Ruju | Un caso come gli altri | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 256 Seiten

Reihe: Piemonte in noir

Ruju Un caso come gli altri


1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-7707-809-4
Verlag: Capricorno Edizioni
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 256 Seiten

Reihe: Piemonte in noir

ISBN: 978-88-7707-809-4
Verlag: Capricorno Edizioni
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Un caso come gli altri. In un commissariato del Nordovest, due giovani donne siedono una di fronte all'altra in una stanza chiusa, dalle scabre pareti di cemento grezzo. Annamaria è la vedova di Marcello Nicotra, potente boss della 'ndrangheta trasferito al Nord, dove da anni gestisce i traffici delle famiglie calabresi. Davanti a lei c'è Silvia, sosti tuto procuratore della Repubblica, che la deve interrogare per scoprire le circostanze, nient'affatto chiare, in cui è morto il marito. Le due donne si affrontano, si studiano, in un campo-controcampo serrato, fatto di silenzi, tensione crescente, spasmodica attesa. Poi, pian piano, il muro di diffidenza s'incrina e Annamaria comincia a raccontare. Dall'inizio. Una storia d'amore e di morte. «'Mi chiamo Silvia Germano. Sono il sostituto procuratore assegnato al suo caso. Questo è solo un interrogatorio preliminare, ma devo informarla che tutto quello che diremo verrà filmato e registrato.' Accenna con un gesto al registratore e alla telecamera sulla parete, poi si china leggermente in avanti , gli occhi verdi piantati di nuovo in quelli della donna. 'Ha capito bene?' 'Ho capito.' La Germano preme il pulsante del registratore, lasciando che le bobine raggiungano la giusta velocità. L'era digitale non è ancora arrivata in quegli uffici, pensa con una certa amarezza. Poi tira fuori un altro foglio dattiloscritto e legge al microfono le prime righe. Fa tutto parte del rituale. Il solito, vecchio rituale, che lei conosce a memoria. E quelli sono solo i preliminari. La partita, la partita vera, comincerà più tardi. 'Testimonianza della signora Ferraro Annamaria, vedova Nicotra...'» Una suspense che nasce dagli sguardi, dai respiri delle due donne. Da quella stanza soffocante usciranno entrambe cambiate per sempre. Quasi un noir «da camera». Tutto al femminile. Magistrale.

Pasquale Ruju. Soggettista e sceneggiatore di Sergio Bonelli, ha scritto oltre duecento storie per Tex, Dylan Dog, Nathan Never, Dampyr, Martin Mystère. Oltre a Un caso come gli altri, ha pubblicato tre noir appartenenti al ciclo di Franco Zanna, fotoreporter- investigatore in una Sardegna sospesa tra le asprezze della Barbagia e la sfacciata ricchezza della Costa Smeralda: Nero di mare, Stagione di cenere e Il codice della vendetta, tutti pubblicati per E/O. Dal 2021 è ideatore e direttore artistico del festival di cultura noir Dora Nera di Torino.
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1.


Una stanza.

Spoglia, pareti di cemento grezzo, l’aria condizionata insufficiente a stemperare il caldo torrido di luglio. Eppure la vedova non pare farci caso. Pallida, quasi immobile, se ne sta lì, seduta dietro un largo tavolo metallico inchiodato al pavimento. Senza dire niente, senza fare niente. Una telecamera fissata in alto, sulla parete di fronte a lei, rimanda a qualche schermo di controllo ogni suo più piccolo movimento, ogni cambio d’espressione, ogni sospiro. Cercano di capire che cos’abbia in mente, là fuori. Cercano di capire perché ha fatto quello che ha fatto. Vogliono rendersi conto.

Rendersi conto, già, pensa lei. Come se fosse facile.

Come se fosse facile comprendere quel desiderio bruciante, invincibile… Quel desiderio che ancora adesso…

Basta, dice la vedova a se stessa. Meglio non ripensare a certe cose.

Si chiama Annamaria e ha trentasette anni. È ancora bella, anche a guardarla da un freddo monitor di sorveglianza. Belle le mani lunghe e sottili, bello il volto regolare, splendidi i folti capelli corvini, anche ridotti a macchie in bassa definizione. Tiene gli occhi fissi sul piano del tavolo e solo di tanto in tanto, forse inconsapevolmente, si tormenta le mani.

Non piange. Sa che non lo farà. Non darà loro questa soddisfazione.

