Rzevskaja | Memorie di una interprete di guerra | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 499 Seiten

Rzevskaja Memorie di una interprete di guerra


1. Auflage 2015
ISBN: 978-88-6243-218-4
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

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ISBN: 978-88-6243-218-4
Verlag: Voland
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Mosca, ottobre 1941. Sono passati quattro mesi dall'attacco della Germania hitleriana all'URSS. Elena R?evskaja, ventiduenne, lascia la fabbrica di orologi dove lavora e si iscrive a un corso per interpreti militari. Inizia un'avventura che la porterà a diventare testimone attenta e partecipe della guerra, in un movimento continuo che attraverso cittadine e villaggi sconvolti dal conflitto la condurrà al fronte, e infine a Varsavia e a Berlino. Ed è qui, nel suo ruolo di interprete militare, che la giovane Elena si troverà nel maggio del '45 al centro della misteriosa vicenda del riconoscimento del corpo carbonizzato di Hitler, di cui Stalin non informa neanche il maresciallo ?ukov, comandante dell'Armata Rossa che entra vittoriosa in Berlino. E a questo punto il libro da avvincente narrazione diventa anche un ineludibile documento storico che contribuisce a chiarire una delle vicende più oscure della Seconda guerra mondiale. Il libro è arricchito da un inserto fotografico con immagini d'epoca di proprietà dell'autrice

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INTRODUZIONE
La voce dei documenti


Questo libro parla di vicende da me vissute in prima persona.

Come interprete di guerra ho percorso con l’esercito l’intero fronte, dai dintorni di Mosca fino a Berlino, e nel maggio 1945 mi sono trovata nell’epicentro degli avvenimenti storici che hanno concluso la Seconda guerra mondiale. Nella mia qualità di interprete dello Stato Maggiore dell’Esercito sono entrata nel gruppo che aveva l’incarico di cercare Hitler, ero fra coloro che hanno ritrovato il suo cadavere carbonizzato, ho preso parte al processo di accertamento della verità sulla sua fine e all’identificazione dei suoi resti. A me è toccato il compito di esaminare lì sul posto i materiali rinvenuti nei sotterranei della Cancelleria del Reich e nel bunker del Führer, dove Adolf Hitler aveva trascorso i suoi ultimi giorni.

Nella Cancelleria del Reich ho trovato alcuni dossier con le carte di Bormann1: i radiogrammi ricevuti da Hummel, suo assistente, che era a Obersalzberg2 e le copie di quelli a lui inviati. Vi si trovava la conferma che subito dopo il 20 aprile era stato progettato di trasferire il Quartier generale a Berchtesgaden e che Hitler aveva rinunciato al progetto ed era rimasto nel bunker perché l’offensiva che aveva ordinato era fallita e gli alleati erano entrati a Monaco. E poi molte carte con informazioni giunte a Bormann dai capidistretto del partito (Kreisleiter) sul carattere particolarmente critico della situazione.

Ho visionato le carte di Hitler rimaste nel bunker, fra cui una cartella con i radiogrammi intercettati: uno conteneva l’informazione che Mussolini, dopo essere stato fucilato dai partigiani, era stato anche impiccato per i piedi insieme alla sua amante Clara Petacci. Questa frase era stata sottolineata da Hitler con una matita blu. Pensai che le disposizioni impartite per la distruzione del suo corpo dopo la morte fossero una conseguenza proprio di questa notizia.

Sempre qui ho trovato le minute delle lettere di Hitler alla sorella, al presidente Hindenburg, e a von Papen3.

Nell’ufficio di Goebbels erano rimaste due valigie di documenti. E proprio qui ci attendeva il ritrovamento più importante dal punto di vista della Storia, vale a dire una decina di quaderni del diario di Goebbels, scritti a mano e iniziati prima della presa di potere da parte dei nazisti, e interrotti l’8 luglio 1941. Sempre qui trovammo la corrispondenza di lavoro del Ministro della Propaganda e alcuni fascicoli di Magda Goebbels con l’inventario dettagliato dei beni di famiglia. E poi le foto private: Magda con i bambini, l’intera famiglia compreso Goebbels e un ritratto di Magda. Questo me lo sono tenuto come souvenir.

Eravamo impegnati nella febbrile ricerca di Hitler, vivo o morto. Riuscivo a stento ad annotare il contenuto dei documenti che mi passavano per le mani e ad approntare una nota di accompagnamento per inviarli allo Stato Maggiore del Fronte. I miei brevi appunti mi sono stati utili in seguito, quando lavorando all’archivio mi resero possibile stabilire subito la provenienza di un determinato documento, il suo contesto.

La notte del 6 maggio furono portati fuori dal giardino della Cancelleria del Reich i resti di Hitler e di Eva Braun. Fu eseguita una perizia medico-legale. L’8 maggio mi fu affidata una scatola rosso scuro che conteneva la mascella intatta di Hitler: una prova decisiva per la sua identificazione.

In questa maniera singolare il mio destino si è intrecciato con la storia della Germania.

In quei giorni ho partecipato alle ricerche dei testimoni chiave: i dentisti di Hitler. In calce ai protocolli dei loro interrogatori e dell’identificazione di Hitler c’è la mia firma come traduttore.

I tre mesi precedenti al mio congedo, lo Stato Maggiore dell’Armata si trovava nella piccola città di Stendal. Qui ho avuto l’opportunità di occuparmi di nuovo dei documenti trovati nella Cancelleria del Reich e in altri luoghi: nei ministeri, nelle case dei dirigenti nazisti. Nel frattempo l’interesse per i documenti era scemato. La guerra apparteneva al passato. Noi stessi appartenevamo alla Storia, e quei documenti non interessavano nessuno. Tranne me.

