E-Book, Italienisch, 223 Seiten
Sillitoe La solitudine del maratoneta
1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-3389-137-8
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 223 Seiten
ISBN: 978-88-3389-137-8
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
La solitudine del maratoneta, che minimum fax ripubblica a sessant'anni dalla sua prima uscita, deve la sua fama a una suggestiva trasposizione cinematografica di Tony Richardson, ma soprattutto allo stile innovativo, e ancor oggi modernissimo, della scrittura di Sillitoe. La novella che dà il titolo alla raccolta è un lungo e inarrestabile fiume in piena di sessanta pagine che ripercorre, durante una maratona, i pensieri agitati di Colin Smith, un giovane scapestrato rinchiuso in un riformatorio che continuerà a chiedersi a ogni passo della sua gara per chi o per cosa stia correndo, trovando l'unica risposta possibile ormai quasi giunto al traguardo. Di racconto in racconto, Sillitoe ritrae un'Inghilterra proletaria, frustrata o ribelle, attraverso una serie di personaggi colti nella loro quotidianità e proprio per questo emblematici di uno dei periodi più fecondi della cultura britannica del Novecento. Difficile perciò pensare a un'opera che, più della Solitudine del maratoneta, possa ambire allo status di capolavoro del realismo inglese contemporaneo.
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Prefazione
, cantava Paul McCartney in «Eleanor Rigby». Chi ha visto , il primo lungometraggio dei Beatles (per gli altri si trova, naturalmente, su YouTube), ricorderà la sequenza di quella canzone: un sole malaticcio si levava alle spalle di un campanile e rischiarava le strade grigie di una periferia inglese. Ciminiere disposte a filari sparavano in aria fiotti di fumo nero, tutte insieme, come a risvegliare la città, e gruppi di operai vestiti di scuro si mettevano in marcia verso i posti di lavoro. Il sottomarino giallo dei Fab Four attraversava i cieli plumbei sopra i caseggiati. Spariti gli operai dentro le fabbriche, in strada restavano degli uomini da soli – , appunto – assorti, arrabbiati, disperati talvolta. Uno di questi era un motociclista con un casco colorato che gli copriva parte del viso terreo. Quel motociclista era l’emblema stesso della solitudine: una lacrima gli sgorgava dall’occhio destro e scivolava dentro la mascherina, poi giù per il naso e lungo la guancia, per gocciolare infine sulla maglia.
«Eleanor Rigby» fu scritta da Lennon e McCartney nel 1966, sette anni dopo che Alan Sillitoe aveva pubblicato con W.H. Allen . Sono passati cinquant’anni da allora. E cinquant’anni sono abbastanza per invecchiare, se non si possiedono ossa forti e un cuore funzionante. Ma Sillitoe non presenta alcuna traccia di osteoporosi e neppure un po’ di raschio in fondo alla voce. Anzi. Ho fatto un esperimento: una mia amica insegnante ha letto «La solitudine del maratoneta», il primo dei racconti, in una terza media. Erano tutti zitti – non è affatto ovvio, si sa – tenevano il mento appoggiato sulle mani per ascoltare più attentamente. Immagino sia un modo come un altro per riconoscere un grande classico. Di «Eleanor Rigby» lo sapevamo già. Di questo grande scrittore inglese, forse, ce n’eravamo scordati per un attimo.
Non è semplicemente la solitudine, tema di per sé piuttosto abusato, ad accomunare la canzone e il video ai racconti. È solitudine in determinato posto. solitudine, della working class inglese, prima durante e subito dopo la Seconda Guerra, in posto, che per i Beatles era la periferia di Liverpool, mentre per Sillitoe è il circondario di Nottingham. Le due città distano un centinaio di miglia l’una dall’altra (Liverpool affaccia sulla costa ovest, mentre Nottingham è piazzata proprio nel centro dell’Inghilterra), ma le periferie, è risaputo, si assomigliano un po’ tutte, e quelle anguste e malfamate delle zone industriali, gli , si assomigliano ancora di più. A ricordarcelo, d’altronde, è lo stesso Sillitoe, quando dice che «a guardarle bene le città sono tutte uguali: gli stessi covi pieni di ladri tutti decisi a rubarti fino all’ultimo scellino se gliene offri mezza possibilità; le stesse fabbriche piene di lavoro, se sei fortunato; gli stessi cortili ammuffiti e le stesse case piene di blatte e scarafaggi quando accendi improvvisamente la luce durante la notte» («La disgrazia di Jim Scarfedale»).
Negli slum non c’è posto per la bellezza. Ammesso che esista davvero – perché Sillitoe un dubbio lo insinua – la bellezza se ne sta oltre i muri di mattoni rossi che coprono la vista al paesaggio e sopra le nubi scure di combustibile bruciato. Vive lontano, nei libri di viaggio sul «mondo caldo ed esclusivo dell’India» o sul Brasile, che Harry legge in cucina, consapevole che lui quei posti non li vedrà mai («Il quadro del peschereccio»). Oppure vive nella bottega di tessuti di Harrison, due lastre di vetro e una strada più in là dell’aula dove si trova il signor Raynor («L’insegnante»), che distraendosi dalla lezione spia il seno gonfio della commessa, i suoi «fianchi un tantino larghi, complemento necessario, però, delle gambe piuttosto robuste, riscattate dai polpacci carnosi». Nella sua testa il maestro la chiama proprio Afrodite, come la dea della bellezza. Sa per certo, quasi senza dispiacere, che lei non gli apparterrà mai: resterà distante, irraggiungibile. Prigioniera in una vetrina, che permette di guardare ma mai di toccare.
