E-Book, Italienisch, 416 Seiten
Rossi Una birra a Kathmandù
1. Auflage 2015
ISBN: 978-88-6059-166-1
Verlag: POLARIS
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
note di viaggio dal Nepal
E-Book, Italienisch, 416 Seiten
ISBN: 978-88-6059-166-1
Verlag: POLARIS
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Reportage di un lungo viaggio compiuto nella Valle di Kathmandù, costeggiando a nord-ovest la dorsale himalayana e spingendosi sino al Terai ed il Chitwan. Uomini, paesaggi, percorsi, storia, architetture e filosofie del Nepal odierno, tetto del mondo e meta del viaggio per antonomasia, punto di incontro tra le popolazioni mongole dell'Asia e quelle caucasiche delle pianure indiane; un eden mistico - dove più di 2.500 anni fa nacque Siddharta Gautama, il Buddha - che dalle pendici delle nevi himalayane scivola nelle umide pianure indiane del sud e dove risulta difficile separare la storia dalla leggenda e quest'ultima dal folklore. Massimo cammina in mezzo a yak, sherpa, sadhu, stupa, tuk-tuk, e trekkers , giunge di fronte all'Everest e all'Annapurna, si cala nell'inquinamento folle di Kathmandù e nel suo progresso distruttivo, si muove tra immense risaie, disordini edilizi, la Freak Street, dèi, dèmoni, birra ed alcool artigianale, induisti e buddhisti, hippies reduci e meccanici-filosofi, regole ancestrali, caos, colore, ironia, molti sorrisi e molto dolore, esaminando il quotidiano vivere nepalese e raffrontandolo con gli scritti di Giuseppe Tucci (1894 - 1984), relativi alle spedizioni da lui effettuate dal 1930 al 1956, e quelli di numerosi altri autori come Bernier, Cartier-Bresson, David-Néel, Le Bon, Levi, Maraini, Toffin. Un viaggio facile da programmare, ma difficile da immaginare.
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Prologo
“Qualcuno mi ha domandato che cosa interessa a noi del Nepal. Ed io rispondo: dove c’è un uomo, uno solo, lì siamo anche noi, dove c’è memoria di un passato lì troveremo la modulazione nuova delle stesse illusioni, l’inveramento diverso, ma non discordante, degli archetipi dello spirito umano”.
G. Tucci
Era fin dal viaggio in Tibet di due anni addietro che stava prendendo forma l’idea di recarmi in Nepal. Nel percorso tibetano avevo rasentato i suoi confini e condiviso una cena con un gruppo di giovani sherpa, che mi avevano chiesto cosa sapevo del loro Paese. Già, cosa ne sapevo?
Sherpa - mongoli venuti dal Tibet nei secoli XII e XIV. Sher significa est, e Pa popolo, da qui il loro nome.
Sapevo che era la meta del viaggio per antonomasia, un insieme spirituale e spaziale incastonato tra l’ex Tibet orientale e l’India, “piano inclinato” che dalle più alte vette dell’Himàlaya del nord scivola nelle calde e umide pianure indiane del sud. Sapevo che era una ex appendice esotica dell’Inghilterra ma anche l’unico Paese dell’Asia meridionale a non essere mai entrato a far parte di alcun impero coloniale; che era stato crocevia di scambi commerciali e culturali e punto di incontro tra le culture delle popolazioni mongole dell’Asia, di lingua tibetano-birmana, e le popolazioni caucasiche delle pianure indiane, di lingua indoeuropea. Sapevo che era il terzo Paese più povero dell’Asia, entrato nel mondo moderno solo alla fine degli anni 60 e dove il 33,9% della popolazione viveva con meno di 1,25 dollari statunitensi al giorno. Sapevo che era una terra complessa, dove in 147 mila chilometri quadrati vivono ventotto milioni di abitanti divisi in centoventicinque gruppi etnici diversi, sparsi tra pianure, colline e montagne, che parlano centoventitré lingue e dialetti; che era un luogo di pacifica convivenza tra hindù, buddhisti, animisti, musulmani, sikh e cristiani. Terra di yak, sherpa, yeti e stupa, paradiso dei backpacker e dei trekker, ricco di arte e monumenti, di grandiosi complessi di culto permeati di profonda e autentica religiosità, patrimonio artistico e architettonico unico. Sapevo di Kathmandù, dei suoi templi, dei villaggi disseminati nelle valli, e non potevo non conoscere l’“epopea” della Freak Street, dei magic-bus e del libero amore, narrata nei tanti racconti dei superstiti della mitica Shangri-Là.
