E-Book, Italienisch, Band 190, 240 Seiten
Reihe: Gli Iperborei
Stefánsson Paradiso e inferno
1. Auflage 2011
ISBN: 978-88-7091-298-2
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 190, 240 Seiten
Reihe: Gli Iperborei
ISBN: 978-88-7091-298-2
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
È l'Islanda, dove le forze primordiali della natura rendono i destini immutabili nel tempo, il luogo di questo racconto di gente di mare persa nell'asprezza dei giorni e delle notti, di un Ragazzo segnato dalla solitudine, e del suo grande amico Bárður, pescatore di merluzzo per necessità, ma in realtà poeta, sognatore, innamorato dei libri e delle parole, le uniche in grado di 'consolarci e asciugare le nostre lacrime, sciogliere il ghiaccio che ci stringe il cuore'. Parole che possono anche essere fatali: come per Bárður, rapito da quel verso del Paradiso perduto di Milton che ha voluto rileggere prima di imbarcarsi, al punto da dimenticare a terra la cerata, correndo il rischio di trovare una morte invisibile e silenziosa come quella dei pesci. Storia di tragedia e di ritorno alla vita all'inseguimento di un destino diverso, Paradiso e inferno è un'avventura iniziatica, un viaggio metafisico, la ricerca di un senso e di uno scopo alto nella vita, ma soprattutto un inno al potere salvifico delle parole. Con una scrittura magnetica che decanta l'essenziale, Jón Kalman Stefánsson racconta con infinita tenerezza un'amicizia, la storia di due ragazzi che si innalza in una sfera magica sopra il frastuono del mondo, per ricordare che la vita umana è sempre una gara contro il buio dell'universo, in cui 'non abbiamo bisogno di parole per sopravvivere, ne abbiamo bisogno per vivere'.
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I
Era negli anni in cui probabilmente eravamo ancora vivi. Nel mese di marzo, il mondo bianco di neve, anche se a dire il vero non del tutto, qui non diventa mai tutto bianco, per quanto la neve divori ogni cosa, per quanto cielo e mare gelino insieme e il freddo penetri nel più profondo del cuore, dove abitano i sogni, lì il bianco non ha mai la meglio. Le cinture rocciose dei monti si scrollano sempre quel candore di dosso e si stagliano nere come carbone sull’universo immacolato. Si stagliano nere sopra il ragazzo e sopra Bárður1mentre si allontanano dal Villaggio, il nostro inizio e la nostra fine, il centro del mondo. E un centro del mondo ridicolo e fiero. Camminano veloci, gambe giovani, fuoco che brucia, ma sono anche in gara contro il buio, com’è giusto, forse, perché la vita umana è sempre una gara contro il buio dell’universo, contro il tradimento, la crudeltà, la viltà, una gara che spesso sembra disperata, ma che ugualmente affrontiamo finché è viva la speranza. Ma Bárður e il ragazzo vogliono in realtà solo allontanarsi dalle tenebre o dall’oscurità del cielo per arrivare prima di loro alle baracche, le baracche dei pescatori, e ogni tanto camminano fianco a fianco che è la cosa migliore perché le orme che procedono appaiate sono un segno di solidarietà e allora la vita non è più tanto solitaria. Spesso però il sentiero non è che una mulattiera che si snoda come una serpe congelata nella neve, allora il ragazzo deve seguire Bárður, tenere lo sguardo fisso sulle sue scarpe, sulla bisaccia di pelle che porta in spalla, sulla massa di capelli scuri e la testa solidamente appoggiata sulle spalle larghe. A volte attraversano coste pietrose, avanzano a piccoli passi su stretti sentieri a picco sopra le scogliere, il peggiore è quello di Ófæra, l’Insormontabile: una fune fissata alla roccia, il pendio a strapiombo sopra, la parete a strapiombo sotto e il mare verdastro che ti aspira e risucchia, un salto di trenta metri, la montagna si erge per più di seicento metri e la vetta è nascosta dalle nubi. Il mare da un lato, i monti alti e scoscesi dall’altro; ecco in pratica tutta la nostra storia. Le autorità e i commercianti regolano forse le nostre misere giornate, ma i monti e il mare regnano sulla nostra vita, sono il nostro destino, o per lo meno così la pensiamo qualche volta, e anche tu di sicuro ti sentiresti così se ti fossi svegliato e addormentato per decine di anni sotto le stesse montagne, se il tuo petto si fosse dilatato e contratto al respiro del mare sulle nostre barchette fragili come gusci di noce. Non esiste quasi niente di più bello del mare nelle giornate serene o nelle notti terse, quando anche lui sogna e la luna è il suo sogno. Ma il mare non è per niente bello e lo odiamo più di qualsiasi altra cosa quando le onde si alzano anche di dieci metri sopra la barca, quando i frangenti la travolgono e il mare ci beve come miseri cuccioli, e poco importa quanto dimeniamo le braccia, quanto invochiamo Dio e Gesù, quello ci beve come miseri cuccioli. E lì tutti sono uguali. Le carogne e i giusti, i colossi e i mingherlini, i felici e gli afflitti. Qualche grido, qualche frenetico agitarsi di braccia e poi è come se non fossimo mai esistiti, il corpo inerte cola a picco, il sangue si raffredda, i ricordi si cancellano, i pesci vengono a sfregare il muso contro quelle labbra che, ancora ieri baciate, pronunciavano parole essenziali, sfiorano le spalle che portavano il figlioletto a cavalcioni e gli occhi che non vedono più nulla, posati sul fondo del mare. Il mare è blu, freddo e mai calmo, un mostro gigantesco che inspira, quasi sempre ci sostiene, ma qualche volta no e così noi affoghiamo; la storia dell’uomo non è poi tanto complicata.
