Suah | Notti invisibili, giorni sconosciuti | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 161 Seiten

Reihe: Asia

Suah Notti invisibili, giorni sconosciuti


1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-6783-299-6
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 161 Seiten

Reihe: Asia

ISBN: 978-88-6783-299-6
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Notti invisibili, giorni sconosciuti è il racconto di un giorno e una notte nel caldo torrido dell'estate di Seul. Per due anni, l'ex attrice ventottenne Ayami ha lavorato nell'unico «teatro sonoro» di Seul per non vedenti. Ma ora il teatro sta cessando l'attività e il futuro di Ayami è incerto. Completato il suo ultimo turno e chiuso il teatro per sempre, Ayami cammina per le strade della città con il suo ex capo fino a notte fonda. Insieme cercano un'amica comune che è scomparsa, mentre intorno a loro il labirinto dei paesaggi urbani inizia a popolarsi di personaggi misteriosi e immagini fantastiche. Il giorno seguente, su richiesta della stessa amica, Ayami fa da guida per un romanziere di polizieschi in visita dall'estero. Ma nell'afa che consuma senza scampo Seul in piena estate, l'ordine lascia il posto al caos. I confini della realtà iniziano a logorarsi e il passato si intromette nel presente in modi sempre più dirompenti. La trama si sfilaccia e diventa fluida: personaggi, luoghi e tempi si sovrappongono e confondono in una narrazione ipnotica e disorientante. Notti invisibili, giorni sconosciuti è un tuffo in un'allucinazione, un'opera incredibilmente originale che scioglie la linea tra realtà e sogno, esplorando la possibilità di mondi oltre quello che vediamo e sentiamo - e rivela perché Bae Suah è considerata una delle voci di spicco della letteratura coreana oggi.

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UNO


L’ex attrice Ayami era seduta sulla seconda scalinata del teatro sonoro, stringendo in mano il diario dei visitatori.

Era sola. Nessuno sapeva nient’altro, per il momento.

Con le luci spente, l’interno della sala sembrava affogare dietro una tenue cortina d’acqua in cui gli oggetti si disintegravano sofficemente. La realtà perdeva consistenza, diventando quasi invisibile. Accadeva alle luci e alle forme, ma anche ai suoni emanati da quegli oggetti. Il teatro ospitava solo una decina di sedute, il resto del pubblico doveva accomodarsi sulle scalinate che si diramavano in ogni direzione. Per Ayami era prezioso il tempo che concedeva a se stessa quando sfogliava le pagine di quel diario, dopo la chiusura, alla fine degli spettacoli della giornata. E se lo faceva, non era di certo perché i visitatori vi appuntassero qualcosa di speciale.

Talvolta capitavano dei visitatori non vedenti che lo riempivano di scritte a puntini in Braille, ma lei non era in grado di decifrarne il senso. Non rimaneva lì con quel diario in mano perché curiosa dei suoi contenuti, no, ma per ascoltare nel silenzio una voce che – a intermittenza – giungeva alle sue orecchie.

Non star lontana da me... un solo giorno... perché,

perché... è lungo il giorno,

e ti starò attendendo...1

A quell’ora, quando si trovava sola seduta nel teatro, una vecchia radio nascosta chissà dove tra le attrezzature audio si metteva a suonare. Ayami era terrorizzata dalle interferenze che arrivavano da macchinari, fili e cavi, oppure dai microfoni e dagli altoparlanti ed era convinta che l’esposizione ai disturbi causati dalle onde sonore avrebbero potuto persino arrecarle danni fisici: questo pensiero bastava come deterrente per trattenerla dal dare un’occhiata o dall’infilare le mani tra i grossi apparecchi dove quella radio si nascondeva o era stata dimenticata. Da quando lavorava in quel teatro, si era solo ed esclusivamente occupata di inserire nello stereo l’album della performance e di premere l’interruttore.