Ha davanti un microfono, collegato a un registratore. Roba antiquata ma efficiente, servita certo migliaia di volte fino a oggi. Davvero, pensa ancora Annamaria, chissà quante storie in quelle bobine. Quanti incubi, quante sofferenze. Quanti rimorsi.

Presto anche lei ci aggiungerà la sua parte. O forse no. Non i rimorsi, almeno.

Non ce ne saranno, di quelli.

Tempo.

Quanto ne sarà passato? Due ore? Tre?

Non saprebbe dirlo. Le hanno portato via l’orologio, insieme ai pochi gioielli che indossava, dopo averle fatto firmare una ricevuta. Sta perdendo la cognizione del tempo, e forse è proprio quello che vogliono. È una strategia per indebolire le sue difese. Sarà più facile, dopo, indurla a confessare. O forse non c’è nulla di premeditato, magari la persona assegnata al suo caso è semplicemente in ritardo. Ma lei ha visto troppi film, letto troppi libri. E fatto troppi, troppi cattivi pensieri per poterlo credere.

A un tratto la porta metallica sulla parete di fondo si apre. L’uomo che entra è un ispettore in borghese, robusto, quarant’anni. Lo stesso che ha accompagnato Annamaria in quella stanza, poche – o tante? – ore prima.

Com’è che si chiamava? Accidenti, non le viene il nome. Il cognome, cioè, ovvio che il nome non l’ha detto. Che stupida. Moretti? No, Morelli.

Morelli, giusto, è sicura.

L’ispettore Morelli dunque prende la parola. Voce roca da fumatore ma non ostile, anzi, calda, rassicurante perfino, in qualche modo. Non sembra cattivo, Morelli, o magari lo fa apposta. Gli sarà toccata la parte dello sbirro buono.

No, basta. Troppi film, troppi romanzi. Calma, Annamaria, stai calma.

«Ancora un po’ di pazienza. Il sostituto procuratore non tarderà oltre.»

La guarda con un certo imbarazzo. Deve aver preso informazioni su di lei. Ora conosce meglio il suo caso, sa chi è e che cosa ha fatto. La prima volta che l’aveva vista, invece, si era limitato a valutare il suo corpo. Senza vera malizia, in maniera del tutto automatica, sia chiaro. Non giovanissima, ma appetibile, doveva aver concluso. Lei aveva sostituito mentalmente la parola «appetibile» con «scopabile». Per uno come Morelli le sembrava più nel personaggio. Se n’era accorta, ovviamente. Ogni donna se ne accorge, quando succede, e ogni donna fa finta di nulla. Da che mondo è mondo.

E poi, in quei momenti, aveva ben altro a cui pensare.

«Vuole qualcosa nel frattempo? Un bicchiere d’acqua, un caffè?»

Insiste, Morelli. Sbirro buono, decisamente.

«No, grazie.»

«Allora parla! Buon segno.»

Sta proprio davanti a lei, ora. Grande e grosso, quasi incombente. Sorride. Ha cercato il tono giusto per allentare la tensione. Annamaria alza gli occhi, incontra quelli di lui, tranquilli, azzurri come un cielo d’estate. Famiglia del profondo Nord, a giudicare dall’accento. Non Piemonte, Lombardia forse. La parte verso il Veneto. Morelli sospira, non regge la pausa.

«Facciamo così, ora io vado fuori», dice voltandole le spalle, senza smettere di parlare. «Se ha bisogno di qualcosa, bere, usare il bagno, bussi pure alla porta. E può chiamare il suo avvocato in qualunque momento lo desideri.»

«Non importa, grazie.»

«Lo so, gliel’avevo già chiesto, ma…»

«Grazie, ispettore.»

L’ha detto in tono secco, Annamaria. Definitivo.

Grazie, ispettore, mio Dio. Suona come una battuta da fiction. Si sente stupida, ma non le viene da sorridere.

Stupida e triste. Brutta combinazione, cara mia.

Morelli non replica, attraversa la stanza in due o tre passi – ma quanto è grande quell’uomo, pensa lei – e infila la porta, chiudendosela alle spalle. Senza sbatterla, con delicatezza.

Grande, ma bene educato. Qui non c’entra lo sbirro buono, c’entra più il bambino che voleva fare le cose per bene, dare soddisfazione alla mamma. E che crescendo non ha scordato le buone maniere. Non ne restano molti così. Non nel mondo da cui viene Annamaria, per lo meno.

