E-Book, Italienisch, 176 Seiten
Reihe: Capolavori ritrovati
Salgari La Bohème italiana
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-7707-805-6
Verlag: Capricorno Edizioni
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 176 Seiten
Reihe: Capolavori ritrovati
ISBN: 978-88-7707-805-6
Verlag: Capricorno Edizioni
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Emilio Salgari (Verona, 1862 - Torino, 1911) è stato uno degli scrittori di maggior successo popolare della scena letteraria italiana fra Ottocento e Novecento. Autore di più di ottanta romanzi, tra cui i due celebri cicli dedicati ai pirati della Malesia (11 romanzi) e ai corsari delle Antille (5), ha introdotto (e aggiornato) nella letteratura italiana modelli narrativi come quelli di Stevenson e Verne, si è cimentato nel romanzo storico ed è stato anche un precursore della fantascienza (Le meraviglie del Duemila). Tormentato da dolorose vicende familiari, da costanti problemi economici e dal mancato riconoscimento del suo valore letterario, si è tolto la vita all'età di soli 49 anni.
Autoren/Hrsg.
Weitere Infos & Material
CAPITOLO I
I di via delle Scuole
Mi avevano scritto: «Andiamo in campagna a fondare una colonia artistica».
Potete immaginarvi se io mi ero affrettato a preparare le mie valigie!
La campagna era stata sempre il mio sogno. Le mie occupazioni, disgraziatamente, mi avevano sempre impedito di realizzarlo, o meglio non avevo mai trovato i mezzi sufficienti per permettermi questo lusso.
Avevo più volte provato a cercarmi un posticino sul margine di una graziosa collina, e dopo qualche giorno me n’ero tornato nella polverosa città… per non morire di fame.
Che cosa volete, i contadini non avevano voluto mai saperne dei miei pennelli e dei miei colori, quantunque mi fossi offerto di dipingere perfino i loro carretti ed i loro piccioni!
Di quadri, poi, meno che meno. Preferivano al naturale i loro tramonti, le loro querce che producevano ghiande da ingrassare i loro maiali, a quelli che imbrattavano le mie tele.
Però il mio sogno, da tanti anni sospirato, stava per avverarsi. I miei amici m’avevano scritto che si andava in campagna e conoscevo troppo la lealtà di quei caposcarichi per credere che mi giocassero uno scherzo.
E poi si andava a fondare una colonia artistica!… Non v’era da esitare.
Ed ecco il motivo per cui un bel mattino di febbraio, dopo alcune ore di ferrovia, piombavo in Torino per andare a trovare i futuri fondatori della colonia.
Il biglietto che mi avevano mandato portava un indirizzo: «Via delle Scuole, n. 10».
Una mezz’ora dopo, con mio grande stupore, mi trovavo dinanzi ad un palazzone d’aspetto imponente. Vi assicuro che rimasi di stucco.
I miei amici avevano sempre avuto una passione decisiva per gli abbaini, passione che poteva benissimo provenire dalla scarsità delle loro borse; ed invece li trovavo in un palazzo da marchesi.
Che abbiano fatto fortuna? pensai, non senza un pizzico d’invidia. A Roma non l’andava troppo bene; a Torino la miniera d’oro dovevano averla trovata.
Abbordo un vecchio dall’aspetto militare, con tanto di pizzo bianco, alla Lamarmora, qualche avanzo di certo della Crimea o del ’48, e gli domando se i signori Ferrol e Compagni abitano al piano nobile o più sopra. Egli mi guardò con un certo stupore come se avessi detto qualche bestialità, poi, con un sorriso sardonico, mi indicò la scala, dicendomi: «Salga su, su, fino all’ultimo piano e, se può, più sopra ancora. I suoi amici stanno là».
Mi avviai su per le scale, un po’ avvilito però, ve lo confesso. I miei amici non avevano perduto la passione per gli abbaini: brutto segno. Dovevano navigare in acque ancora basse… eppure m’invitavano ad andare in campagna! Mi venne perfino il sospetto che avessero vinto al lotto, quantunque sapessi che avevano avuto sempre un sacro orrore per quel giuoco.
Salgo dunque lo scalone, ma il portiere che mi seguiva colla coda dell’occhio, con un gesto energico m’impone di scendere.
«No, signore», mi disse. «I suoi amici non fanno uso di questa scala. Diavolo! Qui stanno i signori.»
«Ho capito», mormorai. I miei amici non erano .
Mi conduce su per una scalettina che prima non avevo veduta e mi abbandona in mezzo ad un corridoio semibuio e così lungo da non potersi quasi vedere la fine.
Per un momento credetti di trovarmi nelle catacombe di Roma.
Alzando gli occhi m’accorsi che sul muro vi era qualche cosa di scritto.
Guardai, lessi: «Studio Ferrol e Compagnia».
, pensai. .
