E-Book, Italienisch, 396 Seiten
Reihe: Narrativa
Salvini No Big Deal
1. Auflage 2024
ISBN: 979-12-5480-087-4
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 396 Seiten
Reihe: Narrativa
ISBN: 979-12-5480-087-4
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Dixon e Lena. Londra e Livorno. Due vite apparentemente distanti, eppure così simili. Lui è il bersaglio prediletto delle cattiverie dei compagni di scuola, che lo deridono; delle ragazze, che lo considerano mediocre; del padre, soprattutto, un uomo alcolizzato e violento che lo picchia con metodo. In Italia Lena vive una situazione meno estrema, ma dentro di lei il disagio è lo stesso. Sente di non piacere a nessuno: non ai ragazzi, a cui pare risultare invisibile, e di certo non alla madre, una donna oppressiva e impantanata in un matrimonio ormai al capolinea. Arriva finalmente un approdo, qualcuno su cui fare affidamento - l'amico Ale per Dixon, l'amore di Tommaso per Lena. Ma il vero approdo, per entrambi, diventa la musica, uno strumento per reagire alla confusione dei rapporti disfunzionali e trovare un posto nel mondo. Dixon si unisce come chitarrista ai (No Big Deal), una band indipendente in cerca di gloria, mentre Lena coltiva il sogno di diventare una giornalista musicale trasferendosi a Londra. I loro percorsi paralleli si intersecano in un pub della capitale tra i fumi dell'alcol e le note rock del gruppo, e finiranno per essere inestricabilmente legati. I fantasmi del passato e le insidie del presente presto mostreranno quanto la felicità sia instabile e quanto il successo, anzi il semplice sogno del successo, sia difficile da gestire. In questo esordio luminoso e maturo Rachele Salvini racconta il percorso accidentato della scoperta di sé, e come le ombre degli abusi subiti ci impediscano, a volte, di esprimere ciò che potremmo e vorremmo essere.
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5. Sangue
Quando avevo dodici anni, mi ritrovai incastrata tra il silenzio di casa mia e il frastuono della mia classe delle medie. Il mio isolamento fu il motivo per cui cominciai ad ascoltare dischi, e mio padre mi regalò un lettore mp3. Volevo coprire il silenzio quando ero a casa, e il frastuono dei miei compagni quando ero a scuola. Era così che lo chiamavo, , come se le parole dei miei compagni di classe fossero semplicemente suoni sgradevoli, un coro di flauti di plastica che fischiavano e stonavano l’ultima nota di una melodia. Il frastuono, in realtà, era la crudeltà di cui poteva essere capace solo un gruppo di ragazzini spaccati a metà tra infanzia e adolescenza. E davanti a tutti questi suoni sgradevoli, ero sola.
Vorrei poter dire che c’era una ragione profonda per la mia mancanza di popolarità. Ma alle medie nessuno è profondo, e io ero semplicemente . Per quanto patetico fosse, mi circondai di persone che non potevano ferirmi: i componenti dei miei gruppi preferiti. Mentre me ne stavo seduta al banco, le cuffie ficcate nelle orecchie, incollavo sulle pagine del mio diario fotografie stampate da internet, trascrivevo dati inutili su compleanni di rockstar californiane che non avevano idea della mia esistenza. Mi sembrava di conoscerli, di vedere le loro personalità dietro gli occhi bistrati di kajal, le giacche di pelle, quei coloriti malaticci. Avevo creato un mondo completamente mio, una pacifica opposizione a chi mi circondava – fino al giorno del sangue.
Il giorno del sangue cominciò prima ancora che arrivassi a scuola. Mio padre e mia madre erano in cucina a fare colazione mentre io ero seduta davanti allo specchio in camera mia, il viso pallido punteggiato di macchiette e brufoli comparsi nell’ultimo anno. Mi faceva schifo. Di fatto, se prendevo in esame ciascuna parte a sé, non c’era niente di strano nei miei occhi, nel mio naso, nelle mie sopracciglia. Ero proporzionata, eppure c’era qualcosa di vuoto, forse la mancanza di spigoli, la rotondità di naso e mascella che sembravano fondersi in un miscuglio piatto e molle, una massa di carne informe, come un pezzo di cibo masticato e incastrato nello scarico del lavandino.
