Ruotolo | Ho rubato la pioggia | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 157 Seiten

Reihe: Narrativa

Ruotolo Ho rubato la pioggia


1. Auflage 2010
ISBN: 978-88-7452-260-6
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 157 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7452-260-6
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Ho rubato la pioggia di Elisa Ruotolo è l'affresco di una provincia campana superstiziosa, una terra di mestieri inverosimili da tempi immemorabili. Storie di gente che vive tra le coppe di latta dei tornei di paese e l'oro, comprato nei vicoli di Forcella per rivenderlo in casa. Nel primo racconto il figlio dell'allenatore di una squadra che perde sempre entra al posto del centravanti e la squadra comincia a vincere. E vince tanto che cominciano a chiamarlo 'Molto Leggenda'. L'osservatore di un club lo seleziona, ma nei campi di serie A il ragazzo si perde. 'Il bambino è tornato a casa' racconta di due sorelle, una lenta e una veloce, che preparano conserve piccanti e sognano con le telenovelas sudamericane, e del nipote Matteo, che scompare a nove anni e forse un giorno ritorna. Il ragazzino senza madre di 'Guardami' abita con il padre e con Silvia, una ragazza che vive pulendo le case degli altri e nella loro si ferma. Cesare, l'amico di famiglia, si innamora di lei ma non riesce a dirlo. Il giovane narratore s'insinuerà in modo decisivo nello scambio silenzioso.

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Il bambino è tornato a casa


Fernando Pessoa,

Gli aveva fatto un cenno con la mano restando ferma sull’altro fianco della strada, prima di cercare la chiave nella borsa. E un po’ le era dispiaciuto che qualcuno l’avesse vista rientrare a quell’ora, coi negozi chiusi per le vie e la giornata ancora da cominciare. Solo mentre si voltava aveva capito d’essersi sbagliata e s’era spinte in fondo al naso le lenti. Doveva decidersi a cambiarli, quei vetri. Le veniva sui pensieri ogni volta che s’imbrogliava coi gradini, che doveva aver a che fare coi soldi ficcati nel portamonete, o coi clienti – sia pure scarsi – che ancora venivano a comprarle gli ori. Adesso aveva cominciato a confondersi pure con le facce in giro per le strade e le automobili, poi, contando che non le aveva mai sapute distinguere pure quando gli occhi stavano in tempi migliori, erano diventate delle scatolette di lamiera tutte uguali. Si regolava sul colore, la forma approssimativa: le succedeva sempre piú spesso di agitare la mano a qualcuno che per educazione le rispondeva con un colpo di clacson e poi andava oltre, rimanendo a fissarla nello specchietto e a domandarsi chi accidenti fosse, quella vecchia.

Era andata cosí anche stavolta, e a quell’uomo fermo in una macchina col motore acceso lei aveva fatto un saluto di confidenza. Forse s’era pure preoccupata d’abbozzargli un sorriso perché Giovanni, il figlio dei vicini, era un uomo come si deve, l’aiutava sempre con le buste della spesa e da che s’era sposato non passava un anniversario senza comprarle una spilla, una coppia di orecchini, o un bracciale di corallo per sua moglie. Quel sorriso se lo meritava pure se l’aveva scoperta a rincasare alla nascosta; pure se ogni volta lui sceglieva senza gusto e, tirando sul prezzo, le alzava qualche tacca di pressione.

Quando aveva capito che quella macchina non era di Giovanni s’era sentita stupida. Aveva ravanato nella borsa spostando qua e là le cianfrusaglie accumulate, e alla fine aveva respirato meglio appena le dita si erano chiuse sul mazzo di chiavi riconoscendo quella lunga e scura del cancello principale. Mentre apriva aveva sentito il motore della macchina smorzarsi e la portiera aprirsi dal lato del guidatore. Le era venuto il fiato corto delle donne sole e senza marito, e quando si era chiusa alle spalle la porta d’ingresso tirando la doppia mandata e la catenella di sicurezza, era rimasta un poco nella penombra con la borsa premuta contro la pancia. Poi era andata alla finestra che teneva sempre a giorno per nascondere quell’uscita, e con la faccia tra le pieghe della tendina aveva spiato fuori.

Si era sentita ancora piú stupida a vedere la strada vuota, ma un po’ di calma le era tornata. Aveva preso a sfilarsi il cappotto di lana marrone che poi aveva appeso con cura all’attaccapanni prima di passare alla veste: l’aveva sbottonata sul davanti, fino all’addome ed era rimasta ferma qualche attimo a toccare i taschini cuciti a mano sulla panciera rosa. Notò che erano macchiati dall’umido del mobilio in cui se n’era stata chiusa durante l’inverno. Quella panciera che anche stavolta aveva fatto il suo e non era di tenerle frenata la schiena, ma di nascondere le catenine, gli anelli, i bracciali, le spille che comprava su ordinazione quando saliva fino a Napoli.

Li tirò fuori uno a uno tenendoli tra il pollice e l’indice, e rimase a scrutarli sotto la luce scarsa setacciata dalle tende. Fu in quel momento che lo vide di nuovo: l’uomo stava ritto davanti al cancello, le braccia in croce contro lo stomaco, e guardava alla finestra con insistenza. D’istinto si tirò dai vetri e, mentre il campanello prendeva a suonare, si sfilò la fascia elastica della panciera liberando i ganci arrugginiti con mano ferma. Mise tutto nel cassetto piú sicuro e lo richiuse con una chiave che poi infilò tra i seni, in un gesto da ragazza. Pensò che il freddo del metallo le avrebbe fatto venire le carni di gallina sul viso e ci portò una mano come per ricordarsi che ormai nessuno l’avrebbe notato in quel groviglio di rughe. Solo allora, mentre il fiato diveniva irregolare, ebbe la certezza che stesse per capitarle qualcosa e che a nulla sarebbe valso quel gesto fuori tempo: perché alla sua età nessuno avrebbe sentito imbarazzo o vergogna a infilarle una mano nel reggipetto per frugarci, forse un appena di ripugnanza, di quando tocchi un panno sporco, un mancorrente sudicio o un animale malato.

