E-Book, Italienisch, 239 Seiten
Reihe: Asia
Sala L'eclissi di Hong Kong
1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-6783-380-1
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Topografia di una città in tumulto
E-Book, Italienisch, 239 Seiten
Reihe: Asia
ISBN: 978-88-6783-380-1
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
La traversata inizia a bordo dello Star Ferry, un traghetto dall'aspetto retrò che fa la spola fra Central e la punta della penisola di Kowloon: siamo a Hong Kong, una delle città più emblematiche dell'epoca in cui la Cina intende riprendere il suo antico ruolo di superpotenza. A che costo? Ilaria Maria Sala, nell'anno che segna il venticinquesimo anniversario del passaggio di Hong Kong dal controllo britannico a quello cinese, ricostruisce la topografia di una città simbolo, rivelandone la storia cosmopolita e ibrida attraverso le storie delle persone che la abitano. Nella distribuzione delle strade, delle vie d'acqua e delle celebri architetture, Sala ci fornisce una personale chiave di lettura dell'imporsi dell'autorità cinese, a partire dalla repressione violenta delle proteste di massa in seguito all'instaurarsi della Legge sulla sicurezza nazionale, fino al silenzio della pandemia. Il cambiamento politico sta eclissando una realtà complessa costituita da storie di migrazione e convivenza, potere economico e contese finanziarie, stratificazioni storiche e spiritualità ancestrale. Un libro ricco di storie individuali e dal gusto urbano per chi vuole capire quanto Hong Kong è cambiata e cosa ci riserva il futuro.
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INTRODUZIONE
Quando abitavo a Pechino, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, venire a Hong Kong mi provocava sempre la stessa sensazione: che arrivassi a Shenzhen e attraversassi la frontiera a piedi, oppure che l’aereo cominciasse ad abbassarsi, prima ancora che toccasse terra il respiro si faceva più profondo e libero. Era una reazione involontaria, immancabile. Tornando in Cina lo dimenticavo, riabituandomi alla sua quotidianità e ai suoi silenzi, ma rientrare a Hong Kong, ogni volta, riaccendeva il ricordo. Nei venticinque anni in cui ho abitato a Hong Kong, scrivendo e facendo ceramica, ogni visita oltre frontiera è stata accompagnata dalla ritrovata leggerezza nel rimettervi piede. Non c’erano né timore né difficoltà di aprire un sito web, né conversazioni piene di parole taciute, né gli sguardi furtivi per controllare che non ci fossero orecchie indiscrete, né messaggi in codice, né argomenti tabù.
Ero in Cina quando le manifestazioni del 1989 finirono con l’ingresso dei carri armati nel centro di Pechino (ho raccontato quello che vidi nel libro fotografico ) e venni evacuata a Hong Kong dall’ambasciata britannica, perché ero lì grazie a un programma di un’università di Londra. Fu la prima volta in cui provai quella leggerezza, in cui sentii il peso del controllo scivolare via. Oggi, in seguito a ondate di proteste che chiedevano la difesa e l’incremento delle libertà di Hong Kong, è tutto cambiato. Le autorità centrali cinesi hanno reagito come sono solite fare: aumentando la sorveglianza ed eliminando ogni possibilità di dialogo. Il cambiamento, profondo, è avvenuto mentre il mondo era sconvolto dall’arrivo di una pandemia, evento a cui Hong Kong ha reagito con la chiusura delle frontiere, mantenendosi precariamente al riparo dal virus e costruendo intorno a sé una bolla. Non di bambagia ma di spine. Prima di raccontarvi come Hong Kong appare ai miei occhi, voglio fornire una serie di punti di riferimento, di date e di informazioni che spero rendano più facile orientarsi nella storia, e nelle unicità, di questo luogo a me così caro.
Il 30 giugno del 2020 il governo centrale cinese ha imposto una legge sulla quale nessuno a Hong Kong è stato consultato, né gli organi legislativi, né il governo, né la popolazione: la Legge sulla sicurezza nazionale. Entrata in vigore alcune ore prima di essere resa pubblica, è una legge che appartiene interamente alla tradizione giuridica della Repubblica popolare cinese, e che non ha nulla in comune con il sistema di di origine britannica tuttora in vigore a Hong Kong – anche se, scrivendo queste parole, mi rendo conto di non sapere esattamente cosa sia «tuttora in vigore a Hong Kong». Per molti osservatori esterni forse non è chiaro perché abbia suscitato tanta sorpresa e scandalo che il parlamento cinese emanasse una legge senza consultare quello di Hong Kong: va bene che questa è una regione «ad amministrazione speciale», ma non è, dopotutto, Cina? Prima di addentrarci nelle strade di Hong Kong, è bene fare una premessa storico-giuridica. Negli ultimi due secoli ha subìto diversi passaggi di «proprietà», per così dire. È passata dall’essere un’appendice poco popolata delle regioni meridionali dell’impero dei Qing (1636-1912), all’essere una colonia della Corona britannica, nel 1842, e poi nel 1997 è «tornata alla Cina» – diventando per l’appunto una regione ad amministrazione speciale di quella che, nel frattempo, era diventata la Repubblica popolare cinese. Le trattative fra Londra e Pechino per concludere la parentesi coloniale di Hong Kong cominciarono nel 1984 e si conclusero con una serie di trattati e accordi che garantivano a Hong Kong un futuro diverso da quello del resto della Cina. Deng Xiaoping, l’ideatore delle riforme