfiancato”: “C’è qualcosa in lei, una volta che ci hai vissuto e che è diventata la tua casa: nessun altro posto va più bene.”
Ecco la chiave di questa guida, che io stessa ho ri-trovato, scrivendola: il rapporto simbiotico tra i newyorkesi e la città/casa. È un’anomalia, il cui incantesimo lo stesso turista subirà al suo arrivo: dopo nemmeno quarantotto ore, il tempo di cambiarsi una camicia, si sentirà a casa e non ne capirà il perché. Fantasticherà, come non farebbe in nessun’altra città, di abitare dietro una di quelle finestre, di farsi amico il gestore della bodega dove compra un pacchetto di caramelle o una bibita, di diventare un cliente fisso del caffè all’angolo. Si convincerà che una vita lì è possibile a iniziare da domani, lo confiderà all’estraneo vicino di tavolo, che convinto assentirà: Why not? Good luck!
Che ironia tutto questo proprio a New York, dove la casa è, da sempre e per sempre, il termine impari della relazione tra il cittadino e la città, perché spesso costa cifre inconciliabili con il buon senso e dunque non si trova facilmente, o è piccola, angusta, scomoda, o è da condividere anche quando non si è più studenti, anche quando oramai la barba è grigia e si cammina con il bastone; o viene a mancare, è oggetto di dispute, rivolte. Un carapace ingombrante ma inadeguato.
Per quattrocento anni, dagli indiani Lenape agli africani strappati all’Africa e trascinati in catene su questa costa, dagli immigrati europei del sud dell’Europa fino ai rifugiati politici dell’Africa e dell’America centrale o a los migrantes che passano la frontiera attraverso il deserto, il cuore della questione qui è la casa e per estensione lo spazio - lo spazio perduto, lo spazio revocato, lo spazio ridotto, lo spazio ripreso, lo spazio occupato, lo spazio rovesciato. Fisico, personale, interiore, umano: una questione inevitabilmente politica. E poiché siamo in America, una questione legata in primis alla razza, che finge di superare perfino la classe. La ribellione, nel “contended terrain”, vede dunque persone di classe uguale ma di razza diversa disunite di fronte alle iniquità.
Intanto, la città nasconde bene al turista il suo passato di campo di battaglia che in questa guida abbiamo provato a illuminare: soprattutto nell’ultimo ventennio New York ha indossato un abito smagliante. Metro per metro, architetti e ingegneri addomesticano i moli abbandonati per accogliere con grazia il cittadino, amministrazioni comunali astute e lungimiranti investono nell’immobiliare trasformando in oro i mattoni della città. Parole come congiunzione, transizione, passaggio, incontro, conversazione, accoglienza, narrative, storytelling sono le nuove cuciture dell’urbanistica, la città si fa lounge, salotto, divano. Ma vi basterà camminare per East o West Harlem, nel dedalo di strade del West Village o fra i giardini reclamati dal popolo dell’East Village, a Wall Street nel Financial District o sul Grand Concourse nel sud del Bronx, a Bed-Stuy, Brooklyn, o a Long Island City nel Queens, per sentire inequivocabilmente che la città è stata amata da tutti i suoi abitanti, anche coloro che non hanno avuto i mezzi per imbellettarla a dovere. Perfino da chi, per ricavarsi un buco inadeguato in cui abitare i suoi giorni, ha rischiato la libertà e la vita.
New York non ha solo imbracciato i fucili durante la rivoluzione contro gli inglesi. Bombe, pietre, spranghe, comizi incendiari, scioperi, boicottaggi, sommosse, cortei, occupazioni e la continua resistenza della bellezza attraverso le arti hanno ritmato i suoi quattrocento anni di storia.
Ma poiché a New York la padrona assoluta è l’industria immobiliare - “it’s all about real estate in the end” è un comune detto di cinica ironia - preservare la storia della città non è quasi mai stata la priorità. In molti casi, i luoghi che sono stati teatro di ciò che racconto non esistono più e inizio sovente la narrazione con un laconico “qui c’era”.
Nel portarvi in giro sono partita dalla zona del porto a Manhattan, l’anima della città. Lì è nata New York, così come la intendiamo oggi, e da lì si è sviluppata, nel bene e nel male. Da lì ho seguito rivoluzionari, abolizionisti, martiri, anarchici, suffragisti, poeti e musicisti lungo l’isola fino al Bronx, di lì al Queens, dal Queens a Brooklyn e da Brooklyn a Staten Island. Infine, Ellis Island, l’isola delle lacrime, sulla quale dal 1892 al 1954 hanno sostato dodici milioni di immigrati in arrivo dall’Europa e dal Sud America prima di approdare al porto, e la Statua della Libertà.
Non è stato solitario il mio viaggio nella città di New York alla ricerca della sua essenza ribelle. Ho avuto compagni inestimabili: nessuna città si svela se non umilmente interrogata, e dove ho potuto, ho preferito lasciar parlare i protagonisti delle storie che ho raccontato o gli esperti nei campi trattati. Come lo storico Kamau Ware, lo scrittore Edmund White, il poliedrico musicista e scrittore Greg Tate, i musicisti Melvin Gibbs e J.T. Lewis del collettivo musicale Harriet Tubman; Graham Haynes, Richard Cummings, che hanno dipanato per me il filo nascosto di periodi storici della città e della musica; la fotoreporter e artista visiva Laura Razzano, gli artisti Kristy McCarthy, Pietro Costa e Rolando Politi, i registi e scrittori Paola Igliori e Ivan Steiger Galietti, le scrittrici e studiose Sara Antonelli, Marcella Bencivenni, Arianna Farinelli, Teresa Fiore, lo scrittore e editore Giuseppe Galzerano, e il curatore della guida Alberto Rosa. Il loro contributo ha dato respiro e forza al viaggio e gliene sono grata.
Vi trattengo con una nota di traduzione doverosa, credo, per il lettore attento.
Quando nell’originale il lemma utilizzato è negro l’ho mantenuto in traduzione, sottolineandolo in corsivo. Negli anni ’30 questo termine, caldeggiato da Du Bois e Booker T. Washington, sostituisce colored, ritenuto più debole e soprattutto generico, un sinonimo di “non bianco” più che una chiara identificazione della nerezza, e soprattutto un termine scelto dai bianchi per definire i neri. Colored rimane in uso, comunque, fino agli anni ’50-’60, quando verrà sostituito dal politico e potente black, grazie anche a Stokely Carmichael del movimento delle Black Panthers, che contro la parola negro muoverà una vera e propria campagna.
Ho preferito usare “nero” o “afroamericano” non come traduzione di Afro-American, anch’esso contemporaneo agli altri due tuttavia meno fortunato, ma di African American, promosso dal reverendo e militante politico Jesse Jackson in una campagna alla fine degli anni ’80, anche questo un termine prima di tutto politico che sposta l’attenzione dalla razza all’etnia del popolo nero americano, rivendicandone l’ancestrale connessione culturale con il continente africano. È il termine in uso ancora oggi sebbene black/nero rimanga quello più inclusivo raccogliendo il consenso delle popolazioni nere delle Indie Occidentali che si identificano come caraibici o specificamente con uno dei paesi dei Caraibi, discostandosi dall’identità afroamericana. Infine, laddove l’originale legge colored ho tradotto “di colore”, espressione oggi razzista in italiano e da evitare. Ricordo al lettore che in America e in Canada...