Io non sono una storica, non sono una ricercatrice. Sono una scrittrice. Non potrei scrivere un lavoro basato su avvenimenti storici, fare una ricerca su fenomeni sociali con i quali non avessi nessun legame. Questo è un libro personale che si basa su documenti. Vi si raccontano fatti e avvenimenti autentici, la sua fabula è autentica: le conseguenze della guerra, la ricerca e il ritrovamento del corpo di Hitler, la sua identificazione, l’inchiesta sulle circostanze del suo suicidio a cui l’autrice aveva preso parte direttamente in qualità di interprete di guerra. Credo che la cosa principale in queste circostanze sia l’autenticità. L’autenticità è la cosa più sensazionale.

I sovietici tennero segreta la scoperta e l’identificazione del corpo di Hitler. Io scrissi della sua morte sulla rivista “Znamja” (1955, n. 2), tuttavia la parte relativa alle scoperte e alle indagini non fu autorizzata. Per la prima volta riuscii a rivelare questo segreto nel 1961, nel libro Vesna v šineli4. Solo allora ho potuto realizzare il desiderio in me maturato alla morte di Stalin: raccontare ai lettori la verità sulla fine di Hitler.

Per dare ai lettori un’immagine più completa degli avvenimenti e supportare con documenti il mio racconto di testimone, per molto tempo ho cercato di ottenere l’autorizzazione a consultare gli archivi. A ogni mia richiesta mi veniva risposto: “Non si fanno eccezioni per nessuno.” Mi sono rivolta anche al Comitato Centrale, ma non ho ricevuto alcun sostegno. Scrissi allora a Suslov5. Ho ritrovato da poco nel mio archivio personale la minuta di questa lettera, datata 6 agosto 1964: essa giocò certamente un ruolo determinante, visto che a fine settembre di quell’anno le porte dell’archivio segreto mi si aprirono.

Fui affiancata da un capitano con le mostrine da carrista. Si presentò come membro del “Gruppo di studio sulla Guerra patriottica”, si chiamava Vladimir Ivanovic. Era entusiasta del compito di fornirmi i documenti necessari a scrivere il mio libro. Molti anni dopo Vladimir Ivanovic mi telefonò, espresse giudizi lusinghieri su un mio nuovo libro (dedicato alla città di Ržev durante la guerra) e io gli chiesi il nome preciso dell’archivio di allora, dal momento che non mi era mai stato detto. “Archivi del Consiglio dei Ministri” mi rispose. E mi rivelò anche che ero stata autorizzata a consultarli su disposizione del Comitato Centrale.

L’avvicinarsi del XX anniversario della vittoria risvegliò nel popolo il ricordo di quella guerra, e anche in un ex combattente come Vladimir Ivanovic, evidentemente un dilettante nel suo nuovo ruolo mentre io, sola in uno studio vuoto con il ritratto di Chrušcëv alla parete, ero un “caso privilegiato”. Lui non si limitava a fornirmi i documenti che richiedevo, d’altronde difficilmente avrebbe potuto trovarli fra le montagne di faldoni, e mi portava tutto quello che gli capitava sotto mano. Alla fine della giornata di lavoro dovevo consegnare il quaderno con i testi copiati a mano dai documenti e le osservazioni che mi erano venute in mente. Non avevo a disposizione nessun mezzo tecnico. La mattina seguente il quaderno mi veniva restituito, suppongo dopo essere stato esaminato. Una volta riempite tutte le pagine, il quaderno rimaneva a me e potevo portarmelo a casa. Furono in tutto cinque grossi quaderni.

Vidi di nuovo i documenti del maggio 1945, in calce a molti dei quali c’era la mia firma. In vent’anni nessuno li aveva toccati, ne fui molto turbata.

La prima edizione del mio libro Berlino, maggio 1945, corredato da questi documenti, uscì in Russia nel 19656. Con il titolo La fine di Hitler fuori dal mito il libro fu pubblicato in italiano, tedesco, ungherese, finlandese, giapponese e in molte altre lingue. Berlino, maggio 1945 ha avuto in patria fino a oggi 12 edizioni, con una tiratura complessiva di 1.500.000 copie, e ogni edizione era più completa della precedente. Nel quarto capitolo del presente volume propongo al lettore una variante aggiornata di quel testo, con le aggiunte successive.

Con il passare degli anni le vicende vissute non si cancellano dalla mente, anzi, alcuni aspetti assumono una maggiore chiarezza. La memoria continua a tornare a quei fatti e il racconto degli importanti avvenimenti storici degli ultimi giorni di guerra rimarrebbe a mio parere incompleto senza le pagine sui primi giorni del conflitto, sul corso per interprete di guerra, sui quasi quattro anni passati al fronte. Credo che anche per il lettore non sia indifferente sapere attraverso quali esperienze l’autrice è arrivata a Berlino.

L’interprete militare occupa una posizione particolare nel turbine della guerra. Si trova sempre in contatto con entrambe le parti belligeranti. Per le mie mani sono passati documenti di ogni tipo, da quelli di fondamentale importanza alle istruzioni per i soldati tedeschi su come proteggersi dal freddo, dagli ordini e dai volantini fino alle lettere private. Traducevo questi documenti e li trascrivevo per me su un quaderno, per ricordo.

I quaderni portati dal fronte, tutti laceri, con le pagine strappate, fogli aggiunti, interi pezzi quasi illeggibili scritti nel retro di un camion traballante, hanno nutrito il mio racconto sulla guerra....



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