Ripensa a Daniele, al Catanese. A Paolo. A Marcello.

Anche Marcello era un uomo grande, robusto. Si faceva precedere dal suono dei suoi passi, dalla camera accanto, dalle scale, dalla strada perfino, in certi giorni.

Ma le somiglianze con Morelli terminano qui.

Decisamente.

L’ispettore lascia la stanza, inquieto. Si sente strano.

Quella donna, lei lo fa sentire strano.

Non ha niente del tipo di persona che dicevano fosse. No, sembra seria, tranquilla, appena un po’ triste. E bella, cazzo se è bella. Perfino uno come lui, che in vent’anni di servizio credeva di averle viste tutte, ne è rimasto turbato.

Via, via, meglio lasciarli perdere certi pensieri.

Raggiunge la macchinetta del caffè. L’espresso che esce da quell’aggeggio fa schifo, è cosa nota a tutti, ma ora ne sente il bisogno. E mentre sta lì ad aspettare che si riempia il bicchierino di carta vede la Germano entrare in commissariato.

Tutto l’opposto della donna nella sala interrogatori, la Germano. Magra, alta, atletica, austero tailleur grigio acciaio, capelli biondo cenere raccolti con cura. Unica nota di colore, gli occhiali griffati color rubino, che mettono in evidenza un paio di occhi verdi da gatta. Occhi intelligenti, a volte glaciali, di una che sa farsi rispettare. E Morelli la rispetta, accidenti a lei. Eccome se la rispetta. Non ha mai dato peso alle battute di certi colleghi, quando dicevano che il nuovo sostituto procuratore – bella figa, peraltro – andasse in giro con una scopa piantata nel didietro. Discorsi da caserma, ai quali evitava di partecipare. Non gli sarebbe piaciuto, dopo, incontrare quegli occhi da gatta. Capace che gliele avrebbe lette nel pensiero, certe cose. E lui è uno sbirro dall’animo semplice, ha moglie e figli a casa. In definitiva vuole solo fare il suo dovere. E campare tranquillo.

«Sì. Sono arrivata adesso negli uffici della questura. Mi occupo io di tutto, sì.»

La Germano è al cellulare. Riferisce a uno dei pezzi grossi, sicuro come l’oro, pensa Morelli. Lei lo vede. Gli va incontro, senza smettere di parlare.

«È solo un interrogatorio preliminare. No, non ha richiesto la presenza del suo avvocato. Lo farò presente, sì. Ovviamente la terrò informata su tutto. D’accordo, certo. La saluto.»

Morelli attende educatamente che chiuda la comunicazione prima di aprire bocca.

«Dottoressa Germano.»

«Buongiorno, Morelli. Dove…»

«In fondo al corridoio. La sta aspettando.»

«Bene. Ah, senta.» La Germano esita un attimo, cerca le parole. Vuole evitare di far pesare troppo la sua autorità. Con quell’ispettore ha un buon rapporto, e intende mantenerlo tale.

«Gradirei che nessuno venisse a disturbarci», prosegue. «È un momento… un po’ delicato per quella donna.»

«Certo, capisco.» Morelli si stringe nelle spalle. Poi lei lo sorprende con un’altra domanda.

«Ci sono microfoni in sala?»

«Ovviamente. E una telecamera. Registriamo tutto.»

La Germano ha un’altra, breve esitazione, ma subito dopo imbocca il corridoio senza aspettarlo.

«Mi faccia strada», dice. E lui è costretto a correrle dietro, lasciando il bicchierino di carta nella macchinetta. Al suo ritorno il caffè sarà freddo, oltre che cattivo, e ovviamente ha finito gli spiccioli.

Merda!

«Buongiorno.»

La Germano si ferma di fronte alla vedova, mentre Morelli richiude la porta dall’esterno, lasciandole sole. Annamaria non si muove per un lungo momento. Ha sentito bene la voce della nuova arrivata, ma prende comunque del tempo prima di alzare il viso e ricambiare il suo sguardo. La Germano sospira, poi siede di fronte alla donna, posa sul tavolo la cartella che ha portato con sé e tira fuori un dossier piuttosto voluminoso. Comincia a sfogliarlo. Sulla prima pagina c’è una foto della vedova, in formato A4. È stata scattata per strada, da lontano, usando un teleobiettivo. Nella foto lei scende da una grossa berlina con addosso un soprabito chiaro e gli occhiali da sole. Bella come sempre, ma seria, quasi...



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