Robinson | Quel che ci è dato | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 392 Seiten

Robinson Quel che ci è dato


1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-3389-245-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 392 Seiten

ISBN: 978-88-3389-245-0
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In tutta la sua opera, narrativa e saggistica, Marilynne Robinson ha costruito una critica appassionata della società contemporanea - con la sua dipendenza dalla tecnologia e il suo materialismo - nel nome di un profondo umanesimo che recuperi il nostro valore in quanto creature divine, per quanto fallibili e predatorie. Nei diciassette saggi di questa raccolta, Robinson spazia - con la profondità e la limpidezza che i suoi lettori hanno imparato a conoscere - lungo un ampio spettro di temi: dalla capacità dei grandi pensatori del passato (Calvino, Locke, Shakespeare) di influenzare e guidare le nostre vite, all'ascesa di un'élite autoproclamatasi tale, che rischia di corrompere la vita politica e religiosa degli Stati Uniti, allontanandola dai valori della democrazia e della fede. Una lettura indispensabile, per comprendere e apprezzare ancor meglio la lucida visione che ha ispirato romanzi memorabili come Gilead e Lila, e per guardare con nuova consapevolezza l'America e la crisi profonda che ne sta prosciugando il sogno.

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Umanesimo


L’umanesimo è stato il vanto speciale del Rinascimento. Il recupero, la traduzione e la divulgazione delle letterature dell’antichità suscitarono un nuovo entusiasmo, mettendo in mostra con grande vividezza le imprese e quindi le capacità del genere umano, con conseguenze per la civiltà che vanno ben oltre ogni immaginazione. Le discipline che accompagnarono questo risveglio, la padronanza delle lingue classiche, la riverente attenzione per poeti e filosofi pagani, lo studio della storia antica e l’adattamento di forme antiche a fini moderni, benché recassero tutti il segno delle loro origini, sono stati per secoli le solide fondamenta dell’istruzione e della cultura, fino a un passato molto recente. In forme attenuate, ampliate e adattate, queste passioni rinascimentali continuano a vivere in mezzo a noi negli studi umanistici che, ci dicono, ormai hanno perso importanza e sono a rischio d’estinzione. A quanto pare, viene messa in dubbio la loro utilità, nonostante siano stati al centro del sapere per tutto il periodo della straordinaria prosperità materiale e intellettuale della civiltà occidentale. Oggi, più che corredare e raffinare il pensiero, ci interessa creare e padroneggiare tecnologie che apporteranno incrementi misurabili del benessere materiale, almeno a chi le crea e le padroneggia. Oggi, più che interessarci allo studio della magnifica mente, siamo tutti presi dalla tensione di mantenerci in vantaggio su qualunque cosa riteniamo ci stia incalzando. Oppure siamo semplicemente intenzionati a sottrarci all’entropia spettrale. Comunque sia, lo spirito dei tempi è caratterizzato da una mesta urgenza, molti di noi preparano se stessi e i loro figli a essere il mezzo di fini imperscrutabili che non ci appartengono nel modo più assoluto. In un clima simile sembra davvero che ci sia ben poco spazio per gli studi umanistici. Costituiscono una pessima preparazione alla servitù economica. Questo spirito non è la conseguenza bensì la causa dell’attuale stato delle cose. Abbiamo altrettanti buoni motivi di rallegrarci per la genialità umana di qualsiasi altra generazione che sia mai esistita.

L’antidoto alla nostra tristezza va ricercato nella scienza contemporanea. Potrà sembrare una posizione improbabile da cui difendere gli studi umanistici, e di certo non è mia intenzione sottovalutare l’arte, la letteratura, la musica o la filosofia contemporanee. Ma è difficile riconoscere lo spirito di un periodo che non è ancora trascorso. Milton, Bach, Mozart conobbero lunghi periodi di oscurità, iniziati prima che la loro vita avesse fine. Alla luce della storia, la nostra politica forse apparirà costellata di trionfi nell’arte di governare, anche se oggi ci sembra alquanto improbabile. Per contro, oggi come oggi, la scienza può vantare risultati e intuizioni credibili, per quanto incerti. Il secolo scorso e l’inizio di quello attuale hanno indubbiamente trasformato la comprensione dello stesso Essere. non è il termine giusto, poiché la misteriosa antica categoria dell’Essere, fondamentale per tutta l’esperienza passata, presente e futura, è tutt’altro che compresa. Tuttavia, i termini in cui allo stato attuale si può tentare una comprensione sono cambiati radicalmente, e questa è di per sé un’informazione di grandissimo impatto. Il fenomeno che va sotto il nome di correlazione quantistica, relativamente vecchio come teoria, e dimostrato in modo esauriente nella pratica, solleva questioni fondamentali sul tempo e sullo spazio, e quindi sulla causalità.