Quando andai in cucina per fare colazione, mia madre stava porgendo una tazzina di espresso a mio padre. Lui era seduto al tavolo, gli occhi concentrati sulla sua agenda, e allungò il braccio verso mia madre senza neanche guardarla. La mano di lei tremava leggermente, e quando toccò quella di mio padre la tazzina scivolò sul piattino.
Mi lanciai ad afferrarla prima che cadesse. L’espresso bollente si rovesciò a terra. Mio padre e mia madre si fissarono, ciascuno certo che la colpa di ciò che era appena successo fosse dell’altro. Non dissero niente. Si guardarono e basta, come due cani ai lati opposti di una strada, la pelle tesa nello sforzo di trattenere le urla e la rabbia. Mi portai le dita alle labbra, strappai un pezzo di pelle e sentii il sangue tra i denti. Quando mi sentì afferrare un quadrato di carta assorbente per ripulire il caffè dal pavimento, mia madre si mosse. Si riprese, disse: “Lena, tranquilla, faccio io”, ma entrambe sentimmo le gambe della sedia trascinate contro la terracotta. Quando ci voltammo mio padre stava già sparendo dalla cucina.
“Vuoi un altro caffè?” chiese lei.
La risposta arrivò attraverso il rumore della porta di casa, il tonfo delle scarpe di mio padre che scendeva le scale. Mia madre mi strappò la carta dalle mani. “Lascia perdere,” disse, tra i denti. “Vai a scuola”. Si piegò sulle ginocchia, la macchia di espresso che si allargava infiltrandosi negli spazi chiari tra le mattonelle. Sarei dovuta restare, o almeno avrei dovuto dire qualcosa. Invece uscii di casa, infilai le cuffie e coprii il silenzio.
Quando ascoltavo la musica non pensavo alla complessità delle melodie, alle sfumature armoniche o alle distorsioni. Non avevo alcuna conoscenza tecnica, ma sognavo. Ascoltavo parole che spesso non capivo e immaginavo di essere da un’altra parte, in un altro paese: in un pub nel Nord della Gran Bretagna con gli Arctic Monkeys, in un seminterrato di New York con gli Strokes, allo stadio con gli Oasis a guardare un derby sui sedili chiazzati di birra.
A volte i sogni si interrompevano. Una professoressa entrava in classe, un compagno mi rivolgeva la parola per chiedermi una penna. Quel giorno, mentre varcavo la soglia del portone della scuola, gli occhi bassi sul titolo della canzone che stavo ascoltando, fu Gianmarco Lenzi. Stava correndo con Leonardo Ciompi, il suo migliore amico, e mi spinse via; si fece strada come se fossi un ramo che ostruiva un sentiero. Annaspai per prendere al volo il lettore mp3.
Cadde a terra. Lo schermo si frantumò. Il titolo della canzone, sparito. Il mio respiro spezzato come un fiammifero spento di colpo. Leonardo corse via ridendo. Gianmarco si fermò e lanciò uno sguardo allo schermo rotto del mio mp3. Sapevo che non era colpa sua, che forse non mi aveva neanche visto, non mi vedeva mai. Ma poi si voltò di nuovo e continuò a camminare, il passo sicuro di chi sa di non essere solo.
Infilai le cuffie. L’audio funzionava ancora, ma non potevo scegliere una canzone, né leggere il titolo sullo schermo. Sentii qualcosa aggrovigliarsi dentro di me, come se tutte le mie interiora si stessero tendendo e stringendo prima di esplodere.
Quella sensazione non mi abbandonò per tutta la mattina. La stessa di quando hai una gamba addormentata e non riesci a sentirla più come tua. Pensai che forse sarei crollata lì, sul marciapiede, lasciando il mio mp3 rotto, unica prova della mia esistenza, tra le merde di cane e i mozziconi di sigaretta. Sarei scomparsa in uno dei miei sogni.
