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E-Book

E-Book, Italienisch, 400 Seiten

Reihe: Amazzoni

Sojat Segreti di famiglia


1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-6243-494-2
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 400 Seiten

Reihe: Amazzoni

ISBN: 978-88-6243-494-2
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Un romanzo sulle turbolenze e i cambiamenti storici del XX secolo, sull'ingiustizia, la morte, la paura, l'amore e la gioia, narrati attraverso le vite di quattro generazioni di donne. Fine anni '90. Katarina torna da Zagabria per incontrare la madre che, malata da tempo, muore prima di rivedere la figlia. Sola in una casa ormai vuota, Katarina riscopre a poco a poco la storia della sua famiglia con l'aiuto di vecchie fotografie e dei racconti di un'amica della nonna. In una alternanza di piani temporali, alle vicende della bisnonna Viktorija e del marito Rudolf, abbandonatosi all'alcol dopo aver combattuto nelle trincee durante la Prima guerra mondiale, si affiancano quelle della nonna Klara e dei due fratelli schierati su versanti opposti, uno con i nazisti, l'altra con i partigiani. Un libro pieno di vitalità e colpi di scena, dedicato alla città di Osijek e all'importanza di non dimenticare il passato.

Nata a Osijek (Croazia) nel 1971, si è laureata in Belgio in Lingua e letteratura francese. Scrittrice e traduttrice dal francese e dall'inglese - ha tradotto fra gli altri Roland Barthes, Raymond Carver, Alice Sebold e Paul Auster - ha all'attivo cinque libri di poesie, due raccolte di racconti e diversi romanzi. Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti per il suo contributo alla letteratura croata.
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Ricordo perfettamente il giorno in cui la nonna mi aveva mostrato per la prima volta quella fotografia, ora coperta da uno spesso e appiccicoso strato di polvere. Avrò avuto sette anni e mezzo, forse otto, e avevo sorriso nel vedere la nonna con i capelli sciolti guardare intenerita la fotografia in bianco e nero e indicare sé stessa in un’epoca per me incomprensibilmente lontana. “Ecco, questa sono io” aveva detto con voce nasale. Aveva disfatto la treccia che durante il giorno teneva sempre appuntata in una crocchia, e i capelli bianchi le ricadevano oltre le spalle, fino a metà della schiena.

Me lo ricordo bene, era sera. Saranno state le otto, perché entro le otto e mezzo dovevo essere a letto. Dovevo “coricarmi”, come diceva nonna. Ma prima di solito pregavamo insieme l’angelo custode. In ginocchio accanto al suo letto, davanti all’immagine della Madonna che mamma avrebbe poi dato a Jozefina, recitavamo a bassa voce la preghiera all’angelo custode, dandogli precise indicazioni sulle persone su cui vegliare.

Ero scoppiata a ridere alla vista di nonna bambina in grembo a una donna con la camicia bianca orlata di pizzo e una crocchia enorme, che sembrava aver ingoiato un manico di scopa. Contemplando il viso di quella donna, la nonna aveva disteso le labbra in un sorriso pieno di tenerezza e sussurrato: “Mamma Viktica!” Poi aveva alzato lo sguardo e sospirando aveva detto: “Tu sei uguale a lei! Uguale!” Mi aveva accarezzato la testa, mentre io scrutavo l’uomo che, in piedi accanto a Viktica, le teneva la mano sulla spalla destra, come a indicare che era di sua proprietà.

“E questo chi è?” avevo chiesto, con il dito puntato sul petto di quell’uomo alto e slanciato, decisamente prestante.

La nonna aveva sbuffato. Un suono simile allo starnuto di un gatto raffreddato.

“Ah, mio padre” aveva fatto un gesto con la mano, per poi proseguire come se non le avessi chiesto niente, come se quell’uomo non fosse nemmeno nella fotografia. Si era messa a parlare di Alojzija, di Greta, di Adolf. Soprattutto di Alojzija e di Viktorija. Lei parlava, ma io non l’ascoltavo. Sentivo un fruscio nelle orecchie, come se avessi immerso la testa nel bidone dell’acqua piovana in cortile, quello dove la mamma d’estate raccoglieva l’acqua per le rose rampicanti che crescevano lungo la parete del capanno. Non avevo più distolto gli occhi dall’uomo altero su cui la nonna fino alla morte non mi avrebbe detto nemmeno una parola.

