Somazzi | La mia personale idea di inferno | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 256 Seiten

Reihe: Accento Acuto

Somazzi La mia personale idea di inferno


1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-81055-52-0
Verlag: Accento edizioni
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 256 Seiten

Reihe: Accento Acuto

ISBN: 979-12-81055-52-0
Verlag: Accento edizioni
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Damiano Rodetti ha avuto una mattinata complessa. Avrebbe dovuto intervistare la star del cinema francese Isabelle Huppert in un ricco albergo nel centro di Roma, ma l'attrice era in ritardo e lui non riusciva a togliersi dalla testa Lidia, la ragazza che da sempre lo ossessiona e che proprio la notte precedente si è rifatta viva dopo anni. Damiano non può ancora saperlo, ma questo giorno segnerà una svolta nella sua vita. La morte improvvisa di un'amica di famiglia lo costringerà a fare i conti con la morbosa rete di rapporti su cui i suoi genitori hanno fondato la loro esistenza, con conseguenze nefaste per la sua infanzia e adolescenza.  Al suo debutto in libreria, Giulio Somazzi riesce a unire sarcasmo e critica sociale in un romanzo che è una girandola di invenzioni, tra attrici sagge e giornalisti sbandati, adulti immaturi e figli vittime, ville in campagna che diventano scenari per intricate relazioni pubbliche e ricche terrazze nel cuore della capitale. Diviso in tre lunghi movimenti (un hotel, un funerale, una festa), La mia personale idea di inferno è una panoramica sulla Roma di oggi, sulle sue famiglie, sui suoi riti, sui suoi segreti e sui suoi patetici imbarazzi.

Giulio Somazzi è nato a Roma nel 1981, al liceo è stato bocciato tre volte, ha preparato tre esami di Filosofia senza darne neanche uno. È sceneggiatore, autore televisivo e radiofonico (Una pezza di Lundini, Radio2 Social Club, La conferenza stampa); La mia personale idea di inferno è il suo primo romanzo.
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L'hotel


Era uno degli hotel migliori di Roma, uno di quelli che Damiano avrebbe scelto se avesse dovuto organizzare una vacanza. L’intervista gli era stata commissionata dieci giorni prima, ma il lavoro era per lui una cosa così accessoria che aveva seriamente rischiato di dimenticarsene e aveva dovuto ringraziare Alexa, il cui ruolo consisteva nel ricordargli le brutture della vita mentre stava per addormentarsi sul divano. Quella stessa sera Isabelle Huppert sarebbe stata impegnata in un breve ciclo di letture per un evento patrocinato da qualche grande compagnia di telecomunicazioni: pezzo pregiato di una noiosissima serata a Villa Celimontana, la cui conclusione prevedeva un devastante quintetto d’archi che per un’ora e mezza avrebbe sfregiato qualche standard jazz. Per Damiano, il senso di tutto risiedeva nell’intervistare lei nel più breve tempo possibile e scappare via, tornare alla sua vita fatta di cose che aveva voglia di fare prima che il contatore Geiger della sua insofferenza cominciasse a ticchettare troppo forte. Controllò l’orologio e si rese conto di essere arrivato con un’ora e mezza di anticipo sull’orario stabilito con l’ufficio stampa. Poco male: qualcuno gli aveva detto che al bar del roof garden preparavano dei Negroni straordinari. Nell’attesa, avrebbe buttato giù alcune domande supplementari, tanto per non fare la figura di quello che era venuto a fare il compitino.

