Sjöberg | Perché ci ostiniamo | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 166 Seiten

Reihe: Narrativa

Sjöberg Perché ci ostiniamo


1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-7091-551-8
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 166 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7091-551-8
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Entomologo, affabulatore e audace pensatore, Fredrik Sjöberg ci accompagna in nove viaggi di scoperta seguendo il suo fiuto per le storie d'eccezione che si nascondono dietro i dettagli più marginali. Un'escursione sulle tracce di un tiglio centenario o un nome trovato sul retro di un raro autoscatto di Strindberg diventano il punto di partenza per funamboliche avventure attraverso la Storia, la natura, l'arte, tra aneddoti bizzarri e personaggi tanto curiosi quanto sconosciuti, all'insegna di quel gusto per la ricerca e per il «pezzo unico» che lo Sjöberg collezionista sa tradurre in letteratura. Dalla battuta di caccia di Theodore Roosevelt che lanciò il popolare orsacchiotto Teddy Bear alla passione per l'arte che a inizio '900 trasformò un impiegato delle poste di Göteborg in un collezionista d'avanguardia, dall'incontro tra Lenin e la pioniera dell'ambientalismo svedese Anna Lindhagen al ruolo che ha avuto l'invenzione della borsa, nella lontana preistoria, per l'evoluzione umana: di racconto in divagazione ci ritroviamo a osservare il mondo con lo sguardo di uno scienziato-umanista e fine provocatore, che in ogni campo rivendica l'importanza, oggi trascurata o data per scontata, della bellezza. Quella bellezza che di rado si a?accia nella ricerca estetica contemporanea e di cui non si parla mai nelle politiche ambientali, così tese a proteggere la biodiversità da perdere di vista il valore poetico di uno splendido paesaggio. Facendo incontrare natura e cultura nella leggerezza ironica delle sue pagine, Sjöberg ci porta lungo quel crinale, come lo definì Nabokov, che congiunge il versante del sapere scientifico con quello opposto dell'immaginazione artistica.

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Bing!


La prima volta che ho superato la deviazione per Binghöhle è successo qualcosa. Ciò nonostante sono andato per la mia strada: ho proseguito senza fermarmi per Gössweinstein, una decina di chilometri più avanti, dove andavo a cercare un tiglio millenario che doveva essere da quelle parti. In effetti non fu difficile trovarlo visto che, come ho potuto verificare, aveva una circonferenza di undici metri. Del resto, già nel XIII secolo era abbastanza grande da essere citato negli annali. Ora non si poteva più dire che fosse proprio in perfetta salute, comunque era in vita e di un verde rigoglioso, lì accanto a un incrocio vicino al celebre santuario. Ma non era di questo che volevo parlare, era di quell’altra cosa, di quello strano suono che mi era scattato in testa mentre superavo il cartello che diceva che lì doveva svoltare chi era diretto a Binghöhle.

Era come un campanello, esattamente come quando il cibo è pronto nel forno a microonde. Bing! Emerse un ricordo, che però svanì immediatamente. Ci sarebbero voluti mesi, addirittura anni prima che riuscissi a recuperare di cosa si trattava.

Binghöhle è una grotta di stalattiti e stalagmiti. in tedesco significa grotta. Si trova sopra il villaggio di Streitberg, poco oltre Ebermannstadt, nel Wiesenttal, una delle più belle valli che io abbia mai visto. Un paradiso. Avremo occasione di ritornarci, più avanti, e anche di tornare alla Svizzera Francone, la regione in cui si snoda la valle. È una zona montana romantica, nel senso più classico del termine, incastonata come in un triangolo che ha per angoli Norimberga a sud, Bamberga a nordovest e Bayreuth a nordest. Si trova dunque in quella parte della Baviera settentrionale che si chiama Alta Franconia. Prima però qualche parola sulla speleologia, che non mi ha mai attirato, non molto, almeno. Il mio interesse per le grotte è essenzialmente teorico e non mi prende poi tanto spesso, però capita.

