E-Book, Italienisch, 320 Seiten
Reihe: Narrativa
Sotiropoulos Cosa resta della notte
1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-7452-724-3
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 320 Seiten
Reihe: Narrativa
ISBN: 978-88-7452-724-3
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Nel giugno 1897 il giovane poeta Costantino Kavafis trascorre tre giorni a Parigi al termine di un lungo viaggio in Europa, prima del ritorno ad Alessandria. Giunto a un punto di rottura della sua vita e a un momento decisivo nel suo percorso creativo, si aggira pieno di inquietudine e di eccitazione tra le luci e le ombre della città, perseguitato da fantasmi erotici e da un senso di profondo turbamento che investe con forza questo viaggio di esplorazione interiore, alla ricerca di sé e del senso piú profondo della sua ispirazione poetica. Intanto la Grecia è uscita umiliata dalla guerra con la Turchia, la Francia è scossa dal caso Dreyfus e la ricca famiglia di Kavafis sperimenta il declino economico e sociale. Un romanzo lirico e suggestivo, un ritratto indelebile del grande poeta alessandrino, un tuffo nei misteri che circondano il tormento creativo e nei meandri segreti dell'erotismo.
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La terra sembrava ancora piatta allora, e la notte cadeva all’improvviso fino alla fine del mondo, là dove qualcuno, chino alla luce della lampada, avrebbe potuto vedere, secoli dopo, il sole rosso spegnersi sulle rovine, avrebbe potuto vedere, oltre i mari e i porti disfatti, le terre che vivono dimenticate dal tempo, nello splendore del trionfo, nella lenta agonia della sconfitta. La Storia si ripete, diceva dentro di sé, anche se non era certo che si trattasse di una ripetizione. Avrebbe potuto vedere solo grazie al suo talento e alla sua perseveranza. Stringendo la penna in mano, stava in ascolto. Suoni, luci, odori, tutto tornava. Era di nuovo notte sulla terra piatta. La fiamma della lampada tremolava con riflessi giallognoli. Alle sue orecchie giungevano delle voci. Una canzonetta popolare dal quartiere Attarine che era insonne, il suono di un organetto la cui melodia dolciastra si riversava sugli scalini infangati e li risaliva. Nelle stanze al piano di sopra, i corpi si univano tra lenzuola consunte. Per mezz’ora di godimento perfetto, mezz’ora di assoluto piacere. Membra, labbra, palpebre sul letto squallido, bocche ansimanti, baci. Dopo se ne andavano, ognuno per sé, come fuggitivi, sapendo che quella mezz’ora li avrebbe segnati per tutta la vita, e che sarebbero tornati a ricercarla ancora. Ma adesso, l’unica cosa che ciascuno desiderava era di venire risucchiato dalla notte, e mentre scendeva frettolosamente le scale, la solita musichetta insopportabile lo accoglieva, un tintinnio sgangherato che si beffava dell’imperioso battito del cuore. Fuori, la strada era deserta, i passi di un’ombra invisibile riecheggiavano poco lontano per poi spegnersi. Lui restava per un attimo sulla soglia, si abbottonava la giacca prima di allontanarsi in fretta, rasente il muro, la testa china, il bavero rialzato. E qualche volta accadeva, era in effetti accaduto, che il suo sguardo incrociasse gli occhi di un altro che scivolava nel buio come un ratto, qualcuno, timido e benvestito, che veniva in senso opposto per dirigersi, come ipnotizzato, verso quegli stessi scalini, nella stessa camera, per rotolarsi sulle stesse lenzuola sudicie.
E se tutti gli amanti fossero immobili? pensò. Se fossero sculture calde, dalla pelle morbida, che si fanno accarezzare indifferenti, come sono indifferenti le opere d’arte? Quest’idea platonica lo allettava, ma solo fino a un certo punto. L’oggetto del desiderio si trovava cosí lontano, cosí vicino. Labbra membra corpi. Labbra, bocche ansimanti. Su questo doveva scrivere. Cosí vicino, cosí lontano. Era questo il lavoro dell’arte: abolire le distanze.
Richiamò alla mente la figura di un giovane: molto tempo prima, a Costantinopoli. A Yeniköy, forse? Era un ragazzo ancora imberbe, garzone di un fabbro, e mentre era chino sull’incudine, con le scintille che sprizzavano intorno al petto sudato, aveva visto il suo volto illuminarsi come quello di un eroe, lo aveva visto coronato di pampini e di lauro. Non avevano parlato allora e non lo aveva piú rivisto. Chi avrebbe scritto di quel ragazzo? Chi lo avrebbe sottratto all’oblio della Storia?
Anni dopo qualcuno, chino alla luce della lampada… Avrebbe potuto vedere il sole rosso spegnersi sulle città mitiche, bruciando erbacce tra le inferriate rugginose, là dove un tempo una fontana di marmo vomitava acqua le cui ultime gocce, ora, si esaurivano insieme alla luce della sera. Avrebbe potuto vedere i raggi purpurei che si riverberavano sul corpo efebico del garzone di Yeniköy, illuminando di sfuggita una possibilità, e una possibilità che acquisiva sostanza, una sostanza quasi materiale, perché lo stesso efebo ora si aggirava tra i portici di un’antica agorà tra la folla di Antiochia o di Seleucia ed erano in molti a magnificare la sua bellezza.
