E-Book, Italienisch, 208 Seiten
Reihe: Narrativa
Scomazzon La paura ferisce come un coltello arrugginito
1. Auflage 2023
ISBN: 979-12-5480-016-4
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 208 Seiten
Reihe: Narrativa
ISBN: 979-12-5480-016-4
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Giulia Scomazzon è nata a Vicenza nel 1987. Ha un dottorato in Letterature e Media e nel 2021 ha pubblicato il saggio sul 'true crime' Crimine, colpa e testimonianza (Mimesis).
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Sopravvivenze
Devo provare a scrivere qualcosa su mia madre. È un’idea che mi ha dato la psicologa dopo una ventina di sedute. Non è che io non ci avessi mai pensato o provato, ma questa è la prima volta che mi dico che scrivere qualcosa può avere un senso, che apro un file di testo, gli assegno il titolo “Mia madre” e scrivo un certo numero di parole che dovrebbero essere l’incipit di un tema intitolato, appunto, “Mia madre”. Forse lo sto facendo perché pago la persona che mi ha detto di farlo e questo mi fa sembrare obbligato uno sforzo che altrimenti mi sarei evitata. Non lo so, però, mentre scrivo queste frasi, sento che i miei pensieri tentano di staccarmi dalla questione “mia madre” e riportarmi in un luogo meno spaventoso e più comodo, un posto in cui non ci sono che io, libera di dubitare di me stessa al riparo dai giudizi altrui. È una cosa parecchio fastidiosa, sentire che i miei pensieri sono costantemente attratti dai miei limiti, da qualcosa che assomiglia al senso di colpa per un’azione che non ricordo di aver commesso, nemmeno se mi sforzo. Vorrei riuscire a fermarli dove decido io e costringerli a uscire dalla mia testa, invece li vedo che scappano a nascondersi sotto la solita sensazione di impotenza che mi rende triste e mi fa sentire al sicuro.
Ho fatto uno di quei sogni in cui si torna scolari. La professoressa mi assegna il compito in classe “Parla di tua madre” e dopo il primo paragrafo mi accorgo che sono condannata ad andare fuori tema, che non riuscirò a ricalibrare la mira perché ormai ho perso più di due ore su una dozzina di righe abbozzate che parlano solo di me; che ogni parola fra queste righe significa, in buona sostanza, “Giulia”, e forse solo gli spazi tra le parole e la punteggiatura contengono un’invisibile “Roberta”, il nome di mia madre, ma sono come degli ostacoli che la mia parola deve saltare per essere scritta e poi andare, irrimediabilmente, fuori tema.
Da piccola ero abbastanza brava in atletica. Mi piaceva la sensazione dei piedi che rimbalzano sulla superficie morbida della pista di tartan e trovavo divertente buttarmi sulla sabbia nel salto in lungo o sui materassoni blu nel salto in alto. L’unica attività che mi terrorizzava era la corsa a ostacoli. Mi angosciava l’idea di non trovare il giusto ritmo per lo stacco. Prima del “Via!”, vedevo me stessa fare un passo titubante e troppo corto di fronte allo stupido arnese di legno e metallo e, , ecco il mio corpo sfasciato al suolo, impigliato nello stupido arnese e graffiato dai piccoli grumi rosso terra del poliuretano. Ecco gli altri bambini che ridono di me perché mi muovo, dolorante, come un insetto che si contorce a pancia in su. Loro non possono capire che le botte e i graffi mi fanno male, altrimenti smetterebbero di ridere e diventerebbero tristi a causa mia. Il titolo del tema, cioè “Mia madre”, mi fa sentire inadeguata come mi sentivo di fronte a quegli ostacoli, troppo alti e ravvicinati, che gli adulti mi paravano davanti nelle gare di atletica alle elementari e alle medie. Sbaglierò il ritmo, fallirò lo stacco, cadrò e proverò la stessa umiliazione che mi minacciava durante l’infanzia e che mi ferisce nei sogni da adulta. Il fatto è che non so proprio immaginare il mio sforzo espressivo in uno spazio che non sia pubblico, in un luogo in cui vengo giudicata nel modo severo e un po’ crudele con cui gli adulti giudicano le performance sportive dei bambini. Solo dentro a questo spazio pubblico e scomodo, in cui una persona come me rischia più l’indifferenza che una condanna, riesco a concepire le mie parole come insiemi di lettere generate da un’intenzione più forte dell’inerzia rassicurante e deprimente del silenzio. Apro un blog, anziché scrivere una pagina di diario o una lettera a un’amica, perché desidero essere vista e riconosciuta dagli altri – e questo è buffo, perché a me “gli altri”, intesi come le persone che non conosco, non piacciono per niente. Mi piacciono solo i miei amici o le persone di cui vorrei essere amica. Tutti gli altri mi spaventano o mi pesano addosso come macigni.
Un’ipotesi su cui rifletto da qualche settimana, sempre su suggerimento di Lucia, la mia psicologa, è che a una certa età mi sarei messa in testa che le mie parole e le mie azioni avrebbero dovuto condividere il destino di mia madre: non esistere più, non esistere per nessuno, fare la fine dei “per favore” o dei “grazie” che rivolgo al tabaccaio sotto casa, diventare una forma di cortesia passeggera, una cosa a cui i più non fanno nemmeno caso, distratti dai ritmi ripetitivi del quotidiano.