L’ultimo attacco è stato scatenato da una lettera di Bruce Chatwin. Era malato. L’infezione che avrebbe presto posto fine alla sua vita cominciava a farsi sentire. Era sempre più debole, ma siccome il tutto succedeva alla fine degli anni Ottanta, quando l’aids era ancora qualcosa di cui non si parlava volentieri, nelle lettere dava tutt’altre spiegazioni del suo stato. Non che mentisse, dava solo voce a teorie alternative, diciamo più pittoresche. Forse si trattava più che altro di autosuggestione, non so. In ogni caso alcune di queste lettere sono pubblicate nel libro , curato da Elizabeth Chatwin e da Nicholas Shakespeare, e in una in particolare racconta di un giovane immunologo che aveva fatto irruzione nella sua stanza d’ospedale come se si trattasse di un’entrata in scena a teatro.

«Sei stato in una grotta popolata da pipistrelli negli ultimi cinque anni?» gli aveva chiesto il medico quasi senza fiato. «Pensiamo che tu abbia contratto un’infezione al midollo osseo causata dagli escrementi di pipistrelli.» E naturalmente c’era stato. Sia a Giava che in Australia Chatwin aveva visitato grotte del genere. Ma, continua nella lettera, dopo che i medici ebbero coltivato quel fungo per un certo periodo, la teoria dei pipistrelli venne abbandonata. Si pensò invece a un altro fungo, fino a quel momento noto solo nei casi di dieci contadini cinesi e della carcassa di un’orca spiaggiata sulle coste della penisola arabica. La qual cosa, ovviamente, era altrettanto stimolante per la fantasia, e del tutto in linea con il carattere dello scrittore.

Quanto a me, a quel punto ero rimasto incantato dai pipistrelli. Non era la prima volta. Già parecchi anni prima, preparando un viaggio nel Grand Canyon, in Arizona, avevo dedicato molto tempo ed energia a seguire le tracce di una storia di simile calibro, anch’essa con un inglese come protagonista.

La scena questa volta era la Bat Cave, vale a dire la grotta del Grand Canyon scoperta negli anni Trenta, che si rivelò contenere immense quantità di sterco di pipistrello accumulato in millenni, strati alti metri e metri di guano, che a quel tempo si vendeva a caro prezzo sul mercato dei nitrati. Certo, non lo si utilizzava per la produzione di polvere da sparo come facevano i cinesi, ma come concime il guano di pipistrello era imbattibile. E costoso, come si diceva, per cui quando l’U.S. Guano Corporation comprò la grotta, negli anni Cinquanta, era per far soldi a palate. Fin qui la storia è abbastanza nota, compreso il successivo fiasco dovuto sia a una valutazione errata delle dimensioni del giacimento, sia alle difficoltà tecniche di estrazione.

Quello che mi affascinò non era che un dettaglio. Nei rendiconti del fallito tentativo di estrazione del guano è menzionato in sole poche frasi, nulla più. Questo il fatto: verso la fine di quell’avventura industriale, quando il fallimento era ormai alle porte, il proprietario assunse, così è detto, «un inglese dal carattere riservato», il cui unico compito era quello di fare la guardia all’ingresso della grotta e controllare che nessun esterno non autorizzato vi entrasse, sempre che potesse venire in mente a qualcuno di entrare, lì in mezzo al deserto.

Di quest’uomo si racconta che anche lui, come gli inglesi in generale, amava circondarsi di animali da salotto di diverse specie, «ma gli unici che riuscì a mantenere in vita in quel luogo arido e spaventoso furono gli scorpioni e le lucertole. Era suo uso nutrire le lucertole con gli scorpioni». Me lo vedevo benissimo davanti: seduto lì fuori, giorno dopo giorno, senza niente da fare ma fedele al compito, circondato da magre lucertole, vivente conferma di tutti i miei pregiudizi sugli inglesi. Era quell’uomo che cercavo di rintracciare, il suo destino. Non l’ho mai trovato. Ho soggiornato nel Grand Canyon e dintorni per qualche settimana, interrogando tutti quelli che incontravo, ma nessuno aveva mai sentito parlare di lui. Mi sono arreso.

