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Ihr Team von Sack Fachmedien
E-Book, Italienisch, 184 Seiten
Reihe: collezione Sur
Sosa Villada Scene da una domesticazione
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-6998-483-9
Verlag: SUR
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 184 Seiten
Reihe: collezione Sur
ISBN: 978-88-6998-483-9
Verlag: SUR
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Camila Sosa Villada (La Falda, Argentina, 1982) è stata prostituta, venditrice ambulante, addetta alle pulizie. Dopo gli studi di Comunicazione e Teatro, ha avviato una carriera artistica come attrice e cantante. Oggi è anche una delle voci letterarie più dirompenti del panorama argentino. Il suo romanzo d'esordio Le cattive (SUR, 2021), è un best seller tradotto in oltre venti paesi.
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C’era una volta un’attrice
Un’attrice.
Sola sulla scena.
Nei palchetti, in platea, in galleria, il pubblico che la guarda.
Nemmeno una poltrona vuota.
Vediamo persone di classe media che possono permettersi di pagare un biglietto per andare a teatro. Il profumo delle signore, l’odore di lacca che emana dalle acconciature rigide come caschi, è asfissiante. Gli uomini si aggrappano ai braccioli dei loro posti, a disagio e ansiosi di fuggire, come se fossero lì contro la loro volontà. Qualcuno fa frusciare la carta di una caramella che manda giù senza masticare. I più giovani sono attenti, rilassati, il genere di ragazzi che va a teatro in abiti sportivi, un po’ distanti dalle abitudini delle vecchie agghindate come ai tempi d’oro dell’opera.
La tensione si taglia con il coltello.
La scenografia riproduce una camera che, se fosse pulita, avrebbe l’aspetto di un ambiente elegante, con un sentore di patchouli e crema da donna, uno spazio che ricorda un appartamento degli anni Quaranta. Così come lo vediamo, sottosopra, dà piuttosto l’impressione di un tugurio d’infima categoria, una topaia sporca e disordinata. Tutto è a soqquadro, come se fosse scoppiata una bomba, o una cagna indemoniata avesse distrutto la stanza in assenza della sua padrona. In fondo, una porta strategicamente aperta lascia intravedere un bagno con piastrelle rosse e uno specchio rotondo. Il sipario bordò contrasta con la trapunta bianca e nera che copre il letto al centro dello spazio. L’attrice sussulta, si contorce, si trascina e si arrampica dal pavimento fino alla struttura da cui pendono le luci. Sembra posseduta. Interpreta una donna fuori di sé, sul punto di impazzire, se pazza non è già, che parla al telefono con un uomo, disperatamente, fra i singhiozzi, e soffoca nell’aria del suo stesso respiro. È , di Jean Cocteau. Un’opera con la quale le più grandi attrici della storia si sono misurate almeno una volta. Perfino Humberto Tortonese l’ha interpretata in Argentina, qualche anno fa. Perfino Anna Magnani e Ingrid Bergman l’hanno messa in scena per la cinepresa di Rossellini. Anche Tilda Swinton ha fatto un corto di Pedro Almodóvar ispirato alla . E Carmen Maura, nella , ne ha recitato a sua volta alcuni frammenti, facendo a pezzi la scenografia con un’ascia.
La nostra attrice, quella che adesso recita sola sulla scena, non poteva essere da meno. Da tempo desiderava lavorare a un monologo come quello. Uno sfizio che voleva togliersi, una questione di prestigio, interpretare di Cocteau a quel punto della sua carriera. Era il genere di attrice che non tralasciava mai certi dettagli: quale testo scegliere, seguendo le indicazioni di quale regista, insieme a chi e perché. Era il privilegio del successo. A dire il vero, anche all’epoca del suo anonimo debutto si era mossa allo stesso modo, ma con meno soldi. Aveva sempre fatto quello che voleva. Per questo oggi interpreta un’opera scritta da Jean Cocteau quando ci sono migliaia di drammaturghi che dalla voglia di scrivere per lei. Ma di rado l’attrice riflette sui propri capricci. Si limita a soddisfarli. Aveva semplicemente bisogno di quel nome accanto al suo sulle locandine. Interpretato da e scritto da. Nient’altro.
La prima risposta da parte dei produttori era stata . Avevano fatto un sacco di soldi con quell’attrice a capo della compagnia, eppure avevano detto comunque . Il suo agente era stato meno categorico, ma l’aveva avvertita: «Il pubblico non sarà entusiasta, è uno spettacolo rischioso». La parola era stata ripetuta più volte nelle varie discussioni con cui tentarono di convincerla a rinunciare al capriccetto della . Sostenevano che i diritti erano carissimi, che in tempi di femminismo non c’era più spazio per eroine come quelle, che la critica l’avrebbe fatta a pezzi perché dimostrava di essere all’antica.
«È la storia di una vecchia pazza che per l’intero spettacolo non fa altro che disperarsi. Cosa diranno le femministe?»
«Alla gente non frega più niente dei melodrammi».
«Salvo quelli di Puig. Gli argentini adorano Puig. Perché non facciamo un’opera di Puig? Perché non qualcosa di meno francese, di meno contorto?»
