E-Book, Italienisch, 208 Seiten
Reihe: Ombre
Staalesen La donna nel frigo
1. Auflage 2011
ISBN: 978-88-7091-290-6
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 208 Seiten
Reihe: Ombre
ISBN: 978-88-7091-290-6
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Petrolio e sangue nella nuova indagine di Varg Veum. Le piattaforme che di notte luccicano come diamanti di fronte alla costa norvegese hanno trasformato Stavanger in un Eldorado per affaristi e sfruttatori di ogni sorta. È in questa antica cittadina di pescatori che ha venduto l'anima ai signori del cemento e dei locali notturni che il detective di Bergen approda per ritrovare Arne Samuelsen, tecnico di una compagnia americana scomparso senza lasciare traccia. Niente di strano, un'indagine di routine, finché Varg non perquisisce la casa del giovane e apre lo sportello del frigorifero. Il mistero si tinge di sangue, ogni pista conduce a una cortina di omertà, e a complicare le cose a quell'inguaribile romantico di Varg ci si mette la languida Elsa, prostituta d'alto bordo abituata a giocare con il fuoco. Ma è impossibile non scottarsi in una società snaturata dal denaro facile, in cui il vizio è un lucroso business, e tutto, anche la vita, ha un prezzo.
Weitere Infos & Material
1
La piccola casa di legno era situata a mezza via sulla rampa di Dragefjell, una stretta salita intervallata da radi gradini che ricordava un vicolo parigino. La targa sulla porta indicava il nome che cercavo: samuelsen.
Era una giornata fredda e spoglia di inizio novembre. Suonai e rimasi pazientemente ad aspettare. Mi aveva avvertito che camminava con difficoltà e che avrebbe impiegato un po’ di tempo per arrivare alla porta.
Nel vicolo stagnava un odore sgradevole di legno ammuffito e fumo di stufa. Questo, denso e brunastro, errava pigramente sopra i tetti; più in alto, lungo i fianchi delle alture che circondano la città, la prima gelata aveva formato chiazze bianche simili a strati di nebbia.
La donna che mi aprì era sulla sessantina. I suoi capelli, bianchi alla radice e castani sulle punte, avevano un taglio a caschetto dai contorni netti. Il viso era solcato da rughe profonde, la bocca piccola e contratta, e il mento pronunciato faceva pensare a un trampolino da sci in miniatura. La forma della mascella indicava un carattere energico e deciso.
Gli occhi, di un azzurro pallido, le cui pupille erano attraversate da una rete di venuzze rosse, denotavano minore determinatezza. Con la testa seminascosta dietro il battente, mi guardò sospettosa con gli occhi socchiusi.
Sorrisi per rassicurarla. “Sono Veum, signora.”
“Veum?” rispose, come se non avesse mai sentito quel nome. “Ha un documento d’identità?”
Le mostrai la patente e lei fissò con attenzione la fototessera. “E questo sarebbe lei?”
“Sì, qualche anno fa.”
Alzò gli occhi su di me. “Adesso ha i lineamenti più marcati. Si accomodi.” Si fece lentamente da parte e spalancò la porta.
Entrai in un ingresso buio. A destra, una stretta scala a chiocciola conduceva al piano superiore, dove non poteva esserci spazio che per un paio di stanzette. La porta di fronte era chiusa, quella a sinistra socchiusa.
La donna aveva una gamba irrigidita e si appoggiava pesantemente a un bastone. Mi precedette nella stanza a sinistra, facendomi cenno di seguirla.
Entrammo in un angusto soggiorno. Alla parete di fronte era accostato un vecchio divano logoro. A una delle estremità erano arrotolati un lenzuolo, un piumino e una coperta di lana; all’altra c’era un cuscino con l’Arco di Trionfo e la dicitura a ricamo la belle france. Davanti al divano, un tavolino basso, sul cui ripiano inferiore erano accatastati giornali e riviste. Sul tavolino, una tazza da caffè semivuota, un sottotazza con alcune briciole di pane, una busta aperta da cui usciva l’angolo di un foglio di carta da lettera, un candeliere con una candela quasi completamente consumata, un pacchetto di sigarette norvegesi di qualità scadente e una scatola di fiammiferi. Il sottotazza era stato usato come portacenere.
In fondo alla stanza, una porta semiaperta dava accesso alla cucina; accanto alla porta, una stufa nera, da cui proveniva un crepitio di legna secca. La temperatura nella stanza era molto simile a quella di una sauna.
Dall’altra parte del tavolino, due poltrone consunte. Ne indicò una invitandomi a sedermi. Lei si diresse faticosamente verso il divano.
Una volta seduta, accennò con il capo alla parete alle mie spalle. “Quella è mia figlia.”
Voltandomi, notai una ribaltina, sormontata da un semplice scaffale su cui era appoggiata una guida telefonica. Lì accanto, il telefono, e più a sinistra la fotografia incorniciata di una giovane donna. La somiglianza con la madre era piuttosto vaga, ma aveva il suo stesso mento pronunciato. Sopracciglia sottili e naso affilato. Ci fissava con gravità da quel mobile dignitoso, come l’immagine di una santa sull’altare.
