Sansonna | Hollywood sul Tevere. Storie scellerate | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 151 Seiten

Sansonna Hollywood sul Tevere. Storie scellerate


1. Auflage 2016
ISBN: 978-88-7521-777-8
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 151 Seiten

ISBN: 978-88-7521-777-8
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Dietro i magnifici film che trasformarono una nazione uscita a pezzi dalla guerra in centro propulsivo dell'immaginario mondiale si celano incredibili vicende di vita vissuta, sospese tra squallore e magnificenza. Grandi registi, produttori megalomani, attrici viziose e comici nazionalpopolari in possesso di inconfessabili segreti. La grazia demoniaca di Tina Aumont, Alighiero Noschese reclutato dalla P2, la bravura patologica di Gian Maria Volonté, Gualtiero Jacopetti e l'Fbi, il titanico Salvo Randone ridotto in miseria, Tognazzi che offre la propria visceralità alle eresie di Marco Ferreri... esistenze trasversali, che somigliano a sceneggiature non ancora girate. Mentre l'immaginifico Fellini condivideva il teatro 5 di Cinecittà con l'iconoclasta Carmelo Bene, Elio Petri conquistava l'Oscar per Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Hollywood sul Tevere racconta la vitalità, la bellezza, l'abiezione, la follia e la grazia di un mondo forse perduto per sempre.

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L’UOMO SENZA VOLTO


Nella fosca Roma dei primi anni Settanta la hall dell’hotel Excelsior registra un flusso anomalo di omarini trafelati, in completi Facis e occhi apprensivi, coperti da occhiali fumé. Entrano circospetti dall’ingresso di via Veneto, si infilano rapidi in ascensore e raggiungono la suite imperiale.

Appollaiato dietro una scrivania in noce, ad attenderli, alligna Licio Gelli. Una veste pubblica da venditore di materassi cela la sua dimensione ancora esoterica, da Maestro Venerabile della P2.

Al suo cospetto sfilano quotidianamente, in rapida successione, sottosegretari, imprenditori, gioiellieri, cavalieri del lavoro, barracuda dai denti affilati e microscopici frammenti di plancton, tutti avidi di capire quanto convenga prendere la sua tessera. In tutte le voci di corridoio d’Italia, dai ministeri ai circoli nautici, la P2 suona come sinonimo di scalata sociale, di accesso esclusivo al mondo che conta.

Licio blandisce il neofita di turno con occhi acuminati e sorriso mellifluo, disegnando con gesti ampi ardite traiettorie politiche, ventilando possibilità allettanti, per chi avrà l’arguzia di salire in tempo sul suo carro. Quando l’interlocutore è maturo, sufficientemente abbacinato, Gelli estrae dal cilindro il colpo di grazia, per abbattere ogni scetticismo residuo: la telefonata confidenziale a Giulio Andreotti.

Il Venerabile la affronta ostentando cameratismi di lunga data, distendendosi in risate ampie, seguite da improvvisi corrugamenti pensosi, gravidi di senso di responsabilità, consoni al clima cupo vissuto dal paese. Poi passa la cornetta all’ospite, per fargli ascoltare poche, solenni, decisive parole. Pronunciate dissimulando, dietro un romanesco lieve e rassicurante, la solidità di un potere dai confini imperscrutabili. Sufficienti a far percepire a chi ascolta quanto sia alta la posta in gioco: il modulo d’iscrizione viene così rapidamente firmato, il lauto contributo versato, il grembiulino consegnato e la P2 incamera un nuovo adepto.

Gelli, in realtà, in quelle occasioni, evita di scomodare davvero Giulio Andreotti. Compone sempre e solo un numero, quello di Alighiero Noschese: il più famoso imitatore italiano, piduista, tessera numero 1777. Così racconta Francesco Pazienza, faccendiere per antonomasia e nome ricorrente nei meandri più torbidi della Prima Repubblica. L’impiego occulto dello straordinario eclettismo di Noschese e la sua prossimità con Gelli vengono confermati anche dal fumettista Pier Carpi, intimo del Venerabile e molto vicino alla P2. «Lo incontravo spesso, Alighiero, in via Veneto. Si lamentava con Gelli di quanto lo trascurasse la Rai, della sua carriera in declino».

Eppure, negli anni Sessanta, il suo percorso artistico era stato vertiginoso, in continua ascesa, generato da un talento misterioso quanto la sua personalità.

Con il suo avvento sulla scena, per la prima volta, le caricature guizzano fuori dalle pagine dei giornali satirici e prendono vita, si fanno carne, sbucando vivide in ogni televisore italiano. La classe dominante viene costretta, in blocco, a osservarsi replicata, in uno specchio più fedele che deformante. Emerge senza filtri, nell’infinita riproducibilità catodica, l’essenza avanspettacolare del bestiario politico. Riprodotti in serie, finiscono per sembrare tutti figuranti di una commedia corale in salsa grottesca. Con i loro corpi difformi, costipati in giacche e cravatte istituzionali, vengono messi alla berlina per i propri difetti fisici, e per un divorante attaccamento al potere. Sulle prime rimangono perplessi, vorrebbero mettere mano alla censura.

Fanfani è il più inviperito: per riprodurne la statura, Noschese si è legato le scarpe alle ginocchia. Ma è una rabbia passeggera: l’élite democristiana, avvezza a un uso secolare del potere, prende rapidamente le misure di quell’ometto cangiante.

Intuiscono quanto possa essere utile dargli in pasto corpo e voce. Diventando insperatamente, attraverso la transustanziazione noschesiana, pupazzi bonari, beniamini del pubblico. Finiscono così per intasare in blocco le platee dei suoi spettacoli: una sera, tra gli spettatori, si contano centotré deputati che sgomitano bramosi per essere i prescelti, per infilarsi nel suo pantheon di caricature. Fanno la fila, dietro la porta del camerino, per suggerirgli una battuta, per farsi studiare da vicino. Si lasciano fagocitare, per neutralizzarlo. Lo trasformano, gradualmente, in giullare organico.