Ho riposto la fotografia sul comodino e mi sono guardata intorno. La stanza era un ammasso di oggetti rotti o in disuso, il genere di cose che i vecchi archiviano nella categoria “può sempre tornare utile”. All’improvviso, quasi fosse rimasta fino ad allora in agguato dietro la porta socchiusa, mi ha assalita una rabbia indescrivibile. Avrei voluto gridare, pestare i piedi, dire una volta per tutte a mia madre che mi disgustava, con quella sua totale mancanza di riguardo nei confronti della nonna, quando invece lei era stata l’unica nota positiva, l’unica cosa che mi avesse mai legata a quella casa. Come una furia, ho iniziato a buttare giù dal letto i giornali vecchi, gli scatoloni pieni di džezve sbeccate, pentole e barattoli per le conserve e i sottaceti, che nessuno aveva più utilizzato dalla morte della nonna. Dopo aver gettato tutto per terra, sono corsa all’armadio. Niente, nemmeno lì c’era più traccia di lei, solo vecchi stracci, tende ingiallite, le scarpe smesse di mia madre. Niente, niente di niente. A quel punto ero ormai completamente avvolta da una nuvola di polvere, così ho cominciato a starnutire e tossire, gli occhi mi bruciavano. Come un fantasma raffreddato e stanco sono rimasta in piedi in mezzo alla stanza, così diversa da quella dei miei ricordi più felici.

Alla fine mi sono infilata sotto una coperta ingiallita dalla polvere e dal tempo e mi sono sdraiata sul letto che sapeva di umido, di polvere e di anni trascorsi ad aspettare. Non ricordo di aver fatto sogni. Semplicemente, stravolta com’ero, sono piombata in un sonno profondo, senza essermi né svestita né lavata. Solo il mattino seguente, con i capelli in disordine e gli occhi gonfi, ho pensato che la nonna era morta proprio in quel letto. Mi è venuta la pelle d’oca. Ho sempre avuto il terrore dei morti, dei cadaveri, degli involucri vuoti che le persone che abbiamo conosciuto lasciano al loro posto. Era stato questo il motivo della lite tra me e la mamma al cimitero, davanti alla camera ardente, prima dell’inizio del funerale. La gente, per lo più vecchiette che frequentavano la chiesa, cominciava ad arrivare e mamma voleva costringermi a entrare nella camera ardente per vegliare con lei e papà accanto alla bara aperta. Avevo cercato di spiegarle in tutti i modi che non avevo nessuna intenzione di vedere la nonna morta.

“Ma è come se dormisse” ripeteva mamma in un sibilo, abbassando la voce perché gli altri non la sentissero.

“E invece è morta!” l’avevo fulminata con lo sguardo. “Lasciami stare!”

Mi aveva preso sottobraccio tentando di trascinarmi verso l’ingresso della camera ardente.

“Quando ti chiamo devi obbedire” aveva detto tra i denti, gli occhi accesi, spalancati, quasi sul punto di schizzarle fuori dalle orbite.

“Lasciami!” avevo gridato, cercando di sottrarmi alla presa.

“Ci sentono tutti, Katarina!”

“Chissenefrega!” Piangevo di rabbia. Gridando avevo sputato. Mamma aveva chiuso gli occhi per evitare le gocce di saliva.

In quel momento sulla porta era comparso papà, giallo in volto e visibilmente malato, sarebbe morto solo un anno dopo. Ci aveva guardate con l’aria stanca e aveva fatto un cenno a mamma:

“Lasciala stare, Marija. Lasciala in pace. Se non vuole non vuole.” Si era girato ed era rientrato nell’oscurità della camera ardente.

