E-Book, Italienisch, Band 2, 365 Seiten
Reihe: Ombre
Staalesen Tuo fino alla morte
1. Auflage 2010
ISBN: 978-88-7091-272-2
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 2, 365 Seiten
Reihe: Ombre
ISBN: 978-88-7091-272-2
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Un mattino di febbraio insolitamente caldo, in una Bergen ancora pesante d'inverno, il detective Varg Veum è ingaggiato dal più giovane cliente che si sia mai presentato alla sua porta per il caso più banale: recuperargli la bicicletta. Roar ha otto anni ed è sotto choc: è stato derubato da Joker e dalla sua banda che terrorizza il quartiere. Ma compiuta la missione, Varg non resiste al suo istinto di ex assistente sociale e si appassiona alle esistenze solitarie degli anonimi caseggiati di periferia, ritrovandosi invischiato in una storia di risentimenti, rabbia e malasorte. Il padre di Roar viene ucciso con cinque coltellate alla pancia, sua madre Wenche è accusata del delitto e solo Varg è convinto che dietro l'omicidio si nasconda qualcosa di ben più marcio. Una nuova indagine per il detective scettico e disincantato più famoso di Norvegia, con un debole per la bottiglia e uno, ancora maggiore, per il fascino femminile.
Weitere Infos & Material
4
A dire il vero, sembravano più ragazzini sprovveduti che bulli. Erano sei tipici adolescenti troppo cresciuti, con gli immancabili brufoli e l’immancabile prima peluria sulle guance e l’immancabile ottuso sorrisetto ironico sulle labbra. Uno spilungone dinoccolato a un’estremità della fila tentò di arrotolarsi una sigaretta, ma fece cadere metà del tabacco, e quando finalmente se la portò alle labbra, poco ci mancò che se la ficcasse nell’occhio. Uno nel mezzo si distingueva dagli altri per la corporatura: piccolo e grasso. Aveva la faccia rubiconda e i capelli biondo oro. L’espressione degli occhi da cane bastonato indicava che era il buffone del gruppo. Ogni banda ha il suo buffone, ma guai se un estraneo prova a prendersela con lui. Più o meno consapevolmente, è il buffone della banda a tenerla unita, è lui che devono difendere, è lui che ha bisogno di essere protetto. Doveva essere il ragazzo che Roar aveva chiamato Tasse. Gli altri quattro si differenziavano per statura, colore dei capelli ed espressione del viso, ma erano tutti più o meno dei cloni. Tutti portavano i jeans, alcuni con il giaccone imbottito, altri con il chiodo.
Poi dalla baracca uscì l’ultimo, e la scena cambiò carattere. Gli altri erano venuti fuori incespicando come un gregge di pecore. Questo semplicemente con noncuranza, come se stesse passando di lì per caso.
Aveva qualcosa di studiato e artificioso che rivelava immediatamente lo psicopatico, e percepii all’istante il timore e il rispetto che lo circondavano. Quello che un attimo prima era stato un gruppetto di cresimandi ai quali avrei potuto chiedere di recitarmi il Padre Nostro, si era ora trasformato in una banda. I sorrisetti titubanti erano stati sostituiti da labbra serrate in un’espressione volitiva. Gli occhi ansiosi erano diventati duri come sassi. La sigaretta dello spilungone sulla sinistra s’immobilizzò all’angolo della bocca. Tasse gonfiò il petto e mise le manine grassocce sui fianchi.
Lui non si presentò. Non ce n’era bisogno. In un certo senso sembrava totalmente disinteressato a quel che succedeva, quasi un po’ assente. Ma non era assente lo sguardo dei suoi occhi stretti. Erano neri e acuti come quelli di un predatore in caccia.
Aveva i capelli scuri, lisciati all’indietro, che gli davano un’aria un po’ da prete. La fronte era alta e bianca. Il naso particolarmente lungo e sottile, a lama di coltello, lasciava immaginare che potesse usarlo come arma all’occasione. La bocca poteva ricordare quella di Elvis Presley. Il labbro superiore era arricciato in una smorfia beffarda, ma i denti che scopriva, putride caricature di se stessi, non avrebbero mai potuto fare bella mostra di sé sulla copertina di un disco.
Portava jeans attillati, quasi bianchi, e un chiodo nero con una serie di cerniere lucide. Aveva un fisico magro e tirato. Non era particolarmente muscoloso, ma mi dava l’idea di poter essere piuttosto abile nell’uso del coltello, come lo sono in genere le persone del suo tipo.
La sua voce era come me l’aspettavo: tesa come un cavo di acciaio e tenera come una lama consumata di rasoio. Proprio nell’attimo in cui pronunciava le prime parole, un raggio di sole vespertino si smarrì tra le fronde dei pini e lo colpì in pieno viso. La pelle di carta bianca diventò dorata come quella di un angelo e le labbra carnose si ravvivarono evocando un ritratto di Raffaello. Era un miraggio, come la maggior parte delle cose su cui il sole posa i suoi raggi.
“Cosa sei venuto a cercare qui, vecchio?”
Non ebbe bisogno di aspettare l’applauso: arrivò un’ovazione. Una risata scrosciante e compatta lacerò il silenzio del bosco. Una brutta risata, come sono quelle degli adolescenti.
“Cercavo l’asilo. E mi pare di averlo trovato, giusto?” Evidentemente non avevo lo stesso carisma, perché nessuna risata accolse le mie parole.
La sua lingua si rigirò per un attimo tra i denti marci.