Era una terra che, assieme al Tibet, mi aveva sempre attratto per il suo alternarsi di re e regine, amori, matrimoni e incoronazioni, maharajà, principi bambini, mogli fedifraghe, primi ministri intriganti, famiglie e caste in lotta feroce fra loro. La sua storia recente vedeva il massacro della famiglia reale, un violentissimo conflitto armato interno, la fine di una monarchia secolare, il trionfo elettorale del Partito Comunista, il desiderio diffuso di emancipazione e giustizia sociale, la proclamazione della più giovane Repubblica del mondo.
Il Nepal, quest’eden mistico situato alle pendici delle nevi eterne dell’Himàlaya, dove nacque Siddhartha Gautama, il Buddha, e dove esploratori come Giuseppe Tucci si sono mossi quando “il lontano era ancora lontano”. Scrive quest’ultimo, nel resoconto della spedizione effettuata nel 1952:
“Il Nepal è dunque uno dei paesi più vari e complessi dell’Asia: ricco di colore ma anche di dolore. Sotto la vivacità dei vestiti e l’allegria chiassosa dei bazar si cela come un’angoscia, il presagio di un malfido corruccio della natura; l’avverti in ogni simbolo o forma. Sotto il sorriso e lo splendore delle cupole dorate dei templi incupisce la mole rossiccia delle cappelle senza finestre, impenetrabili: le porte non aprono un mistero ma lo difendono”. (G. Tucci, Tra Giungla e pagode, Libreria dello Stato, Roma, 1953)
Per tutto questo, e spinto da quelli che Jeff Grenwald11 definisce come “pruriti e pizzicori al ventre molle dell’inconscio”, ho prenotato un volo della British Airways da Londra per Delhi e un Jet Airways per Kathmandù, e sono partito. Alla ricerca di altre domande, sapendo in fondo ben poco di un posto dove non ero mai stato, e per un viaggio del quale avevo tracciato le percorrenze ma non i tempi. Un viaggio facile da programmare, ma difficile da immaginare.
Circa un mese dopo
Sono rientrato da poco a Kathmandù, dopo un passaggio su un “kathmanbus” Tata asmatico, colorato e pieno zeppo (anche sul tetto) di persone di una allegria contagiosa, capre e galline. Ho vagato per lungo tempo in una terra complessa, tra i templi, i monasteri, la Valle, l’alta montagna, i villaggi, percorrendo le Highway solo di nome e le stradine di Patan, Bhaktapur, Bungamati, Kirtipur, Ghorka, Bandipur, Sarangkot, Lumbini e decine di altri villaggi; sedendomi nelle piazze principali a osservare ed essere osservato, chiudendo le serate con un bicchiere di birra o di alcool artigianale e giungendo sino al Terai e il Chitwan. Il tutto tra templi perfettamente conservati o cadenti, persi tra le campagne o sepolti da disordini edilizi, tra immense risaie terrazzate o discariche improvvisate, tra l’aria frizzante dell’Annapurna o quella bruciata dai gas di scarico lungo la Prithvi o l’Araniko Highway, e in mezzo al festival del Dashain, dove per festeggiare la vittoria della dèa Durga sulle forze del male si dà il via alla mattanza di decine di migliaia di animali.
