Roorbach | BEEP | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 285 Seiten

Roorbach BEEP


1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5649-192-6
Verlag: Mattioli 1885
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 285 Seiten

ISBN: 979-12-5649-192-6
Verlag: Mattioli 1885
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Mentre cerca di addentrarsi nella foresta pluviale della Costa Rica per trovarsi una compagna, una dolce e graziosa scimmietta, Beep, s'imbatte in Inga, una gentile adolescente americana, in vacanza con la famiglia. Senza averne l'intenzione, Beep si ritroverà a Manhattan con lei. Qui, con il suo prezioso aiuto, Beep riesce a cambiare il destino del mondo e a trovare l'amore. Il cast di attraenti e perspicaci animali che popola il romanzo ha molto da raccontare sull'umanità e sulle divisioni che ci caratterizzano, sulle nostre città alienanti, le nostre strane abitudini, la nostra follia, ma anche sulla nostra bellezza e sulle nostre promesse incompiute. Incalzante, ma mai pedante, di fronte alle crescenti minacce a cui è sottoposto il nostro pianeta, attraverso il personaggio di Beep troviamo l'ispirazione per smettere di essere la causa del problema e cominciare a essere la soluzione - senza dimenticarci di amare e ridere, sempre.

Bill Roorbach (1953) è un autore statunitense originario del Maine, dove vive con la famiglia. Con le sue opere è diventato un vero e proprio fenomeno letterario negli Stati Uniti. Tra le più famose ricordiamo: The Remedy for Love, arrivato in finale per il Premio Kirkus, il bestseller Vita fra i Giganti, la collezione di racconti brevi Big Bend, vincitrice del Flannery O'Connor Award. Roorbach ha ricevuto borse di studio dalla Fondazione Civitella Ranieri e dalla National Endowment for the Arts. Le sue opere sono apparse su diverse importanti riviste statunitensi, tra cui Harper's, New York Times Magazine, The Atlantic, The New York Times Book Review.
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Capitolo due


Negli ultimi tempi sono parecchio irrequieto. Le zie mi osservano e dicono: Beep è irrequieto. Mamma, che si chiama Peep – tutta mia per tre stagioni delle piogge – all’improvviso ha un neonato al seno, il mio seno, e anche sulla schiena quando viaggiamo, la mia schiena. Così la mamma-mia-mia mi respinge e per scherzo dice che sono una scimmia-délinquant e sapete una cosa, mi sento proprio così, pronto a maledire tutte le cugine che mi puntano contro il loro sedere per insultarmi! Anche le zie sono cattive con me, come se non fossi più la Dolce-Beep ma uno dei tanti vecchi zii che passano il tempo a meditare in solitudine.

Allora, vado dal saggio che ha visto molte stagioni delle piogge, una per ogni dito delle zampe – immaginate quanto è vecchio il vecchio saggio! – e gli parlo della mia irrequietezza, della mia agitazione, della mia mente agité.

E il vecchio saggio mi fissa negli occhi per un lungo e imbarazzante momento e poi dice:

“Quando avevo la tua età ho lasciato la mia compagnia nell’entroterra e mi sono arrampicato sulle cime degli alberi completamente solo per dieci lunghi tramonti. Immagina quindi quanto lontano, immagina quanto grande fosse quest’acqua quando l’ho avvistata per la prima volta dall’Albero Ventoso! Io, il tuo antico zio, non avevo mai assaggiato l’acqua del mare salato! E questa compagnia – che ora è la mia – è arrivata la mattina dopo per i giorni dell’Albero Ventoso, e c’era una giovane femmina in particolare che odorava di Nuovo Mondo e da allora, come vedi, sono rimasto qui dove siamo noi oggi, e ora intorno a me ci sono i miei figli e i miei nipoti e i miei pronipoti e persino i pro-pro… e tu sei uno di loro.”

“Come pensavo.”

“È tempo di urinare come fanno gli adulti! Urinare sulle tue mani e sui tuoi piedi e lasciare il tuo segno ovunque tu vada. Hai visto come si fa, ma non puoi farlo qui, perché questo è il mio territorio, dove io lascio il mio segno, e anche i tuoi altri vecchi zii, quando glielo lascio fare, e siamo in troppi, e le signorine troppo poche, tutte già pretese da qualcuno, da due e tre di noi, e alcune di loro da molti di più. Noi zii aspettiamo le nuove femmine, sappiamo che arriveranno. Arriveranno dalle altre vecchie compagnie dell’entroterra, e alcune potrebbero aver visto le colline, o venire dal fiume, da quella parte, e un giorno ne arriverà una che ha visto la montagna fumante, persino l’oceano all’alba, e le linee verticali degli ambulantes, quelle che si sviluppano in modo incontrollato, tutti angoli retti che si innalzano e che io chiamo angoli sbagliati, e quella scimmia sarà la regina, perché riunirà le antiche compagnie.”

“Oh, zio, queste sono solo leggende e non abbiamo una regina.”

“Leggende, eh? Hai visto le enclaves degli uh-uh-mani? Tutte quelle scatole!”

“Le enclaves?”

“Le loro abitazioni, i loro raduni!”

“Ah, intendi i vil-agi?”

“Sì, i vil-agi. Hanno separato ancora di più il regno delle scimmie! Persino io ho visto posti dove gli uh-uh-mani sono così numerosi e le loro abitazioni così ammassate che nessun albero può crescere – o nessuno di una certa dimensione almeno – e così nessuna scimmia può passare. E tu li hai visti uccidere gli alberi. L’hai visto alla svolta dell’acqua.”

Non indicò, ma inclinò solo la testa, puntando lo sguardo in quella direzione.

“Hanno reso il terreno duro” dissi.