Allo sfumare degli anni Sessanta, però, il fenomeno Noschese sembra esaurire la sua spinta propulsiva. Il repertorio comico, legato a una trasversalità utile a blandire ogni potere, risulta anemico, in un’Italia degli anni Settanta sempre più feroce e disincantata. Lo scenario è cambiato: il boom ha svelato la sua natura illusoria, la crisi economica segue quella energetica, la speculazione edilizia imperversa, l’industria automobilistica nazionale subisce pesanti contraccolpi. Divampano dure polemiche sul divorzio. Dal 1969, in soli cinque anni, ci sono stati centoquaranta attentati terroristici. Nei telegiornali rimbalzano, in sequenza, le macerie di piazza Fontana, di piazza della Loggia, del treno Italicus. Le Brigate Rosse cominciano a rapire e uccidere. Nessuno sembra avere più voglia di lasciarsi consolare da una satira blanda: alcuni editorialisti di area comunista accusano Noschese di rimanere sulla superficie, sul buffo, senza affondare la lama gelida, da comico di razza, nelle carni di chi viene imitato, per portare alla luce le aberrazioni ormai evidenti della politica. Gli uomini di potere, dal canto loro, non hanno più bisogno di essere mostrati come innocue e simpatiche macchiette. Noschese non è più funzionale ai politici: apparire come mascalzoni buffi, di gommapiuma, da operetta, potrebbe cominciare a nuocergli. In un paese sulla soglia della guerra civile, devono recuperare una granitica autorevolezza, farsi garanti dell’ordine pubblico, marmorei come guardiani della Legge. Una censura più o meno manifesta comincia ad accanirsi contro l’uomo dai mille volti, come lo hanno ribattezzato i giornali, assottigliandogli il repertorio e sfilandogli spazi televisivi.

È l’inizio della fine, l’avvicinarsi dei titoli di coda di una vita enigmatica, sempre sospesa tra paillettes ed eversione, tragedia e avanspettacolo. Così lampante nel candidarsi a essere la perfetta autobiografia di una nazione da essere puntualmente rimossa, trascurata.

In quel periodo Federico Fellini è attratto morbosamente da Noschese, da quella faccia artificiale, malleabile a ogni trasformazione, così docile nel lasciarsi truccare, imparruccare, cancellare come individuo e risorgere come maschera, ogni volta diversa. Gli piace specchiarsi nell’imitazione che Noschese gli ha dedicato, con tanto di pigolio romagnolo invasato d’ispirazione, sciarpona d’ordinanza e cappello che esplode di idee, affiancato da una Loretta Goggi trasformata in Masina piagnucolante, appesa al braccio come una bambina. Vuole conoscerlo da vicino, smontarlo pezzo a pezzo, capire come funzionano i suoi delicati meccanismi nervosi. Nel 1962 gli propone un esordio da doppiatore, nel mixaggio delle «Tentazioni del dottor Antonio», episodio di . Mette alla prova Alighiero chiedendogli di inventare un accento meticcio, sospeso tra il partenopeo e il barese, per il caratterista Antonio Acqua, nell’occasione lugubre alto funzionario di un ente morale. Qualche tempo dopo, nel 1964, Noschese partecipa anche al doppiaggio di con due voci. Doppia la tedesca Valeska Gert nel ruolo ambiguo dell’ermafrodita medium albino Nhishma, e Carlo Pisacane, meglio noto come Capannelle, qui nei panni di un fraticello. Fellini si riserva così l’occasione di osservare da vicino quell’omarino piccolo, apparentemente impalpabile. Capace, nelle ribalte televisive, di espandersi fino a diventare il suo sosia, grande, grosso e carismatico. A turbarlo è il suo sguardo, così inquietante nel diventare identico al suo: «Mi è sembrato di trovarmi di fronte a un mio doppio eterico. Ha questo dono speculare, magico, che sembra provenire da un inconscio profondo. Si mette davanti a un essere umano, a un personaggio, a un volto, a un connotato, a un carattere. E lo replica, alla perfezione». Noschese lo turba: quando è senza maschera gli occhi allucinati e il sorriso tirato non lasciano pensare a nulla di umano. Sembra il pupazzo di chissà quale ventriloquo: un guscio vuoto, dotato di un magico marchingegno artificiale, segreto delle sue continue trasfigurazioni. Come quegli automi settecenteschi che tanto ossessionano il regista riminese, intelligenze artificiali ante litteram, che troveranno posto nel .

Roso da quest’ossessione, Fellini progetta uno strano film biografico, assumendo Noschese come protagonista e oggetto di narrazione. Nel 1970 si dedica anima e corpo al progetto. Riesce a varcare l’uscio del suo antro da dottor Mabuse e osservare da vicino i diciannove registratori a nastro doppio di Noschese, il prototipo di moviola, il pionieristico videoregistratore e lo sterminato archivio cartaceo su cui ha schedato tic, difetti di pronuncia, intercalari dialettali, tipologie di voce, comportamento e abbigliamento delle sue amate vittime. Un’enciclopedia fondamentale per dare vita, negli anni, a più di mille personaggi.

Noschese, in quell’occasione, confida a Fellini i suoi quotidiani esercizi spirituali: «Ascoltare su nastro la voce dell’imitato non meno di trenta volte. Studiarne accuratamente la gestualità. Frequentare la persona da imitare, ma senza diventarne amici, perché si perderebbe la carica ricettiva. Non imitare i morti, la gente se ne...



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