Per arrivare all’ascensore e raggiungere il roof, bisognava oltrepassare le due colonne nell’ingresso dell’hotel, aggirare il tizio allampanato coi guanti bianchi e il cilindro che pretendeva di essere comunque preso sul serio, percorrere la guida rossa che diventava un vero e proprio tappeto, anzi una moquette, infilarsi nel vespaio della hall, una specie di terminal aeroportuale privo però del rischio che ti perdano i bagagli, svicolare in mezzo alle coppie in vacanza romantica, le famiglie giapponesi che sarebbero presto finite in qualche trappola per turisti, gli avvocati ben vestiti che aspettavano le rispettive controparti per un pranzo di lavoro, un giornalista come lui che cercava con lo sguardo il responsabile dell’evento – un piuttosto celebre e potente, storico, ufficio stampa sessantenne che rispondeva al nome di Massi Mazza – ma che poi alla fine, in tutto quel caos, decideva di guadagnare uno di quei divanetti laggiù, in fondo alla sala, abbandonarcisi sopra approfittando della forza di gravità senza particolare grazia e tirare fuori il telefono per aprire la galleria delle ultime foto scattate. La prima era la foto di una mezza schiena di donna addormentata sul fianco, in un letto, ripresa da metà culo in su. Damiano la guardò, cedendo al richiamo del compiacimento: sentiva che era sua, nonostante aleggiasse su di lei, intorno a lei e dentro di lei una fragranza di pura instabilità. Quel gesto accese qualcosa e si ritrovò a compilare un messaggio, mentre accavallava una gamba sopra l’altra. Nel frattempo gli stava passando davanti una coppia di svedesi, un uomo e una donna; dopo averli osservati un paio di secondi stabilì che gli sarebbe piaciuto scoparli.

“Ceniamo insieme stasera?” scrisse, correggendo la correzione del correttore, che la prima volta aveva inopinatamente sostituito “ceniamo” con “veniamo”. Poi selezionò “Lidia” dalla rubrica e premette invio, visualizzando per un attimo quel suo culo parzialmente scoperto dalle lenzuola. Damiano si rese conto che la svedese stava soffermandosi con lo sguardo sulla sua espressione ebete, quindi per darsi un tono guardò l’orologio: Lidia stava ancora dormendo? Era ancora nuda? Aveva ancora voglia di lui?

«La diva è in ritardo» disse qualcuno alle sue spalle, strappandolo all’abbraccio delle sue fantasie: quel qualcuno era Massimiliano Mazza, l’ufficio stampa. Damiano scattò per alzarsi dalla poltrona e abbracciarlo. Si conoscevano da anni eppure la dinamica dell’abbraccio tra loro appariva ancora comica: Damiano quasi due metri di altezza, Massi Mazza arrivava a stento al metro e cinquantasette. Calvo, occhi furbi dietro occhiali dalla montatura dorata, capace di un sarcasmo più letale di un fucile da safari. Si erano conosciuti quando Damiano era un giovane giornalista convinto di poter ottenere tutto senza faticare particolarmente, Massi Mazza lo stimava e aveva cercato di convincerlo che avesse torto. Ancora non c’era riuscito.

«La signora ha perso l’aereo, te l’hanno detto?» domandò Massi Mazza senza staccare lo sguardo dallo schermo del suo telefono. Damiano emise un grugnito e quello se lo fece bastare.

«Pensavo mandassero Marelli».

Stefano Marelli era un giornalista omologo di Damiano, più o meno coetaneo, capace ma senza senso dell’umorismo. A volte si alternavano sui lavori.

«Marelli non sa neanche chi è Isabelle Huppert» replicò Damiano.

«Tu invece i suoi film li hai visti tutti, eh?»

Chiaramente, no.

«Vabbè. La signora è a Bruxelles per un film, ha girato stanotte, poi prendeva un aereo all’alba. Solo che ci sono stati dei problemi con l’autista, credo, non ho capito bene, e adesso insomma scala tutto di un paio d’ore. Per te è un problema?»

«Ma figurati».

«Occhio perché al bar del roof garden fanno dei Negroni non banali, eh» disse Massi Mazza staccando gli occhi dal suo telefono. Damiano annuì, come a dire «Sì lo so» ma anche «Sì, andiamo». Si alzarono in simultanea per dirigersi verso gli ascensori. Damiano lanciò uno sguardo verso l’uscita e notò che la coppia di svedesi stava salendo a bordo di un taxi: pensò sinceramente che fosse un peccato. Le porte si aprirono e i due entrarono, l’ascensore era vuoto e Damiano premette il tasto dell’ultimo piano.