Invece quello fu il giorno in cui sgorgai fuori.
Gianmarco Lenzi stava camminando dietro di me con Leonardo verso la fermata dell’autobus. Avevo le cuffie nelle orecchie, ma abbassai il volume, pronta a reagire nel caso in cui mi avessero rivolto la parola.
Stavano parlando di ragazze. Leonardo disse: “È bella ticcia, non so se ne vale la pena”.
“Com’è fatta?” chiese Gianmarco.
“Tipo lei,” e capii benissimo che indicava me, anche se stavo guardando avanti. Lo disse con noncuranza, probabilmente convinto che stessi ascoltando la musica come mio solito.
Gianmarco rispose con un verso che non riuscii a interpretare con certezza. Fu come un grugnito, un lamento. Mi voltai.
“Tutto okay il tuo mp3?” chiese lui. E forse lo disse con gentilezza, forse aveva fatto quel grugnito solo perché tutti in classe mi ignoravano. Forse c’era qualcosa di genuino nella sua domanda, e quando si era fermato per guardarsi indietro quella mattina, dopo avermi spinto via, si era davvero sentito in colpa, almeno un po’.
Ma ormai era troppo tardi. Aveva grugnito. “Ti ho sentito,” dissi.
Leonardo fece una risatina.
Gianmarco mi disse: “Vabbè, ma lo sai”, scrollando le spalle.
Mi fermai. Si fermarono anche loro. Le mani mi prudevano, i polpastrelli imploravano di essere portati alla bocca per strappare un pezzo di pelle morta. “Cos’è che so?” chiesi. Il cuore mi batteva nelle vene fino alla punta delle dita. Era la prima volta che incoraggiavo un compagno a dire cosa pensava di me, guardandolo dritto negli occhi. Forse speravo che la cosa lo intimidisse, che si rendesse conto di ciò che stava dicendo.
Ma Gianmarco non sembrò affatto imbarazzato, più confuso, forse, come se gli avessi chiesto il motivo per cui sette per otto faceva cinquantasei. Si passò una mano tra i capelli biondi, lunghi fino alle spalle. Gli si arricciavano in fondo, e a volte li raccoglieva in un codino. Era un ragazzo dolce, con la bocca larga e i denti bianchi e splendenti, ma era semplice, e voleva a tutti i costi far parte della piccola comunità di classe. E per la nostra microsocietà contavano solo i fatti: come tutti sapevano che sette per otto faceva cinquantasei, tutti sapevano che io ero un cesso. Non c’erano possibili interpretazioni o posizioni divergenti. Mentre l’espressione sul viso di Gianmarco si faceva confusa, come fosse alla ricerca di una spiegazione logica che in realtà non esisteva, io cominciai a spegnermi, a chiudere i circuiti che collegavano il mio cervello al resto del corpo. “Lo sai che sei orribile,” disse.
Non mi scorticai le labbra, né risposi a tono. Semplicemente, estirpai la rabbia. Gianmarco era uno tra tanti. Non era il più crudele, né il più molesto, e non mi aveva neanche affibbiato il soprannome più offensivo. Tuttora non so perché quel giorno decisi di sputare. Sentii la gomma uscirmi di bocca, scagliata come un proiettile da muscoli a cui non avevo dato comandi. Fu come un istinto di difesa, o meglio, di sopravvivenza. Sputai la gomma nei capelli di Gianmarco, tra le ciocche della chioma bionda e ricciuta di cui andava tanto orgoglioso, come se dovessi difendermi da un predatore, come se il mio corpo sapesse, anche se io non ne ero in pieno controllo. Fu allora che partì anche il braccio: non solo sputai, ma spiaccicai la gomma tra i capelli di Gianmarco per farla invischiare bene, come se gli stessi schiacciando un insetto addosso, le budella che esplodevano. La sua espressione trionfante scomparve, e io corsi via.
La mia reazione aveva sorpreso me più di quanto avesse sorpreso Gianmarco. Non ero abituata a difendermi. Mi ero convinta di non...