M’avanzo, con una certa precauzione, in quell’immenso corridoio dove si sentiva un acre odore di pipa, indizio sicuro della vicinanza dei miei colleghi, tremendi fumatori… di mozziconi di sigaro triturati.
Giunto all’estremità di quell’eterno passaggio, guardo a dritta ed a manca e non vedo alcuna porta.
Alzo gli occhi per vedere se vi era qualche botola, essendomi in quel momento ricordato che il portinaio m’aveva detto che abitavano molto in alto; vedo invece un altro scudo di cartone abbellito da una enorme pipa, fumante come una vaporiera, e leggo: «Studio Ferrol e Compagnia più avanti».
Avanti adunque ancora.
Un secondo corridoio, più buio del primo e non di certo più allegro, mi si presenta. Se non avessi sentito anche qui l’odore del tabacco, vi giuro che non avrei osato inoltrarmi.
Se invece di essere a Torino mi fossi trovato in qualche quartiere di Napoli, non so se mi sarei sentito l’animo d’impegnarmi in quel laberinto sospettoso.
Anche il secondo corridoio è finito ed un terzo mi si presenta. Scorgo un terzo scudo: «Studio Ferrol e Compagnia un pochino più avanti».
Ebbi per un momento il sospetto che quei mattacchioni avessero voluto farmi uno scherzo e che mi stessero alle spalle ridendo sotto i baffi. Non vedendo però nessuno e non udendo che l’eco dei miei passi, infilai anche quel terzo corridoio.
Ancora trentaquattro passi, non uno di più, né uno di meno, poi nuovo cartello, questo più visibile degli altri e anche un po’ meno guasto: «Studio Ferrol e Compagnia: sta qui».
«Finalmente!» esclamai.
Se la durava ancora qualche minuto, rinunciavo anche alla campagna.
Un po’ più innanzi vedo una porta massiccia, degna d’una prigione o d’un avaro pieno di denaro e busso, o meglio tiro tre calci che risuonano nel corridoio come tre colpi di cannone.
Di dentro odo una voce a me sconosciuta, che grida: «Chi è l’importuno che viene a strappare gli artisti dalle loro occupazioni?»
«Quello che è stato invitato ad andare in campagna», risposi io.
Odo una chiave introdursi nella toppa, poi scattare il chiavistello nientemeno che sette volte! pensai.
La porta si aprì e mi si presentò un bel giovanotto, dai capelli biondi e ricciuti, gli occhi azzurri, le carni rosee e le gote molto paffute.
«Siete il pittore?» mi chiese facendomi entrare.
«Il pittore che viene dalla Provincia.»
«Accomodatevi.»
«Scusate, voi siete…»
«Spartaco», mi risponde con accento tragico il giovanotto.
«Bel nome!… Forse che siete un discendente del famoso gladiatore romano che…»
«Sì, era mio bisnonno», mi rispose il giovane con imperturbabile serietà.
«Vostro bisnonno? Oh!» esclamai io. «Non sono mai stato forte in fatto di storia, però mi pare che il gladiatore fosse vissuto un duemil’anni fa.»
«Non importa, era mio bisnonno», mi rispose l’altro senza perdere una linea della sua serietà. «Si accomodi.»
«E Ferrol?»
«Si accomodi.»
E mi piantò in asso scomparendo dietro ad un certo drappo che mi parve un vecchio scialle turco e non di certo in troppo buono stato.
Mi guardai intorno senza riuscire a scoprire una sedia. Certo quel discendente del fiero gladiatore aveva voluto burlarsi di me.
L’appartamento di quei signori che volevano andare in campagna merita davvero che ve lo descriva.
Non si trovava né al pianterreno, né al piano nobile, né più sopra. Era bensì un primo piano, incominciando però dall’alto, molto più vicino alle stelle che al selciato.
In altri termini, si trattava d’un vero granaio, a tetto spiovente: che lusso di decorazioni però, lettori miei!
Innanzi tutto v’era una stufa, e, cosa notevolissima, v’era un bel fuoco, indizio di ricchezza non comune a cui non erano abituati i miei colleghi d’arte.
È vero che bruciava gli avanzi di una vecchia sedia; ma il fuoco c’era e quello era un buon segno.
Per terra v’era nientemeno che un tappeto, anche questo indizio di un lusso straordinario, non avendo mai veduto altro, presso questi miei amici, che dei cartoni, e quello che è più degno di nota si è che trattavasi di un tappeto turco a pagliuzze d’oro… cioè no, l’oro era scomparso per lasciar posto a certi strappi mal rattoppati.
Sopra la porta altro tappeto o scialle turco che fosse ed in mezzo un altro ancora, inchiodato alle travi, e che serviva da muro divisorio.
Pensai per un momento che i miei amici fossero diventati turchi anche loro ed il mio sospetto era avvalorato dal fatto che non vi era nemmeno una sedia. Già sapete...