“E caldo-caliente.”

“Ho visto delle colline” dissi.

“Mi ricordo. Eri con noi quando la frutta non arrivava e ci avventurammo laggiù. Ed è lì che andrei se fossi al tuo posto adesso, se fossi di nuovo giovane, di nuovo sulle colline, fin dove le braccia e le gambe e la foresta possono portarti. Mi cercherei una delle compagnie dell’entroterra, una delle signore dell’entroterra, stanche degli zii dell’entroterra e marchierei il territorio, mi farei una mia nuova compagnia. E allora forse i tuoi bambi-ini continueranno verso l’alba quando sarà il loro turno, e poi i bambi-ini dei tuoi bambi-ini, e poi ancora altri e altri attraverso le generazioni, sempre verso il mattino, e finalmente il nostro clan si unirà di nuovo. Perché, quando ciò accadrà, il grande universo cambierà. Vedrai. E ci sarà una regina. Vedrai.”

Aveva parlato in modo grandioso. In modo da ispirarmi. Ma sapevo cosa stava combinando il mio vecchio saggio trisavolo. Stava cercando di sbarazzarsi di me come aveva fatto con qualsiasi giovane maschio che raggiungeva la maggiore età.

“Ma quando?” dissi. “Quando ci andrò?”

“Oggi è sempre il giorno giusto.”

Ecco la saggezza del saggio.

Quindi tornai da mamma per salutarla, ma mamma si limitò a rimproverarmi. Aveva il piccolo che dormiva aggrappato allo stesso seno su cui una volta dormivo io. E tornai dalle mie zie, che erano tutte in alto sull’albero del giorno a causa di un’ondata di gustosi insetti rosati, e mi voltarono le spalle. E dai miei cugini, che non erano più tanti come un tempo perché uno alla volta erano usciti nella grande foresta verso qualunque cosa ci fosse oltre, vale a dire altra foresta, per quanto avevo visto, o altri fitti raduni di uh-uh-mani, e dopo di che solo montagne invalicabili – sempre se volevi credere alle leggende – montagne piene delle grida di tutte le cose spaventose del mondo. Animali che non conoscevamo. Uccelli che mangiavano scimmie, diceva Popò. E a questo una scimmia ci credeva, perché uno dei nostri vecchi zii era stato portato via solo una manciata di stagioni prima, mordendo e scalciando per tutto il tragitto, ed era morto quando era caduto, fatto a pezzi e mangiato, lì dove giaceva, da quel becco selvaggio. E dall’alto del cielo aveva gridato – lo avevano sentito tutti, le scimmie di quella generazione, molte ancora lì presenti fra noi: “Vedo la montagna fumante!”

Ora il branco intona proprio questa frase quando una scimmia è molto malata: Vede la montagna fumante.

Forse sarò io a vedere la montagna fumante ma a restare in vita e tornerò per raccontare la storia con una scimmia femmina al braccio! Una regina, e perché no?

La famosa scimmia Laugh mi abbracciò forte. Lei sarebbe rimasta: una nuova scimmia maschio l’aveva reclamata, e il suo nome era Blue. Blue si lasciò cadere dall’altezza del trespolo del giorno, un grande albero di mango in fiore.

“Sento forse odore di urina sulle tue mani?” urlò.

Scoppiai a ridere, ma era vero, l’impulso era stato indescrivibile.

Laugh era la scimmia con cui più di ogni altra avrei voluto accoppiarmi: coda lunghissima, mani fini, collo lungo, occhi grandi e divertiti, un profumo inebriante. Ma era la mia sorella maggiore.

“Vado a cercare la montagna fumante” dissi.

E mi rimproverarono, mi rimproverarono, mi voltarono le spalle. E mi arrampicai più in alto che potevo, più in alto del ramo più alto che potesse sorreggermi. Ci stavo sopra, alto, mentre ondeggiava, l’oceano da un lato, il fiume dall’altro, e altro oceano da un altro lato ancora. Ma c’era la foresta verso il lato dell’alba, e la promessa delle sue colline. Così procedetti in quella direzione, mentre sentivo svanire dietro di me le proteste di Laugh e Blue, e di tutti i cugini, e delle mie zie, e dei vecchi zii, e persino di mia madre.

Poi l’ombra di un uccello predatore mi spinse a rifugiarmi di nuovo sotto la volta delle piante, di nuovo sano e salvo nel mondo delle scimmie.

Corsi a quattro zampe lungo i rami più lunghi e avanti-avanti verso i rami intrecciati, saltando ogni fessura, tenendo d’occhio i serpenti, i gatti giù a terra, le terribili formiche proiettile e gli scorpioni, le rane velenose, e gli uh-uh-mani (specialmente gli ambulantes!), mi dondolai sulle braccia e volai attraverso le fessure – brachiazione,1 è così che si chiama – usando la coda per tenermi in equilibrio, lasciandomi cadere, arrampicandomi, le zampe veloci e le dita ancora più veloci nel cercare cose buone da mangiare: una specie di cavalletta che mi piace molto, e termiti, e qua e là una lucertola blu, di quelle lente nel muoversi e che hanno un sapore migliore. E negli interstizi dei rami, bevvi sorsi d’acqua. Si trovava tutto, a parte un posto dove riposarsi.

E così, con il sole pomeridiano alle mie spalle, viaggiai in alto nella volta delle piante come fanno le scimmie più audaci, saltando, oscillando, tuffandomi, arrampicandomi, facendomi strada verso l’alba. Possa l’alba sempre stare lontana! Era una preghiera di viaggio degli zii, non la mia in quel momento. Cinque alberi, altri cinque, le ignobili costruzioni degli ambulantes sotto di me ora, una scatola e...



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