“Non si tratta di lei, ma di Arne”, disse, “mio figlio.”
Mi voltai e la guardai con cortese attenzione.
Si mordicchiava le labbra e sbatteva nervosamente le palpebre. “Non l’ho più sentito da quando... da diverse settimane”, concluse con voce leggermente incrinata, indicando la busta aperta.
“È una cosa insolita?”
“Sì.” Deglutì. “Lui... è sempre stato puntuale... nel darmi sue notizie.”
“Dove abita?”
“A Stavanger. Lavora su una piattaforma petrolifera nel Mare del Nord. Non ho mai capito perché non voglia stare qui a casa con me. Ha trovato un appartamentino a Stavanger, e sta là quando non è in mare.”
“Capisco. Ogni quanto riceve sue notizie, di solito?”
“Mi scrive ogni volta che ritorna a terra.” Tirò fuori un blocchetto per appunti e ne sfogliò le pagine consunte e piegate agli angoli. Doveva consultarlo spesso. “È stato in mare dieci giorni e doveva rimanere a terra per altri dieci e... dovrebbe essere a terra ormai da sei giorni, e non si è ancora fatto vivo. Quando è a casa... quando rimane a terra per tre settimane viene a passare qualche giorno da me, ma quando ha solo dieci giorni rimane là.”
“Avrà avuto qualche altro impegno”, dissi in tono rassicurante.
Mi guardò senza capire. “Quale altro impegno?”
Alzai le spalle. “Quanti anni ha?”
“Ventotto.”
“Be’...” Allargai le braccia. “I ragazzi di quell’età...”
“I ragazzi di quell’età!” sbuffò. “E poi, non è nel suo appartamento.”
“Ah no?”
“Ho telefonato alla sua padrona di casa per tre o quattro giorni di seguito, ma ha detto che non rispondeva nessuno quando suonava. Ieri l’ho pregata di entrare, se aveva una chiave di riserva...”
“E allora?”
“Mi ha richiamata, e... l’appartamento era vuoto, non c’era nessuno. Ha cominciato a parlare dell’affitto.”
“È quello che fanno di solito le padrone di casa. Forse è andato a farsi una vacanza. Chi lavora sulle piattaforme guadagna piuttosto bene.”
“Non l’avrebbe mai fatto senza prima avvertirmi, mai. Non Arne.”
“Ah no?”
“No.”
“Quindi l’ultima volta che si è fatto vivo è stata...” cominciai dopo una breve pausa.
“È stato sulla piattaforma per dieci giorni, e dovrebbe essere a terra da cinque o sei. Mi aveva scritto subito prima di partire, quindi sono in tutto quindici o sedici giorni.”
“Non ha pensato di chiamare la polizia?”
Mi lanciò uno sguardo irritato. “Perché crede che mi sia rivolta a lei?”
“Se davvero fosse scomparso, la polizia sarebbe più attrezzata per le ricerche. Lo troverebbero in un attimo. Io lavoro da solo.”
“Ma non voglio. Se... se non è successo niente di grave, sarebbe imbarazzante per lui.”
“Allora, nonostante tutto, lei crede che suo figlio sia partito senza avvertirla?”
“No!” rispose con impeto. Poi, come se ci avesse ripensato, precisò: “Sarebbe così strano da parte sua...”
Sospirai. “Sa per caso se ha una ragazza?”
Scrollò il capo e contrasse le labbra. “No. Non me ne ha mai parlato.”
“E la sua padrona di casa? Di solito, le padrone di casa queste cose le sanno.”
“Sarebbe troppo...” cominciò. Poi s’interruppe e si chinò sopra il tavolino. “Alle madri certe cose non le raccontano. Capisce? Per questo vorrei che andasse a Stavanger a parlare con quella donna, con i datori di lavoro, con chi lo conosce, insomma, che me lo ritrovasse, se può.”
“Sua figlia potrebbe sapere qualcosa?” Mi voltai automaticamente verso la fotografia alle mie spalle, come se mi aspettassi di ricevere da lei la risposta.
“Mia figlia è morta. Da quasi otto anni.”
“Oh, mi perdoni, io...”
“Non fa niente, non poteva sapere... Non capita spesso di morire così giovani.”
Nella stanza calò il silenzio. Il viso della donna pareva scolpito in un legno nodoso. C’era un che di scuro sotto la pelle, dove il dolore sembrava essersi per sempre cicatrizzato.
“Le costerà un po’”, dichiarai. “Dovrò restare laggiù alcuni giorni e ho bisogno di denaro per viaggio, albergo, vitto, telefonate, e forse per il noleggio di una macchina. E in aggiunta c’è il mio onorario. Sarebbe più conveniente per lei rivolgersi alla polizia.”
“Ma io non voglio che la polizia...” proruppe con veemenza. Poi, con più calma, riprese: “Il denaro non mi manca e non ho altre occasioni di spenderlo. Desidera un anticipo?”
Scossi il capo. “Solo l’indirizzo di Stavanger.”
Me lo diede. “La padrona di casa è la signora Eliassen.”
...