economiche cinesi, coniò lo slogan: «Un Paese, due sistemi», stabilendo che il sistema socialista di Pechino non sarebbe stato imposto a Hong Kong, che avrebbe continuato ad avere la sua valuta, il dollaro di Hong Kong, a parità fissa con quello americano, i suoi francobolli, la sua dogana, il suo prefisso telefonico (+852) e via dicendo. Tutto sarebbe rimasto autonomo, con l’eccezione della Difesa e degli Affari esteri: per questo i Paesi che hanno rappresentanze diplomatiche a Hong Kong dispongono di consolati, e non di ambasciate, e le forze armate presenti in città sono parte dell’Esercito popolare di liberazione cinese. Per il resto, tutto doveva restare più o meno come prima, almeno per i primi cinquant’anni. Arrivati al 2047 si sarebbe visto. Martin Lee, avvocato tra i membri fondatori del Partito democratico di Hong Kong e, prima, membro della delegazione che scrisse la Legge Fondamentale alla fine degli anni Ottanta, la mini-costituzione di Hong Kong (la ), mi ha raccontato di una conversazione che aveva avuto con Deng Xiaoping insieme ad altri delegati di Hong Kong. Deng avrebbe detto: «Se poi cinquant’anni non dovessero bastare, se Hong Kong dovesse essere politicamente più avanti del resto della Cina, allora daremo a Hong Kong altri cinquant’anni di piena autonomia!». Me la raccontò ridendo lui stesso di quella battuta, mentre eravamo nel suo ufficio rivestito di mogano, molto all’inglese. Martin Lee si è sempre battuto per la democrazia e non è più potuto tornare in Cina dopo il 1989, ovvero da quando i carri armati misero fine alle proteste di Tiananmen. Durante il nostro incontro, però, d’un tratto divenne serio: ben prima dello scadere dei cinquant’anni le cose sono già cambiate in modo profondo, e la differenza fra Hong Kong e la Cina è sempre più ridotta.
Nel 1984 iniziarono le trattative tra Margaret Thatcher e Deng Xiaoping per il passaggio di sovranità su Hong Kong. All’epoca la Cina era molto diversa da quella odierna: meno nazionalista, meno potente sia a livello politico che economico, meno autoritaria. In più, Pechino puntava all’approvazione internazionale e non contraddiceva chi si augurava che diventasse più democratica. Ai tempi di Deng, anzi, l’atteggiamento interno era possibilista. Dal 1988 al 1992 ho vissuto a Pechino e ho assistito dal vivo a questa mutazione. «La Cina ha solo bisogno di tempo per diventare più libera», ripetevano i miei insegnanti, i miei compagni di università, gli intellettuali e gli opinionisti sui giornali.
La Dichiarazione congiunta sino-britannica venne scritta in questo periodo e fu depositata alle Nazioni Unite nel 1984, dopo una visita a Pechino di Thatcher che, dopo la firma dell’accordo all’interno della Grande Sala del Popolo, uscendo su piazza Tiananmen cadde dalle scale, facendo rabbrividire tutti gli hongkonghesi che lo interpretarono come un pessimo auspicio. Garantiva a Hong Kong il mantenimento di tutte le sue libertà, dei diritti civili e di un alto grado di autonomia. Pechino mise in moto la macchina diplomatica affinché la comunità internazionale approvasse e sostenesse i suoi sforzi rispetto al ritorno di Hong Kong sotto la sua piena sovranità, e fece il possibile affinché questo sostegno fosse anche una promessa di fiducia nel futuro della Cina. Secondo gli accordi, poi, l’ex potere coloniale avrebbe stilato ogni sei mesi un rapporto in cui avrebbe espresso una valutazione riguardo al rispetto di tale dichiarazione.
Ma il 1989 e i fatti di Tiananmen rappresentarono un punto di non ritorno, arrivando a toccare le stesse aspirazioni di Hong Kong e della sua popolazione. Due tendenze opposte si scontrarono, e mentre le strade di Pechino erano ancora segnate dal peso dei carri armati che vi erano entrati per porre fine alle manifestazioni, l’ala del Partito più aperta e riformatrice si ritrovò impotente, confinata nell’ambito delle riforme economiche, e non di quelle politiche, lasciando presagire che il ritorno di Hong Kong alla Cina non sarebbe avvenuto sotto una buona stella. Londra e Pechino cominciarono un botta e risposta pubblico, tra conferenze stampa e dichiarazioni ufficiali, attaccandosi a vicenda. Trattandosi del primo teatro pubblico di livello globale dove sfoggiare la propria diplomazia, la Cina scelse di adottare un approccio particolarmente agguerrito. C’è da dire che i toni parevano più quelli di un bisticcio e gli hongkonghesi osservavano con una certa inquietudine la scarsa dignità delle parti. Dopo il 1997, man mano che i rapporti semestrali si facevano più critici, la Cina tuonava contro il retaggio del colonialismo, sostenendo che Londra non aveva più voce in capitolo, che ogni richiesta era un’interferenza negli affari interni di una nazione sovrana e via dicendo… Oggi, nell’epoca di Xi Jinping, le cose sono cambiate in maniera definitiva e ciò che viene ripetuto è che la democrazia non è affatto una panacea, e non è adatta alla Cina.
Che Pechino avesse cercato l’approvazione internazionale per il suo progetto politico su Hong Kong avrebbe reso ancora più eclatante il fatto che molte promesse erano state infrante. Anche per questo, la grande protesta del 2019 avrebbe cercato più volte sponde e visibilità internazionali, dagli USA alle Nazioni Unite, perché, se il mondo intero aveva tenuto a battesimo la nuova Hong Kong cinese, il mondo ora aveva il diritto di scoprire come le promesse cinesi non...