Papà mi aveva offerto un appiglio proprio quando stavo per arrendermi. Appena la mamma si era girata a guardarlo sbalordita, avevo colto l’occasione e balzando indietro mi ero liberata dalla stretta spasmodica delle sue mani pallide. Ero corsa via sull’acciottolato del cimitero della città bassa, avevo scavalcato con un salto qualche tomba fermandomi a debita distanza da lei, che mi guardava incredula come se stesse per sputare fuoco. Stavo immobile sulla pietra di una tomba di famiglia ricoperta da chiazze di licheni giallastri. Mamma si era allontanata ed era entrata nella camera ardente, in quel buio dove la nonna giaceva come se dormisse. Un brivido mi aveva scosso ed ero saltata giù dalla pietra. “Non si cammina sulle tombe” mi ripeteva sempre la nonna.

Non avevo visto la nonna morta. Non avevo voluto vederla. Da sempre, o almeno da quando la nonna per il mio undicesimo compleanno mi aveva regalato l’enciclopedia delle arti, mi ero immaginata i morti come il Cristo del Caravaggio, con la bocca semiaperta nel momento della deposizione.

Il letto ha scricchiolato mentre mi alzavo, come quando la nonna ci si appoggiava per rimettersi in piedi dopo che avevamo recitato le preghiere. “La nonna si sta alzando” ho pensato irrazionalmente per una frazione di secondo. Ho guardato il letto, l’odore di muffa mi si era annidato nei vestiti. Mi è venuta la pelle d’oca e i capelli sulla nuca si sono sollevati come una cresta. Ho pensato alla nonna, che era morta nel sonno, di sicuro rannicchiata sul fianco destro, come sempre. “Dio mio, è morta come si va in altalena” ho pensato. Si era dondolata tra due mondi, come quando sull’altalena il cielo ti appare e scompare davanti. Ho sorriso.

In silenzio, con le scarpe in mano, sono scesa al pianoterra. Il terzo gradino ha scricchiolato anche stavolta, mi sono fermata con una smorfia. Non so perché ho pensato che Jozefina fosse ancora a letto. “I vecchi non dormono, si nascondono sotto le coperte solo per sfuggire alla morte, che di notte viene a riscuotere i suoi debiti” scherzava papà per prendere in giro la nonna, che anche la domenica si alzava prima delle sei.

Jozefina, seduta su uno sgabello davanti al forno a legna, soffiava sulla fiamma per ravvivarla. Il profumo a me familiare del caffè di cicoria si era già diffuso per la cucina. Da trenta, quarant’anni Jozefina beveva solo miscela di cicoria. “Il caffè mi rimane sullo stomaco” ripeteva sempre, poggiando la mano sul lato sbagliato dell’addome, il destro.

“Lo stomaco è a sinistra” diceva ridendo papà, e lei lo guardava storto.

“Cosa ne sai tu, Stjepan! Lo saprò io dov’è il mio stomaco e dove mi dà fastidio il caffè!” sibilava allora Jozefina, stringendosi ostinatamente la pelle floscia del fianco dalle parti del fegato.

“Perché non usi i fornelli a gas?” le ho sorriso dalla porta. Jozefina ha sobbalzato facendo oscillare lo sgabello. Ho temuto che stesse per cadere. Ma poi è riuscita a raddrizzarsi e mi ha rivolto uno sguardo pieno di rabbia.

“Preferisco fare le cose alla vecchia maniera!”

“Ma il gas è più facile da usare e inquina meno. Io non sarei più capace di accendere il forno a legna” ho detto, sedendomi sulla sedia più vicina alla porta.

“Per me questi nuovi fornelli non valgono niente!”

“Mamma e nonna litigavano per gli stessi motivi. La nonna non voleva saperne di usare il dado. ‘La minestra si fa con le verdure, non con quelle porcherie in polvere’ diceva. Avrebbe voluto buttare fuori di casa i fornelli che mamma e papà avevano comprato chiedendo un prestito” ho aggiunto indicando il fornello, che era ancora lì. “Non so se avesse più paura della corrente o del gas. Quando attaccava una spina quasi temeva che un demonio le saltasse addosso dalla presa. Figuriamoci il gas... Dio ce ne scampi! ‘Le case saltano in aria per colpa del gas’...



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