Santoni | La scrittura non si insegna | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 93 Seiten

Santoni La scrittura non si insegna


1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-3389-177-4
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 93 Seiten

ISBN: 978-88-3389-177-4
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Questo libro non è l'ennesima guida piena di precetti su come impostare la trama, sviluppare i personaggi, creare empatia. Qui non si danno norme, tantomeno si promettono scorciatoie per scrivere bene. Vanni Santoni è molto onesto con il lettore, ovvero con l'aspirante scrittore a cui è destinato questo pamphlet acuto e affettuoso: la scrittura non si insegna. E «il motivo è uno, semplice e perentorio: la vastità infinita delle possibilità di un testo narrativo implica che infinite cose si possano scrivere in infiniti modi». Non esistono regole assolute. La grande letteratura non è una sequenza di mosse che si susseguono in maniera predeterminata per ottenere un effetto, non è un freddo algoritmo, ma un campo di possibilità, tensioni e persino contraddizioni.

Santoni La scrittura non si insegna jetzt bestellen!

Autoren/Hrsg.


Weitere Infos & Material


Introduzione


In una prima bozza di questo libro, l’introduzione consisteva in una storiella: quella di una rivista autoprodotta i cui membri diventavano tutti scrittori a parte uno, quello che aveva deciso di iscriversi a una grande scuola di scrittura creativa – lui, invece, sarebbe diventato un insegnante di scrittura creativa.

Per quanto avesse l’aspetto di una parabola, era una storia vera. Tuttavia – si sa che «scrivere è riscrivere», ma è ancor più tagliare – ho deciso di rimuoverla dalla versione finale, sia perché il suo beffardo valore didattico rimane anche in questo brevissimo riassunto, sia perché si prestava a fraintendimenti. Per quanto in questo pamphlet si venga a sostenere che non la scrittura, ma solo la mentalità dello scrittore possa essere insegnata, aprire con una storia del genere rischiava di alimentare un mito che, nel generare legioni di aspiranti frustrati, è stato più potente di qualunque pretesa d’insegnamento della «scrittura creativa»: quello dello scrittore solitario e geniale, che lotta con le sue sole forze nonostante un’editoria sorda e corrotta che cerca di ostacolarlo in ogni modo.

È dal Romanticismo che l’idea stessa della scrittura si è legata a un’immagine – appunto – romantica della figura dell’autore, alimentata poi nei secoli successivi con miti ulteriori e anche più radicali: un’idea del tutto incompatibile con quella di apprendere il mestiere in una classe e attraverso moduli didattici.

È da quel seme e da quei miti che viene l’idea della scrittura come qualcosa che non può essere insegnato. Quando, esattamente trent’anni fa, le prime scuole di scrittura cominciarono a spuntare in Italia – se vogliamo, come conseguenza di quella «politica degli esordienti» avviata da Calvino e soprattutto da Tondelli – alcuni dei più importanti autori e critici italiani dell’epoca si esprimevano in questi termini sulla questione:

Le regole si insegnano, ma la scrittura [letteraria] nasce proprio dalla trasgressione di queste stesse regole. [...] Lo stile nasce dall’esclusione. E lo scatto del vero scrittore, solo la singola personalità se lo può dare.

(Giovanni Raboni)

Insegnare a scrivere: ma che vuol dire? È la traduzione italiana del americano, ma è una cosa assolutamente sbagliata. E che vuoi imparare? È molto più importante leggere dieci, cento, mille libri, insomma tutta la letteratura, e se uno non impara così, vuol dire che è negato, scrittore non lo sarà mai.

(Mario Soldati)

Io [all’insegnamento della scrittura] non ci credo. [...] Così come non credo che si possa insegnare a un adulto a creare. [...] Certo, se hai tra le mani un manoscritto, allora puoi dire la tua, osservare: qui mi sembra troppo lungo, qui troppo sovraffollato. Ma questo non è insegnare, si tratta di consigli.

(Natalia Ginzburg)

Queste scuole le detesto, le detesto tutte quante. [...] Credo che per difendere quel poco di senso che è rimasto ancora alla scrittura occorra separarla il più possibile dall’idea che si tratti di un mestiere.

(Franco Cordelli)

No, non ci credo. Scrivere è un artigianato che non conosce maestri, se non in modo imponderabile. [...] C’è una bellissima lettera che Cechov indirizza a Gorkij: gli spiega come si può evocare un chiaro di luna, magari anche con dei frammenti illuminati di vetro su un muretto. La lezione è perfetta, ma certo a Gorkij, che aveva tutta un’altra idea di letteratura, non servì a nulla.

(Enzo Siciliano)

Ho qualche dubbio sulla loro utilità e mi domando se non sarebbe meglio trasformarle tutte in scuole di lettura. Sono i lettori che mancano: di scrittori ce ne sono fin troppi.

(Luigi Malerba)1

Un’alzata di scudi che, pur contenendo diverse verità, oggi appare non poco pregiudiziale – quasi un desiderio di difesa di una certa aura che si credette minacciata. Gli unici a pensarla diversamente erano Fruttero & Lucentini, che già nel 1985 sostenevano che l’insegnamento della scrittura sarebbe «cresciuto a dismisura e divenuto normale materia d’insegnamento», e in effetti è andata così. Basta a dimostrarlo il numero di scuole, e se vogliamo anche la qualità dei corpi docenti, che annoverano molti dei migliori scrittori italiani, segno che certi pregiudizi sono ormai svaniti.2

Certo, dagli Stati Uniti, dove l’insegnamento della scrittura è stato a tal punto sistematizzato da far sì che oggi quasi tutti gli scrittori pubblicati escano dagli MFA, MA e BA in Creative Writing (dove pure insegnano quasi tutti gli scrittori affermati),3 arriva un segnale: la lingua si è uniformata, le eccezioni sono scomparse, e il fronte d’onda del romanzo è tornato in Europa. Può essere il semplice frutto dei ricorsi storici, e può entrarci la pressione alla pubblicazione (e quindi, da quelle parti, anche a trovare un agente) che porta a valorizzare i testi che assomigliano a qualcosa che c’è già, ma di certo l’epoca dei titani, dei Roth e Bellow e Morrison, dei DeLillo e Pynchon e McCarthy dei bei tempi è certamente finita, pur essendosi moltiplicata a dismisura la quantità di aspiranti «formati».