Gli “anni dopo” sono ora, diceva tra sé. Solo lui poteva vedere. Non era ancora pronto. Spesso era l’impazienza a divorarlo. Un’impazienza grazie alla quale riusciva a mettere insieme solo qualche poesia mediocre, sgraziata, che dopo stracciava rimproverandosi. E poi c’era anche questo pesante guazzabuglio… Un cumulo di aggettivi e di parole altisonanti, le acque di scolo rigonfie di un lirismo che disprezzava, anche se non sapeva come scrollarselo di dosso. Come potrò liberarmi di questo gravame sentimentale, si chiedeva. Spesso, durante la giornata, si sentiva inutile, svogliato, fallito. Era colpa di Alessandria, che lo soffocava. Era colpa di quella vita provinciale, della cerchia degli idioti con la loro incrollabile presunzione e, poco oltre, feluche e fellah, un paesaggio da decalcomania screpolata, con quell’umidità densa che ti impregnava fino al midollo: tutto questo gli minava il sistema nervoso. E spesso si diceva, senza però crederci troppo, che per poter scrivere avrebbe dovuto cancellare Alessandria dalla sua mente.
Ma ora si trovava in una città straniera, che lo attirava e lo respingeva al tempo stesso. Una capitale che irradiava civiltà, in cui ogni angolo ricordava qualcosa di grande e di importante. Doveva contrastare il suo malumore e godersi gli ultimi giorni del viaggio. Basta con questa volubilità, si disse: mi farò un programma giornaliero e lo seguirò. Si spianò, meccanicamente, la cravatta e scese i tre scalini che portavano alla reception.
“Monsieur Cavafy!” sentí qualcuno che lo chiamava.
La grande sala era vuota, il lampadario centrale era acceso sopra il pavimento in marmo che luccicava come la superficie di un lago. L’anziano portiere si dirigeva lentamente verso di lui.
“Monsieur Cavafy, suo fratello l’aspettava ed è uscito da poco. La attende al Café de la Paix”.
Era un tiepido pomeriggio d’estate. La temperatura intorno agli 80 Fahrenheit. Tempo fiacco, ma con un venticello gradevole. Quel che ci voleva per la sua redingote leggera. Meno male che non ho messo la giacca di lino pesante, disse tra sé, meno male, e affrettò il passo. Eppure, mentre procedeva rapido seguendo il flusso del boulevard, con i cocchieri che caracollavano verso l’Opéra agitando il frustino, sapeva che la spina che lo pungeva era di nuovo lí, e che era solo questione di tempo prima che lo assalisse la solita cupezza.
“Kostís, l’ho finito,” gli disse John non appena lo vide arrivare.
Sembrava di ottimo umore. Teneva il manoscritto in mano e lo sventolava come un trofeo.
Il cameriere portò le cioccolate fumanti e le lasciò sul tavolino.
“Grazie di aver pensato a me,” disse lui, anche se avrebbe preferito un tè gelato.
“E allora?” gli chiese John con un gran sorriso.
“Ho fatto tardi. Mi devo essere addormentato”.
“Ti farà bene”.
Notò una vecchietta che si trascinava con la mano tesa. Era tutta arruffata e ogni tanto inciampava.
“Dalle qualcosa, non riesco a guardarla”.
La vecchia si avvicinò al loro tavolo e diede un’occhiata famelica al piattino con i petits fours.
“Dalle qualcosa,” ripeté. Guardò il manoscritto che suo fratello aveva arrotolato a cilindro e teneva ancora in mano. Ne distingueva le lettere, leggermente inclinate, con le codine delle “p” e delle “y” rivolte vezzosamente verso l’alto.
John si alzò e lasciò cadere sul palmo della donna qualche spicciolo.
“Dieu vous bénisse,” disse lei. Le mancavano parecchi denti.
“Dieu, però, a te non ha pensato affatto”.
Come un cumulo di stracci, la vecchia si trascinò al tavolo di fianco, e tese di nuovo la mano implorante.
“Perché?” si chiese John. “Perché accettiamo la miseria quando la vediamo rappresentata in un quadro, e ne lodiamo i pregi estetici? E, al tempo stesso, la rifiutiamo nella vita reale. Questa vecchia può essere bellezza. Tutto può essere bellezza. Dipende dal punto di vista o, meglio, dalla disposizione mentale di chi contempla…”
“Non possiamo considerare bellezza qualsiasi cosa,” lo interruppe.
“Sí, invece: tutto ciò che ci commuove, perché no?”
“Anche la bellezza dell’animale? Questa vecchia è bella come una scrofa che si è rotolata nel fango”.
“Non esiste un solo genere di bellezza,” attaccò John, ma poi tacque. Come sempre, quando cercava di trovare la formulazione corretta si perdeva in qualche associazione di idee parallele. Bevve un sorso di cioccolata e poi girò, lentamente, la bevanda con il cucchiaino. “Perché sei cosí rigido,” disse come se non si trattasse di una domanda. “A volte mi chiedo… È molto ingiusto, in fin dei conti”. Non lo guardava. Era come se si rivolgesse a chiunque stesse passando per la strada in quel momento, o a tutta Parigi.
“Fammi leggere,” disse tendendo la mano per prendere il manoscritto.
Quello sarebbe stato il loro pomeriggio libero. L’avevano deciso a pranzo da Procope. Sarebbe stata l’occasione per riposarsi e fare un bilancio del viaggio; per ricordarsi alcuni momenti del mese e mezzo che mancavano da casa, rispolverando dettagli che, forse, erano sfuggiti a tutti e due. A entrambi piaceva incrociare i loro racconti, e lo facevano spesso, traendo particolare piacere nel momento in cui l’episodio piú irrilevante poteva assumere una coloritura completamente diversa, una svolta quasi imprevedibile, mentre le parole prendevano corpo tra le labbra dell’altro. Avevano infiniti piccoli eventi da ricordare, per riderci su e per trarne un assaggio delle impressioni che avrebbero suscitato i loro racconti una volta tornati ad Alessandria, e – ancor di piú – avrebbero riso degli episodi imbarazzanti che gli erano capitati, come la scoreggia della zia alla cena all’Holland Park: non una, né due, ma ben...