Le particelle «correlate», non importa quanto distino fra loro, subiscono gli stessi cambiamenti simultaneamente. Questo fatto costituisce una sfida ai nostri più radicati abiti mentali. Tentare di immaginare un evento qualsiasi che abbia luogo al di fuori dei vincoli della posizione e della sequenza è già abbastanza difficile. Poi c’è il problema di concepire un universo in cui gli antichi riti di causa ed effetto sembrano una grossolana forma di inefficienza accanto all’eleganza e al gioco di destrezza che operano con discrezione oltre la portata di tutto tranne che della più rarefatta deduzione e osservazione scientifica. Per quanto pervasiva e solida sia o non sia, la correlazione implica un cosmo che si rivela o emerge sulla base di principi i quali presentano ben poca analogia con l’universo del senso comune. In questo è sostenuta dalla teoria delle stringhe, che aggiunge sette dimensioni compatte alle quattro che conosciamo. E ovviamente queste quattro appaiono di colpo inconsistenti quando si mette in discussione la natura fondamentale del tempo e dello spazio. La matematica, l’ontologia e la metafisica sono diventate una cosa sola. Al confronto, l’universo di Einstein sembra meccanicistico, e quello di Newton l’opera di un dilettante. Se Galileo sconvolse il mondo rimuovendo, per così dire, il sole dal suo posto, allora questo esercito poliglotta di matematici e cosmologi che propone di continuo nuovi motivi per nuove concezioni della realtà assoluta dovrebbe abbagliarci tutti, liberandoci finalmente dal cerchio del compasso del vecchio Urizen. Ma non siamo liberi.

Non vi è arte o disciplina per la quale la natura della realtà sia irrilevante, perciò un’ontologia di qualche sorta, se non espressa, viene sempre data per scontata. Questioni importantissime potrebbero essere altrettanto irrisolte oggi di quanto lo sono state dai tempi in cui i babilonesi cominciarono a osservare le stelle, ma alcune discipline sono tuttora profondamente riposte in un modello di realtà tanto semplice e ristretto quanto il riduzionismo ideologico è in grado di renderlo. Potrei menzionare una scuola economica di grande spicco, insieme alla sua antropologia. Invece prenderò in considerazione una specie di scienza. Lo studio del cervello e della coscienza, della mente e dell’io – collegato alle cosiddette neuroscienze – propugna un modello di funzionamento mentale semplice, dal punto di vista causale, quanto una partita di biliardo, e questo gli basta per darsi delle arie. Non è assolutamente correlato alle scienze che si occupano di ontologia. I cambiamenti più singolari e importanti del secondo elemento, l’ontologia, non ne provocano nessuno nel primo, le neuroscienze, né simultaneo né ritardato. Il succo delle neuroscienze è che gli avverbi e sono in grado di esorcizzare le mistificazioni che hanno sempre circondato le operazioni della mente/cervello, mettendo a nudo il meccanismo che in effetti produce l’emozione, il comportamento e compagnia bella. Quindi, mentre le indagini sull’essenza della realtà rivelano ulteriori sottigliezze, linguaggi relazionali che sono una novità assoluta per la nostra comprensione, le neuroscienze ci dicono che l’oggetto più complesso di cui siamo a conoscenza, il cervello umano, può essere spiegato adeguatamente in termini di attivazione di «pacchetti neuronali», di cui l’evoluzione ha provvisto l’organismo per assistere l’omeostasi. La stupefacente complessità della singola cellula viene considerata con grande attenzione in altri ambiti scientifici, mentre le neuroscienze si ostinano a proclamare il cervello, questa stessa complessità oltremodo composta, una cosa sostanzialmente semplice. Se fosse vero, se questo oggetto assai complesso e vitale si prestasse a essere tradotto in una semplicità effettiva di cui il mondo vivente non sembra fornire alcuna analogia, sarebbe senza dubbio una delle meraviglie della natura.

Le neuroscienze si avvalgono, come risorsa principale, della tecnologia che cattura immagini dei processi che avvengono all’interno del cervello vivente. La paura illumina una determinata area, quindi è una funzione di quell’area, che si è sviluppata allo scopo di mantenere l’omeostasi. Prepara l’organismo a lottare o a fuggire. Bene, benissimo. Ma raramente la paura è priva di un contesto. C’è chi ha il terrore dei ragni, dei dentisti, del Giudizio universale, dei germi, di parlare in pubblico, del numero tredici, degli extraterrestri, della matematica, dei tipi in felpa con cappuccio, dello smascheramento di un’impostura commessa in passato. Ciascuna di queste paure è frutto delle circostanze, della storia e delle condizioni di salute di un particolare cervello. Identifica la minaccia interpretando un ambiente in termini molto individuali. Le paure, e non una minaccia astratta, innescano l’allarme, e sono frutto di parti del cervello che non si illuminano durante un’approfondita indagine tecnologica e che, se lo facessero, sfuggirebbero all’interpretazione. Se non vengono prese in considerazione, la sola dimostrazione di un’eccitazione ha poco valore descrittivo e nessun valore previsionale. Una persona spaventata può prendere una pillola, svenire oppure scatenare il finimondo. Gli assunti che sottendono l’idea secondo la quale la natura della paura e gli impulsi che innesca potrebbero essere resi leggibili o generalizzabili per gli scopi dell’ dovrebbero escludere la complessità: il fattore che introduce l’ipseità e tutti i misteri che l’accompagnano. In tutta franchezza, però, i neuroscienziati sembrano assai soddisfatti della tecnologia di cui dispongono, e traggono deduzioni disinvolte dai dati che produce. Perfezionamenti che introducessero complicazioni potrebbero non essere graditi.

Tutto questo sembra un chiaro esempio di scienziati che prendono come tutta la realtà quella parte di essa che i loro metodi sono in grado di riportare. Questi metodi sono tanto una questione di vocabolario quanto di tecnologia, sebbene l’uno e l’altra interagiscano e si corroborino a vicenda. Ecco un esempio. I neuroscienziati sembrano predisposti a concludere che l’...



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