Camminò lungo il corridoio col cuore che le veniva addosso sempre piú alto. Poggiò la mano contro l’uscio e lo sentí freddo come la chiave premuta sulle ossa. Non serviva a niente continuare a starsene zitta dietro una porta, ora che l’uomo aveva sfruttato la sua fretta e la leggerezza d’un cancello senza mandata per bussarle appena da fuori.

“Chi cerca? Cos’è che vuole da me?” domandò e si pentí subito d’aver dimostrato sospetto e paura.

“Sono io…” rispose la voce dall’altra parte. “Io,” ripeté senza che lei riuscisse a ricordare.

Per anni, un giorno dopo l’altro, non aveva pensato che a quello: al caldo della controra, al vapore ondulato che saliva dal basalto irregolare e alla strada deserta del primo pomeriggio, quella da cui Matteo non tornava. Altre volte le era salita in gola la paura, ed era una cosa che sapeva bene, perché l’aveva conosciuta da bambina, quando con sua nonna arrivava fino a Forcella, al rione dei gioiellieri, per comprare gli ori da vendere in casa senza licenza, senza altro diritto che la miseria.

Capitava sempre d’estate che non c’era scuola e suo padre faceva storie di preoccupazione che duravano poco, perché – anche lui doveva ammetterlo – quegli ori rendevano, e una persona d’età di mano a una bambina dava sempre meno sospetto per la via. Alla fine, dato che il lavoro scarseggiava e dal collocamento non arrivava speranza, aveva smesso con le rimostranze. Il suo rimedio era questo: starsene a letto fino a quando suocera e figlia non uscivano, al ritorno faceva ben attenzione a non trovarsi nei paraggi.

Loro partivano sempre di mattina presto, col primo treno e l’abitudine di fermarsi al bar della stazione a farsi servire una volta tanto come le signore, diceva sua nonna. Ordinavano due tazze di cioccolata, anche se riscaldava le urine e dava corda al sudore appena salivano per i vicoli stretti e le scorciatoie. Prima d’uscire andavano al gabinetto pubblico, lí sua nonna si sbottonava la veste sul davanti e si fasciava il grembo con una panciera che le metteva caldo piú della cioccolata e delle strade ripide. Lei l’aiutava a sistemarsi, a infilare i bottoni nel buco giusto e appena sua nonna le domandava: “Si vede qualcosa, Marí?”, faceva un passo indietro per accertarsi con criterio e assicurava che no, non si vedeva.

Per strada sua nonna si regolava sui ricordi e conosceva i negozi, i vicoli stretti e dove finivano pur senza saperne i nomi che comparivano in alto alle targhe di marmo. Solo quando spuntava un’insegna nuova e le vetrate non aiutavano a capire, dava una scossa alla mano della bambina.

“Marí, tu c’hai gli occhi buoni,” diceva fermandosi sotto i cartelli, “qua sopra come si legge?”

Perché della scuola, ai tempi suoi, non ne aveva voluto sapere e, pure se adesso seguiva alla televisione le lezioni elementari del professor Manzi senza mancarne una, poi non le veniva mai la pazienza seria di mettersi lí a tentare con le parole. Solo i numeri li sapeva e coi soldi nemmeno il diavolo l’avrebbe imbrogliata quando entrava dagli orefici. Aveva un passo spiccio, leggero, sui mezzi tacchi che le facevano silenzio e rispetto attorno. Prima di girare l’angolo si fermava a darsi la colonia dietro gli orecchi, perché diceva che se ti fiutavano l’odore di povera e di miseria era finita, e magari quelli provavano a venderti l’alluminio per oro fino.

Erano mattinate lunghe,che sconfinavano sempre nei pomeriggi. Giravano mezza Napoli a cercare una catenina, una certa spilla o un bracciale di corallo, e c’erano le volte che per i gusti difficili d’un cliente s’arrivava a sera tardi, con le scarpe che sembravano rimpiccolirsi attorno ai piedi. Il ritorno era difficile, da non potersi permettere né una sosta né una fantasia da niente: la camminata per le vie diventava un continuo guardarsi la schiena e mancare di confidenza agli sconosciuti; un andare accosto ai muri come lucertole all’ora di punta; un sentirsi in difetto di legalità, neanche li avessero rubati quegli ori nascosti sotto le pieghe del vestito.

Poi c’era stata quella volta che le avevano spinte nel fondaco d’un vicolo fuori mano per derubarle di tutta la compera giornaliera. Ecco, allora lei aveva avuto paura: a vedere lo strappo nella veste di sua nonna, a sentirsi addosso quelle mani che frugavano anche lei ma con un’insistenza che nascondeva altro e le aveva trasmesso un’eccitazione in fondo al ventre per la quale a casa avrebbe pianto di vergogna. Non tornò mai piú a Napoli con sua nonna. Per anni le sembrò che la sua infanzia fosse finita esattamente lí, in quel fondaco maleodorante e senza padrone. In casa non se n’era parlato piú, ma ogni volta che sua nonna andava a Napoli le veniva un patimento che durava fino a quando la vedeva ricomparire in fondo alla strada.

“E se ti perdi?” aveva chiesto una volta a sua nonna mentre...



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