Stanotte usciremo di sicuro, dice Bárður.
Hanno appena passato l’Insormontabile, la corda non ha ceduto, la montagna non li ha uccisi con le sue frane di pietre. Guardano entrambi il mare, e su in cielo il blu non è più del tutto blu, un sospetto di sera nell’aria, la spiaggia di fronte si è fatta indistinta, come se fosse arretrata, come se sprofondasse lontano, è una spiaggia quasi tutta bianca, dal bordo fino alla riva dell’acqua, per questo prende il nome della neve.
Sarebbe anche ora, risponde il ragazzo a Bárður, ansimando leggermente per la scarpinata. Due ore da quando si sono messi in marcia. Hanno finito il caffè e la torta nella Panetteria Tedesca, si sono fermati in tre altri posti e poi arrancando hanno lasciato il Villaggio, due ore di cammino e di fatica nella neve. Hanno i piedi bagnati, è naturale che li abbiano bagnati, li avevamo sempre all’epoca, te li asciuga la morte, dicevano i vecchi quando qualcuno si lamentava, a volte i vecchi non sanno proprio nulla. Il ragazzo sistema la bisaccia, pesante di tutto ciò di cui non possiamo fare a meno, Bárður invece non sistema niente, rimane lì fermo a guardare, fischietta un ritornello vago, non pare per niente stanco, e che diavolo, dice il ragazzo, io ho il fiatone come un vecchio cane e tu è come se non avessi fatto nemmeno un passo in tutto il giorno. Bárður lo guarda con quegli occhi scuri del Sud e sorride. Qualcuno di noi ha gli occhi neri, qui arrivano marinai da paesi lontani, lo fanno da secoli perché il mare è un forziere d’oro. Vengono dalla Francia, dalla Spagna, molti di loro hanno gli occhi neri e qualcuno lascia il colore dalle nostre donne, poi riprende il mare, torna a casa oppure annega.
Sì, sarebbe ora, conviene Bárður col ragazzo. Sono passate due settimane dall’ultima volta che sono usciti in mare. Prima è arrivata una tempesta da sud-est, ha piovuto, la terra era screziata e scura dove affiorava sotto la neve, poi il vento ha girato da nord, giornate intere di raffiche nevose. Burrasche, pioggia e neve per quattordici giorni, nemmeno una barca in mare e il pesce per il momento al sicuro dalla minaccia degli uomini, nei calmi abissi del mare, dove non penetrano le intemperie e gli unici uomini che si vedono sono gli annegati. Si possono dire tante cose, sugli annegati, ma di certo non che pescano pesci, non pescano niente se non il chiaro di luna sulla superficie del mare. Ma due settimane, gli uomini non potevano nemmeno spostarsi da una baracca all’altra per via della tempesta, quella tempesta mugghiante che aveva cancellato tutto il paesaggio, abolito ogni direzione, il cielo, l’orizzonte, il tempo stesso, ormai avevano aggiustato tutto l’aggiustabile, annodato gli ami, sgrovigliato i galleggianti, sgrovigliato tutti i nodi tranne quelli che ti stringono il cuore e il desiderio dei sensi. Di tanto in tanto qualcuno si era spinto fino alla riva, aveva cercato qualche mollusco come esca, altri avevano impiegato il tempo a lavorare, si erano preparati gli indumenti di pelle, ma le giornate sulla terraferma possono essere lunghe, possono prolungarsi a volte all’infinito. È più facile consumare l’attesa giocando a carte, continuare a giocare e non alzarsi mai se non per soddisfare le necessità corporali, lasciarsi flagellare dal vento, depositare i propri bisogni tra i sassi della battigia, alcuni però sono talmente pigri, o magari così poco puliti dentro, che non hanno voglia di spingersi fino alla riva e si scaricano vicino alle baracche, poi dicono al supervisore, quando entra: C’è del lavoro per te, amico! Il ragazzo è il supervisore della baracca e tocca a lui pulire lì intorno, è il più giovane, il meno robusto, lo vincono tutti nella lotta e la carica di supervisore è stata assegnata a lui, succede spesso nella vita, chi non ha abbastanza forza fisica si ritrova a pulire la merda degli altri. Due lunghe settimane, e quando il tempo finalmente si è calmato anche il mondo è ricomparso, guardate, ecco là il cielo, allora è vero, esiste, e l’orizzonte, una certezza! Il giorno prima la tempesta si era placata abbastanza da consentire di ripulire la cala dai sassi, si erano ritrovati lì, una dozzina, da tutt’e due le baracche, due equipaggi, a sgobbare coi sassi che il mare aveva scagliato nella cala, pietre su cui si inciampava, ci si scorticava, si sanguinava, una sfacchinata di sei ore sulla spiaggia resa infida dal ghiaccio. Questa mattina il vento tira da ovest, una brezza non molto forte, ma le onde impediscono ancora di prendere il mare verso ovest, che peccato, ti fa quasi male vedere quella barriera di schiuma bianca, quando il mare è abbastanza navigabile al largo. Ma la frustrazione un po’ si attenua al pensiero che il merluzzo si riduce con il vento dell’ovest, se ne va, e inoltre diventa anche più facile raggiungere il borgo. Gli uomini sono partiti a gruppi dallo stanziamento principale, le rive brulicano di pescatori e le pendici del monte formicolano.
Ogni...