In effetti io stesso, sebbene di corsi ne tenga svariati, reputo che la scrittura non si possa insegnare. Il motivo è uno, semplice e perentorio: la vastità infinita delle possibilità di un testo narrativo implica che infinite cose si possano scrivere in infiniti modi.

Ne consegue che, come suggeriva sottotraccia Siciliano nella sua critica, ogni testo ha bisogno di trovare le proprie giuste modalità, e allora a poco, davvero a poco, varrà spiegare come si fa un incipit, come si delinea un personaggio, come si scrive un buon dialogo o si imposta una scena, finanche come si imposta un arco narrativo (quanti brutti fantasy sono sgorgati dal 4?). Il personaggio delineato nel modo (a) non è necessariamente appropriato per il romanzo (b); l’incipit impostato secondo la modalità (x) non è necessariamente adatto al romanzo (y), così come a quest’ultimo non gli va bene l’arco narrativo (k) o la struttura (n). E se vale ciò, va da sé che si deve scappare a gambe levate quando si sente parlare di deuteragonisti, sequenze, «personaggi punto di vista», fabula & intreccio, paratassi e ipotassi. Non perché non siano tutte questioni interessanti – anche decisive, se c’è da analizzare un testo a posteriori – ma perché questo tipo di nozioni non farà di te uno scrittore, a meno di apprenderle direttamente leggendo.

William Faulkner, che non era certo un naïf vista la quantità di che metteva nei suoi romanzi, a livello sia stilistico, sia strutturale, diceva che «se uno scrittore è interessato alle “tecniche” farebbe meglio a darsi alla chirurgia o alla muratura. Non esistono metodi meccanici per scrivere un romanzo, e non esistono scorciatoie. Un giovane scrittore che pensa di poter seguire una teoria è un imbecille».

E, quando si è agli inizi, è anche sano essere nemici di ogni teoria, e soprattutto di chi si piazza dietro a una cattedra con la pretesa di trasmetterla: cosa sarebbero mai, le arti, se non ci fosse, ogni volta, qualcuno che tenta di sovvertirne le regole, di farne saltare i paradigmi acquisiti, di metterne in ridicolo le accademie?

Pure, in questi anni, di scrittura ne ho insegnata: ho fatto tante ospitate, ho condotto corsi miei, faccio addirittura parte del corpo docente di una scuola, anzi due. Hai tradito i tuoi ideali letterari di gioventù!, arriverà qualcuno a gridare, sempre che ci sia ancora qualcuno che creda negli ideali, nella giovinezza o addirittura nella letteratura. Gli risponderò raccontando cosa mi feci venire in mente la sera prima del mio primo corso di scrittura, fissando un soffitto d’albergo che non si vedeva per l’oscurità. Pensai – con un filo di presunzione, quella sì, tutta giovanile, giacché come scrittore non ero che un pulcino, con due soli librucci pubblicati – che non si può insegnare a scrivere, ma forse si può insegnare a pensare come uno scrittore.

Giunto a tale punto, e sviluppatolo negli anni, non credo più che le scuole o i corsi siano dannosi, e neanche che fare da soli sia l’unica via etica. Tendo a pensare in termini inversi: non è che fondare una rivista autoprodotta ti farà diventare uno scrittore, è più che se hai la forza di inventarti una rivista, raccogliere gente intorno a te, scrivere e discutere in assemblea i racconti al suo interno, stamparla e cercare di promuoverla nella raggelante indifferenza del mondo, allora, probabilmente, avrai anche la forza per diventare uno scrittore. Nessuna scuola, allora, impedirà a chi è destinato a essere uno scrittore di diventarlo, e allo stesso modo non farà di un non-scrittore uno scrittore: potrà, magari, restringere i tempi, a seconda dell’indole della persona in questione. Credo però ancora che le tecniche non debbano essere insegnate – e lo credo perché credo che non sia utile farlo. Ogni romanzo, ogni racconto, ogni testo di prosa o poesia necessita dell’esclusiva lingua, forma e struttura di cui ha bisogno: e quindi insegnare a comporre un incipit o «delineare un personaggio» non sarà utile. Magari non dannoso, ma di certo non utile.

Ciò non significa che un corso – o un manuale – di scrittura non possa avere una sua utilità: ma, per usare una metafora alimentare, è una sorta di integratore, perché a scrivere si impara solo leggendo e scrivendo. Il che, parlando di alimenti, ci...



Ihre Fragen, Wünsche oder Anmerkungen
Vorname*
Nachname*
Ihre E-Mail-Adresse*
Kundennr.
Ihre Nachricht*
Lediglich mit * gekennzeichnete Felder sind Pflichtfelder.
Wenn Sie die im Kontaktformular eingegebenen Daten durch Klick auf den nachfolgenden Button übersenden, erklären Sie sich damit einverstanden, dass wir Ihr Angaben für die Beantwortung Ihrer Anfrage verwenden. Selbstverständlich werden Ihre Daten vertraulich behandelt und nicht an Dritte weitergegeben. Sie können der Verwendung Ihrer Daten jederzeit widersprechen. Das Datenhandling bei Sack Fachmedien erklären wir Ihnen in unserer Datenschutzerklärung.