Mentre l’ascensore saliva, accompagnato da David Sylvian, Damiano ripensò che in quello stesso hotel c’era già stato, per due volte, in compagnia di due donne diverse. La più recente era stata con una ragazza con la quale aveva avuto un flirt molto breve e dagli sviluppi trascurabili. L’altra volta, la prima, era stata insieme a Verena Campi, la direttrice del settimanale su cui scriveva: deus ex machina della sua carriera, quella che l’aveva preso per i capelli e tirato fuori dall’esposizione al pericolo di dover lavorare davvero in vita sua. La figlia di Verena Campi, Alice, aveva conosciuto Damiano su una chat negli anni immediatamente successivi a quelli del liceo. Erano diventati amici e quando lei gli aveva detto chi era sua madre – una giornalista politica molto influente nel panorama della carta stampata – lui aveva finto di sapere di chi stesse parlando. Damiano aveva frequentato Alice assiduamente: andavano d’accordo, lei era molto intelligente e anche carina, seppur inconsapevole dell’impatto che poteva avere nei confronti dei ragazzi. Lui invece ancora non aveva maturato alcun tipo di autostima relativa agli approcci con l’altro sesso, quindi il loro rapporto era rimasto un vorrei ma non posso, anche se non si capiva bene tra i due chi fosse quello che voleva e chi quello che non poteva. Questo permanente stadio larvale della loro intesa ebbe come ovvia conclusione l’evaporazione completa della loro amicizia non appena lei si era trasferita all’estero per lavorare in una società di marketing. Nel periodo antecedente alla partenza di Alice, però, Damiano era reduce dalla sua unica esperienza lavorativa della vita, un non entusiasmante trascorso professionale presso un’agenzia di rassegne stampa. In quel periodo Damiano viveva mantenuto dai suoi genitori, che nel frattempo si erano trasferiti in Svizzera. Roma era la sua città, era nato in una famiglia borghese e agiata della zona Nord della capitale. Suo padre era il dirigente di una multinazionale, la madre funzionaria al Ministero degli Esteri; il quartiere in cui vivevano era lo specchio della famiglia: borghese e agiato, non mancava nulla. Damiano era stato un bambino intelligente, i suoi nonni affettuosi, i regali che riceveva a Natale abbondanti e variegati. Nemmeno una volta, durante la sua infanzia, aveva dovuto affrontare l’eventualità di rinunciare a qualcosa per carenza di risorse. Subito dopo l’esame di maturità, i genitori si erano trasferiti in Svizzera, nei dintorni di Ginevra, per motivi di lavoro e Damiano, fresco diciottenne, aveva goduto dell’irresistibile prospettiva di rimanere a Roma, con il comodo intento dichiarato di conseguire un’inutile laurea in Filosofia, mantenuto a distanza dai suoi amorevoli genitori a botte di bonifici automatici da duemila euro al mese. La facoltà di Filosofia lo aveva visto raramente – due esami preparati, uno di estetica e uno di filosofia del linguaggio, nessuno dei due sostenuti – mentre molto più facilmente era stato avvistato nei ristoranti migliori della città, dove spendeva l’intera cifra mensile passata dai suoi in agnolotti, antipasti di pesce crudi e cotti, spaghetti cacio e pepe con gambero rosa e zest di lime, sequenze interminabili di dolci al cucchiaio, pregiati vini rossi e bianchi ed escalation nel campo dei superalcolici da fine pasto il cui range andava da un amaro calabrese fatto in casa a base di erbe che diamo solo agli amici a un cognac Camus Collection Privée Légion d’Honneur che però non aveva compreso davvero fino in fondo, a causa di un palato ancora giovane e inesperto. Dopo un anno e mezzo di questo ritmo, sua madre si sentiva già la genitrice di un fallito-eterno-fuoricorso-mantenuto-a-vita-disabile-mentale-oh-mio-dio-dove-abbiamo-sbagliato, eppure continuava a tamponare con trasfusioni continue l’emorragia finanziaria del conto corrente a lui intestato, incapace com’era di uno scatto autoritario che non solo non aveva mai avuto in vita sua ma che adesso, con l’erede ormai post adolescente,...



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