Negli slum esiste solo la sopravvivenza, nuda e belluina, che azzera tutti i valori a eccezione di quello dei soldi. Si cresce da ragazzi di strada, organizzati in bande di teppistelli, come quella sgangherata capitanata da Frankie Buller («La decadenza e il crollo di Frankie Buller»). Perlopiù si passa il tempo a rubacchiare, anche se c’è ben poco da rubacchiare: solo il piombo dalle tubature del gas, che Cooky, il ricettatore, paga tre scellini e mezzo. Quei pochi spiccioli guadagnati li si porta a casa per comprare da mangiare o li si scialacqua alle giostre. Né i genitori né la scuola funzionano come deterrente per i giovani delinquenti. Anzi, i primi, se esistono, sono spesso conniventi nelle malefatte dei figli. L’unico spauracchio per i ragazzi è il riformatorio; prima o poi si compie un passo falso e ci si fa una villeggiatura: «L’ho sempre detto che saresti finito al riformatorio, ed ecco il poliziotto che ti viene a prendere» («La disgrazia di Jim Scarfedale»).
«La solitudine del maratoneta», il racconto più lungo, dal quale prende il titolo la raccolta, comincia proprio lì, al riformatorio, dove il quindicenne Smith è stato rinchiuso in seguito al furto in una panetteria. Smith, con la sua aria da furbetto e il tono da spaccone, ci lascia intuire che il riformatorio non è poi tanto peggio della sua vita normale. Anzi, forse si sta quasi meglio. Si mangia, si dorme e almeno intorno all’edificio c’è un po’ di natura: il bosco ghiacciato in cui ogni mattina all’alba Smith va a correre, unica concessione extra-urbana fra tutti i racconti, insieme alle sterpaglie dove Frankie Buller e soci giocano alla guerra. Tutto sommato, a Smith viene solo richiesto che si alleni nella corsa, ogni mattina, per vincere una maratona che lui ha segretamente deciso di non vincere. Nient’altro. È quasi una pacchia, se non fosse che al riformatorio Smith non è libero, non può lottare. E la lotta è l’unico senso dell’esistenza che egli abbia mai conosciuto.
Sillitoe sembra interessato a raccontare soprattutto due età della vita: quella adolescenziale dei teppistelli di quartiere («Sabato pomeriggio», «L’Arca di Noè», «La decadenza e il crollo di Frankie Buller»), e quella adulta (gli altri racconti), che viene al termine di tutte quante le battaglie e in seguito ad altrettante sconfitte. La prima età, quella dei ragazzi, è ben lontana dall’innocenza della gioventù, tutta protesa com’è alla ricerca continua del denaro, più che di ogni altra cosa. Eppure conserva qualche traccia di spensieratezza, di allegria addirittura, perché i ragazzi, nel bel mezzo della disgrazia, ancora si concedono dei giri in giostra («L’Arca di Noè») e, cosa ben più importante, conoscono l’amicizia (o forse meglio definirla complicità), unica seppur effimera forma di condivisione possibile («La decadenza e il crollo di Frankie Buller»). Il maratoneta Smith si trova alla fine di questa età sbarazzina. La reclusione e la distanza dall’amico Mike, con il quale ha compiuto il colpo alla panetteria ma che è stato rilasciato sulla parola, gli fanno scoprire quella solitudine che lo accompagnerà per il resto della vita e che si farà via via più radicale. Smith ha superato l’età delle scorribande con i compagni e ora, correndo, va incontro alla propria esistenza di singolo uomo. «Eccomi qua, dunque, ritto sulla soglia in maglietta e calzoncini, senza neanche una crosta di pane secco nelle budella, che guardo i fiori coperti di brina ai miei piedi. [...] Mi sento cinquanta volte meglio di quando sono rinchiuso lassù in quel dormitorio con altri trecento ragazzi come me».
Smith diventerà presto adulto. Il suo futuro non ci è dato conoscerlo, ma è descritto nei racconti successivi, attraverso altri personaggi. Non c’è speranza, per lui, di un destino diverso. La maturità a cui va incontro è l’età della solitudine: la solitudine del maratoneta, appunto, ma anche quella dell’imbianchino, del postino, del tappezziere, del maestro. Non fa molta differenza. La solitudine raccontata da Sillitoe, che ragionevolmente compare nel titolo della raccolta, perché ne è la vera protagonista, non ha nulla di lirico o di metafisico. Gli uomini di Sillitoe sono soli e basta. Passano gran parte del tempo seduti di fronte a un focolare acceso, ci guardano dentro – la retina bruciata dalla luminosità della fiamma e le guance roventi mentre la nuca resta fredda – e non ci vedono niente. Sono stanchi e nevrotici, maneschi e disperati. Non fanno altro che bere tè e preoccuparsi per il prossimo tè e per quello che avranno/non avranno da mangiarci assieme. Le donne che hanno sposato sono figure ambigue, disamorate e approfittatrici. Nei loro confronti Sillitoe non ha alcun moto di tenerezza e sfiora talvolta la misoginia: mogli incapaci di essere amanti o compagne di vita, ma neppure relegate a un ruolo subordinato, perché quei tempi sono finiti. Sono donne con le quali si dividono i soldi e l’appartamento e i figli. Punto. All’idillio ingannevole dell’innamoramento Sillitoe dedica una manciata di righe al termine de «La partita», in cui si prende gioco della coppia appena sposata di Fred e Ruby, ancora avviluppata nei bei sentimenti e ignara di ciò che l’attende. Ben presto – Sillitoe lo sa – anche il loro matrimonio...