Le avevano proposto mille alternative. Le argomentazioni erano interminabili.
Ma no, non riuscirono a farla desistere.
Si mise sulle tracce del proprietario di un teatro da ottocento posti nel centro della città e lo convinse a riservarglielo per un anno intero. Ingaggiò una scenografa quotata in borsa, come si suol dire; si accordò con una costumista che negli ultimi anni aveva lavorato a Broadway e rinunciò a due progetti di film in cui avrebbe avuto un ruolo da protagonista. Contratti invidiabili. Poi, e questo fu il vero colpo da maestra, si affidò a un regista che aveva lavorato ai due successi di critica e botteghino più importanti dell’America Latina, e con le attrici migliori. Un regista che le garantiva, perlomeno, tre o quattro mesi di sala piena. Un bell’uomo, che portava l’età matura nel miglior modo possibile, e faceva impazzire tutte. Lo sedusse, lo avvolse nel suo profumo e nella sua cattiveria, e finì per convincerlo a lavorare insieme mentre se lo scopava nel bagno di un aereo che andava da Panama a Guadalajara. Tutto questo senza che i suoi produttori e il suo agente scoprissero nulla.
Rischiò il tutto per tutto e decise di investire la sua modesta fortuna nel progetto, era la sua via delle Indie. Poteva perdere i risparmi di molti anni di autosfruttamento, ma non le importava. Che lo spettacolo piacesse oppure no, che fosse un flop oppure no, era l’ultima delle sue preoccupazioni. La cosa davvero sublime era avere il tempo d’interpretare di Jean Cocteau essendo ancora relativamente giovane, ma già con l’esperienza necessaria. La cosa davvero sublime era fare lo spettacolo non per pagare l’affitto o la scuola di suo figlio, ma perché le andava.
L’avrebbe fatto con i suoi produttori o senza di loro.
E lo fece con e malgrado loro.
E adesso è qui per il secondo anno consecutivo, sempre più ricca, capace di ammaliare il pubblico con un registro vocale ampio, una resistenza da atleta, lacrime vere plasmate nella tristezza, un corpo sottile ed elegante come quello di un levriero e la profonda convinzione che Jean Cocteau abbia scritto quell’opera apposta per lei.
Nello spettacolo, la protagonista parla al telefono con un uomo dal quale si è separata da poco, e che rappresenta la sua unica felicità. È una donna qualunque, senza alcun guizzo, solo una bugiarda disperata che si dimena nell’acqua per non annegare. Anzi, è una donna qualunque, una bugiarda, che aspetta una telefonata. Dorothy Parker brinderebbe alla sua salute. La conversazione si interrompe così tante volte per via di quell’antica tecnologia – i telefoni a disco e le operatrici – che lei diventa pazza. Bisogna essere di pietra, bisogna avere dello yogurt al posto del sangue per non diventare pazza in una situazione del genere, alla fine di un amore.
E così compone di nuovo il numero e implora l’operatrice di intercedere per lei.
Nel pubblico, certe facce – quelli che la vedono per la prima volta, non chi è già vittima del suo fascino – sembrano dire: non è poi granché, non è così eccezionale, non so perché ho pagato questo biglietto carissimo. Altri, più indulgenti, sembrano in presenza del Messia. Estranea a tutto, lei recita furiosamente. Cerca di strappare una confessione al suo ex, una certezza,
In sala, comincia a suonare un cellulare. L’interruzione blocca lo slancio dell’attrice. Rimane di sasso.
«Com’è possibile? Hanno chiesto espressamente di spegnere i telefoni!», si sente qualcuno esclamare nitido fra le poltrone, molto più nitido del cellulare ormai silenziato.
Ma all’attrice non deve importare. In questo consiste essere professionali. Impedire a un figlio di buona donna che non spegne il telefono di interrompere un monologo di Jean Cocteau. Fingere che quei rumori non la deprimano. Che il disprezzo nei confronti di certi rituali non le faccia venir voglia di morire.
Pensa che una parte del pubblico non sia poi granché, non sia così eccezionale, non sa perché sta recitando per loro.
, si risponde nel suo monologo parallelo.
Lo spettacolo si avvicina alla fine. L’attrice è completamente nuda. Si è già sfilata la vestaglia, i gambali, ha gettato via la sottoveste di seta chiazzata di caffè, si è strappata le calze sottili, l’addio è imminente. Al momento di congedarsi dall’uomo, che le ha appena confermato la separazione, esce di senno e comincia a spaccare i vasi che la circondano. Ricordate Tilda Swinton che dà fuoco al set. Ricordate Carmen Maura che fa a pezzi la scenografia a colpi d’ascia.
Poi si butta sul letto e prende a flagellarsi. Innaffia il palco col suo stesso sangue, proprio come indica Cocteau nel prologo all’opera.
Alcuni in platea maledicono quell’esuberanza, quella folle nudità.
E così il monologo finisce.
Il pubblico comincia ad applaudire. Molti si alzano in piedi, altri prendono coraggio e gridano, ma si sente anche qualche fischio. Da dietro le quinte, un...