In certi periodi questa è l’unica cosa che faccio: arrendermi. Ma finché dura il divertimento riesco comunque a sperare, a credere e a imparare cose che, nel migliore dei casi, possono tornarmi utili in un’altra occasione. E poi seguire una traccia è sempre appassionante, anche se non ci porta da nessuna parte. Quella volta, per esempio, mi ritrovai a leggere il libro del biologo britannico Ralph A. Lewin, un libretto ricchissimo di dati sulla coprologia (lo studio degli escrementi) il cui titolo così espressivo risulta essere un’esatta citazione della definizione della situazione che sfuggì al generale di Napoleone Pierre Cambronne dopo la battaglia di Waterloo, nel giugno 1815.

Lewin, che entrò nell’eternità nel 2008 all’età di 87 anni, era in realtà un esperto di alghe unicellulari e raggiunse una certa notorietà quando riuscì a dare una spiegazione scientifica al fenomeno per cui gli orsi bianchi dello zoo di San Diego erano diventati verdi. Come tanti altri liberi ricercatori, tuttavia, si interessava a un po’ di tutto. Pubblicò alcune raccolte di poesie, per esempio, e tradusse in esperanto. Per qualche motivo, dunque, si occupò anche di coprologia e su quella strada arrivò a parlare delle ricchezze ritrovate negli anni nelle grotte popolate dai pipistrelli.

Le grotte sono ecosistemi stabili. Il tempo segue lentamente il suo corso, niente cambia. Per questo motivo il guano di pipistrello può accumularsi in quantità addirittura favolose, in strati alti decine di metri, pur non raggiungendo le dimensioni dei giacimenti di escrementi di cormorano e di pellicano che si trovano – o, meglio, si trovavano – in alcune isole minori del Perù, note in Svezia già nel 1860 come «Isole del guano». Notizia citata in una rivista pubblicata dalla Società per la diffusione dell’utile Sapere. Poco tempo dopo, negli anni Sessanta dell’Ottocento, le acque che circondano queste isole divennero lo scenario di una vera e propria guerra navale tra Spagna e Perù. All’epoca, infatti, gli escrementi degli uccelli erano una materia prima di importanza strategica quanto oggi il petrolio, e il guano rappresentava il maggior reddito da esportazione del Perù.

Ci stiamo però allontanando dal nostro tema: Binghöhle, questa parola magica, piena di contrasti, che termina in una fossa oscura e tetra, ma inizia come un allegro segnale, luminoso, leggero, sonoro. Quel suono mi perseguitava, e anche quel ricordo che era subito svanito lasciandomi così deluso, per cui all’avvicinarsi dell’autunno tornai a Streitberg e andai a visitare la grotta. Il Wiesenttal non è lontano da Bamberga, dove quell’anno avevo la mia base operativa. Quella parte dell’Alta Franconia che, a causa delle sue valli strette e delle pittoresche formazioni rocciose, viene oggi chiamata Svizzera Francone, è costituita per lo più da rocce calcaree risalenti al giurassico, circa 150 milioni di anni fa, che grazie all’erosione hanno dato origine a strane formazioni, sia sopra che sotto la superficie terrestre. La regione è ben nota per i suoi tortuosi sistemi di grotte.

Venni ora a sapere che il bizzarro nome della grotta deriva dal fatto che il suo scopritore era un certo Ignaz Bing (1840-1918), fabbricante di giocattoli di Norimberga, che all’inizio del secolo si era costruito una magnifica villa a Streitberg e che dedicava il suo tempo libero all’archeologia e alla speleologia. Questa informazione, purtroppo, non mi forniva nessun filo conduttore. I giocattoli non sono il mio campo, forse perché da bambino non ne avevo molti. Trafficavo con gli insetti, invece, e dunque costavo pochissimo. I Fratelli Bing –...



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