Il Dashain commemora la grande vittoria degli dèi sugli spiriti maligni. Una di queste vittorie è raccontata nel Ramayana, dove il dio Ram, dopo una cruenta lotta, sconfisse e annientò Ravana, il crudele re dei dèmoni. Si racconta che Ram ebbe successo in battaglia solo quando la dèa Durga venne invocata ed evocata. La celebrazione del festival glorifica il trionfo del bene sul male, simboleggiato dalla dèa Durga mentre uccide il terribile dèmone Mahisasur, che terrorizzava la terra con le sembianze di un bufalo indiano. Durga (l’inaccessibile) è una delle molte forme di Shakti, spesso identificata come moglie di Shiva. Secondo il mito Durga fu creata con le fiamme che uscirono dalle bocche di Brahma, Vishnu, Shiva, e di altre divinità minori, per la battaglia in cui sconfisse il demone Mahisasur. Nacque adulta e bellissima, pur presentandosi ai suoi nemici con una forma terribile. Viene spesso raffigurata mentre cavalca un leone o una tigre, e con otto o dieci braccia, in ognuna delle quali porta una delle armi degli altri dèi, cedutale per la battaglia contro il bufalo-demone.
Ho toccato con mano l’accelerazione di una storia, tradizionalmente e culturalmente impostata sulla lentezza, verso un progresso distruttivo. Il tutto sotto gli occhi vigili del Buddha, che scrutano in ogni direzione guidando le umane vicende, e a cui fanno da sfondo le vette più alte della terra.
Esco dall’albergo in Kantipath Road e scendo poi lungo una strada senza nome, in direzione della Durbar Square. Passo accanto agli incensi fumanti di un microscopico tempietto, uno dei tanti che sbucano nei posti più impensati, messi lì da gente comune che si dedica al proprio dio prima di una normale giornata di lavoro e si sente libera di cercare il rapporto col divino nei posti che ritiene più consoni. Il divino che è in ogni cosa, in ogni luogo e dentro l’uomo, come attesta la famosa parola hindi a valenza spirituale “namasté” (onoro il divino che è dentro di te), sempre pronunciata unendo i palmi delle mani con le dita rivolte verso l’alto, all’altezza del petto, del mento o della fronte, e facendo al contempo un leggero inchino col capo.
Scriveva Tucci: “Dato quest’ambiente saturo di fede e di superstizione, è naturale che il Nepal pulluli di templi più che qualunque altra regione a me conosciuta della pianura indiana. Ce n’è di tutte le età e di tutte le dimensioni. Dai grandi templi a pagoda alle piccole celle e ai minuscoli santuari lungo le strade o rintanati negli angiporti. E poi, qualunque luogo consacrato da una tradizione religiosa o da una leggenda, può essere oggetto di venerazione e di ritrovo di fedeli. Prime fra tutti le pietre, scialagrama; se ne vedono per ogni dove e si distinguono immediatamente per il rosso carminio di cui sono cosparse”.
Attraverso lentamente Durbar Square, brulicante di gente che va e che viene, passo di fronte alle sue pagode, saluto Shiva e Parvati sempre alla finestra del loro tempio in un abbraccio malizioso, sfioro il Kumari Bahal, il palazzo dove vive, dai sette anni fino alla pubertà, la Kumari, la bambina venerata come una dèa e, giunto all’imbocco della Ganga Path, svolto a destra sedendomi a un bar della Jochhne (Freak) Street poco lontana, in mezzo a gente che non mi appare estranea e a hippy reduci, con jeans e capelli bianchi, che vengono dritti da quarant’anni prima. Chiedo, con un namasté diventato ormai istintivo, una birra Nepal Ice o Everest, possibilmente fredda. Mi piace sorseggiarla lentamente e stare a osservare la vita che mi scorre intorno, cercando di vederla da diverse angolazioni, provando a immaginare le storie che mi passano accanto e gustando quel senso di libertà che deriva dall’essere in posti dove non conosci nessuno, dei quali hai solo letto in libri altrui, così come ho fatto per buona parte del mio viaggio. Potrei rimanere qui per ore, mentre passa tutta l’umanità a colori: portatori con i loro pesantissimi pacchi, santoni itineranti, tuk-tuk, mendicanti, venditori di hashish o di balsamo di tigre, scimmie perplesse, moto sguaiate, bambini vestiti tutti uguali di ritorno dalla scuola, uomini e donne che si recano ai templi a pregare e lasciare le...