So poco o nulla di Roberta. La foto che vorrei apporre sul loculo che riunirà le ceneri del nonno, della nonna e di mia madre la ritrae di profilo, ventenne. Tutte le persone a cui voglio bene pensano che io assomigli alla donna immortalata in quella foto, e alcune tra queste, quelle che hanno osservato con più attenzione me e le fotografie, mi hanno fatto notare che la somiglianza non è solo fisica, riguarda anche le espressioni e la postura. Io penso che c’entri anche il tabagismo, la propensione a sorridere con la bocca chiusa per nascondere i denti non belli e la predilezione per i vestiti morbidi. Non mi piace che nel cimitero di una cittadina veneta ci sia la foto di qualcuno che mi assomiglia e non mi piace neppure l’idea di aver ereditato il linguaggio del corpo da qualcuno che non riesco a ricordare. Siamo due sconosciute identiche che non si incroceranno mai più e questo è penoso solo per me.
Ho pochissimi ricordi di mia madre e mi pare che quasi tutti contengano qualcosa di spiacevole, come un fondo di rimorso. Una volta, o forse più volte, ho provato a toglierle la parrucca per gioco e sono stata sgridata. Un’altra volta, durante una vacanza in Croazia, mamma si era messa il materasso in terrazzo per dormire al fresco e a me era stato vietato di starle accanto per non farle venire caldo. Ho ricordi vaghi di lei a letto, nei pomeriggi dopo la scuola, mentre mi chiede di parlare meno o di abbassare la voce. In una lettera che scrisse a mio padre quando avevo poco più di tre anni ho letto: “Giulia parla, parla sempre, non sta mai zitta”. Le memorie del nostro passato condiviso sono tutta roba così, insignificante per gli altri e spiacevole per me. Vorrei ricordarmi gesti o parole premurose, una battuta che mi faceva ridere o una storia che mi calmava, non queste impressioni effimere eppure sempre angoscianti, sempre sporcate dalla debolezza causata dalla sua malattia o dalla mia inadeguatezza di bambina che non sa perché sia preferibile parlare poco e a bassa voce della morte che aleggia sulla famiglia.
Per parecchio tempo ho creduto di ricordare poco o nulla di mia madre perché tra il 1993 e il 1995, cioè tra i miei sei e otto anni, Roberta era lontana da casa per via dei ricoveri sempre più lunghi e frequenti all’ospedale di Vicenza. Ne ho parlato prima con Lucia e poi con Andrea, questo il nome di mio padre, ed è venuto fuori che si tratta di un ricordo falso. Mia madre ha affrontato un solo ricovero, al massimo di un paio di settimane, prima di morire l’11 gennaio 1995 all’ospedale di Vicenza. Questo significa che nel 1993 e nel 1994 io l’ho vista quasi quotidianamente, eppure lei non esiste da nessuna parte nella mia memoria se non come una luce fioca che si accende e si spegne in una frazione di secondo. Lucia dice che nel corso degli anni potrei aver dilatato i tempi della separazione da mia madre per dare un senso alla mia stessa assenza di ricordi. Dice che se non ricordo nulla di mia madre non è perché ero troppo piccola, ma perché li ho rimossi, quei ricordi, per proteggermi dal dolore: non ricordare è l’esito della strategia di sopravvivenza di una bambina di otto anni. La bambina ha pensato , e il destino ha voluto che accanto alla bambina ci fossero adulti disposti a concederglielo. Per Lucia chi si è occupato di me ha causato un danno notevole, ma non irreparabile, alla mia psiche. Dal canto mio, non sento di avere il diritto di biasimarli. Neanche a me piacerebbe parlare di una madre morta con una bambina che non vuole farlo, però da qualche tempo ho la netta sensazione che in questo vuoto che mi impedisce di trovarla giochi un ruolo importante l’AIDS, e con l’AIDS tutta la vergogna e l’imbarazzo per la malattia che ha ucciso mia madre in un silenzio generale così simile ai miei vuoti di memoria.
Ho saputo con certezza che mia madre era morta per complicazioni legate all’AIDS solo a diciannove anni, undici dopo la sua morte. Chiesi quale malattia avesse avuto mia madre a mia nonna paterna, quella con cui sono cresciuta, perché un’amica mi aveva fatto capire che era strano che non lo sapessi con precisione, che sapessi solo che aveva avuto dei problemi a un rene. Mia nonna Assunta mi rispose che doveva parlarmene mio padre e così lui, da buon veneto, mi portò a bere un aperitivo e mi disse che la mamma era morta per complicazioni legate all’AIDS. Credo di averlo sempre saputo, credo che quell’informazione fosse incastrata appena sotto la soglia di ciò che è pienamente cosciente, ma prima di quel momento non l’avevo mai davvero chiesto e nessuno mi aveva mai detto apertamente qualcosa come “Tua madre era sieropositiva”. Insomma, mio padre mi...