“La casa di riposo è più giù. Vuoi che ti troviamo una sedia a rotelle?”
Altro scroscio di risa. Non avevano mai sentito niente di più divertente. Per poco non morivano dal ridere.
“Ve ne serve per caso una?” domandai, e approfittai del mio turno di parola per aggiungere: “A dire il vero, è la mia bici che stavo cercando.”
“La tua bici?” Si guardò attorno come se scoprisse solo in quel momento di non essere solo.
“Avete visto una bici, ragazzi?”
Tutti i pagliacci volsero lo sguardo attorno ridacchiando. Tutti scossero il capo. Quello che chiamavano Tasse sembrava sul punto di esplodere dalle risate represse.
“Manda piuttosto tua zia, nonno, o una delle infermiere della casa di riposo là sotto, e poi vediamo come possiamo sistemare la faccenda.”
Questa volta pensai che ne sarebbero morti sul serio. Ridevano letteralmente a crepapelle, come se avessero passato tre giorni e tre notti in orge di gas esilarante e ne avessero ancora qualche bel gallone di scorta. Sentii che era arrivato il momento di fare un discorso.
Sono fatto così: quando ho paura, devo fare un discorso. Quando mi sentirò in fin di vita, mi alzerò a fare un discorso disperato come quello di un omosessuale a cui è stata affidata un’allocuzione in onore delle donne. Alla porta del paradiso comincerò a martellare di parole san Pietro a tal punto che per prima cosa mi spedirà allo sportello reclami.
Incominciai. Feci due passi avanti, piazzandomi di fronte allo spilungone dinoccolato. Lo fissai dritto negli occhi, con uno sguardo che speravo gli richiamasse alla mente la sua prima pesca al rombo. Tutti abbiamo una prima pesca al rombo nascosta in qualche angolo della nostra infanzia. E constatai, con mia massima soddisfazione, che la sigaretta all’angolo della sua bocca si stava muovendo.
“Magari non ho un aspetto così temibile, a prima vista, davanti a sette paia di occhi di venticinque anni più giovani di me. Anche un leone rinchiuso per anni allo zoo sembra poco pericoloso, finché a nessuno viene in mente di entrare nella sua gabbia.”
Avanzai fino al ragazzo seguente. Era più o meno alto quanto me, aveva un grosso brufolo sul naso e il labbro superiore era imperlato di sudore.
“Non è stando qui schierati, con quell’aria calorosa come un ghiacciaio che mi farete paura. Neppure al tramonto.” Lui arrossì visibilmente e io proseguii verso quello dopo.
Il ragazzo si era già conquistato un’appariscente ombra nerastra di barba. Aveva spesse sopracciglia scure, ma gli occhi sotto erano indubbiamente miopi. Avrebbe dovuto portare gli occhiali. Gli agitai la mano davanti alle pupille. Non sapeva dove fissare lo sguardo.
“Ehi! C’è qualcuno? Sono qui. No, qui! Vai a casa a prenderti gli occhiali, amico! Sembri un inviato della terza dimensione. Già, lo capirai quando sarai un po’ più grande. Dai un’occhiata al dizionario, se ti capita, e se riesci a procurartene uno.”
Quello dopo era Joker, e lo superai senza fermarmi. Vidi con la coda dell’occhio che la cosa non gli andava giù. Alla sua destra c’era Tasse, il buffone.
Un buffone è una preda facile, se non è già vaccinato.
“Salve, Tasse Grunf. Direi che un giro in bici ti farebbe bene, ogni tanto.” Feci una pausa. “Fitness: è una parola straniera ma la trovi sul dizionario.”
Gli ultimi due li presi con un colpo solo.
“E chi sarebbero questi signori? Abbott e Costello? Bibì e Bibò alla scuola materna?”
Recuperai la posizione centrale e feci scorrere lo sguardo su ciascuno di loro.
“Sapete chi sono? Veum il logorroico, mai sentito parlare di me? Mi trovate sull’elenco telefonico, sotto la «M» di Mostro. Ogni tanto si può leggere di me sui giornali, quando picchio a sangue qualcuno. Ragione per cui non vi consiglio di entrare nella mia gabbia. Mettiamola così: io gioco in nazionale e voi siete le giovani speranze di un club di quinta divisione del Møre og Romsdal. Avete un’unica speranza: non sono autorizzato a infierire su chi mi è inferiore. Però si dà il caso che io non sia mai stato particolarmente ligio alle norme, quindi potete provarci.” Approfittando del minuscolo vantaggio che avevo ancora, aggiunsi: “Sono venuto qui per riprendermi la bicicletta. Qualche obiezione?”
Fissai Joker dritto negli occhi. Con gli psicopatici è come con gli orsi: il miglior sistema per ammansirli è fissarli dritto negli occhi. “Quando noi uomini giochiamo a poker, nel mazzo non c’è mai il joker”, dissi.
Dopodiché gli passai davanti, afferrai la bici per il manubrio e la girai per portarla via. Sei paia di occhi mi squadravano spalancati. Joker era rimasto fermo nella stessa posizione, e mi dava la schiena.
Voltare le spalle a uno psicopatico eccitato è una delle cose più stupide che si possano fare, ma avevo di fronte una platea stregata e ben poche alternative. Mentre superavo Joker per uscire dal cerchio magico, mi girai indietro continuando a fissarlo. “Andate dentro a prendere il cambio di pannolini per il capo, ragazzi.”
...