A intervalli irregolari la fondazione mandava un tecnico del suono per le riparazioni, ma lei non gli aveva mai rivolto la parola. Il tipo aveva sempre un berretto da baseball ben calato, con la visiera che gli copriva il viso e lo faceva apparire l’ombra di se stesso. Anche se non trasportava mai attrezzature di chissà quali dimensioni, si presentava sempre alla guida di un autobus bianco, sulla cui fiancata era rappresentato il logo della fondazione. Ogni volta, era l’unico conducente e l’unico passeggero. Il direttore del teatro sapeva esattamente quando veniva e, se aveva da discutere con lui di qualche faccenda, se ne occupava in prima persona. Lo accoglieva al suo arrivo e lo riaccompagnava all’autobus al momento di ripartire.

Finché un giorno Ayami non decise finalmente di mettere al corrente il direttore. Anche se fino ad allora non era mai capitato, temeva che si sarebbe trovata nei guai se la radio si fosse accesa durante uno spettacolo e, visto che il direttore – oltre a essere responsabile del teatro – era anche il suo unico collega e superiore, si sentì tenuta a informarlo. Si fermò un momento di fronte alla porta del suo ufficio.

«Ci dev’essere un problema con i cavi», gli raccontò di sfuggita, fingendo di essersene ricordata all’improvviso e per puro caso, passando lì davanti. «Può darsi che la radio sia stata collegata per sbaglio con gli altoparlanti.»

«Che io sappia non ci dovrebbero essere radio in teatro», replicò il direttore seduto alla scrivania, con il capo flesso obliquamente, in direzione dell’impiegata. «E poi che strano! Io non ho mai sentito nessuna radio suonare! Certo non sono dotato di un udito particolarmente fine, però…»

«Be’, in effetti nemmeno io posso mettere la mano sul fuoco che si tratti di una radio», esclamò Ayami virando bruscamente sulla difensiva ma, visto che ormai aveva avviato il discorso, continuò.

«È soltanto una mia congettura. A ogni modo dal palco si sentono dei suoni… o meglio, quando tutto è completamente avvolto dal silenzio, ho come l’impressione di sentire dei suoni.»

«Ma insomma potresti spiegarmi meglio di che suoni si tratta?»

«Sembra di sentire qualcuno che legge lentamente un libro, che mormora da lontano, sì, insomma, parrebbe una specie di monologo… cioè, per essere più precisi, si tratta di un suono senza inflessioni, simile a quei comunicati meteo che informano i naviganti delle condizioni del mare… ha presente? Scanditi bene, in modo che i pescatori possano prendere appunti. Vento da sud est e mare forza 4, vento da sud ovest, nuvole, un arcobaleno a sud, scrosci di pioggia, grandine, vento da nord est, 2, 35, 7, 81… una litania sommessa e ininterrotta.»

«Quindi, ricapitolando, di solito lo senti di sera, quando spegni tutte le apparecchiature alla fine dello spettacolo?»

«Proprio così.»

«Ma allora non può darsi che sia un’ombra sonora rimasta in circolazione?»

«E cosa sarebbe un’ombra sonora?»

«È come una voce sconosciuta.»

Ayami scrutò il volto del direttore, ma non riuscì a stabilire se fosse serio o stesse scherzando. Mentre faticava a replicare, consapevole della sua totale ignoranza in materia di apparecchiature audio, il direttore riprese il discorso.

«Dopodomani, quando verrà il tecnico, gli chiederò di buttarci un occhio.»

«D’accordo, ma io…»

«Cosa?»

«In realtà… se gliene ho parlato è solo perché pensavo che fosse mio dovere farlo… insomma, volevo giusto metterla al corrente…»

«E quindi?»

«Cioè, non so nemmeno se si tratti davvero di una radio o, come dice lei, di un’ombra sonora… e poi, tutto sommato, si sente appena. Ammesso pure che scatti proprio durante uno spettacolo, vedrà che il suono sarà ammortizzato dagli effetti speciali e probabilmente il pubblico non se ne accorgerà nemmeno.»

Per un attimo le labbra del direttore furono attraversate da un fugace sorriso che scomparve subito. Forse si trattava solo di un leggero spasmo muscolare.

«Dunque stai cercando di dirmi che, alla fine dei conti, questo non meglio identificato “suono di radio” non ti crea alcun fastidio?»

Ayami annuì e, nell’attimo stesso in cui terminò la risposta, prima ancora che il direttore potesse aggiungere altro, girò i tacchi e si avviò, a passo svelto, verso la sua postazione nella biblioteca.

Scomparvero fuori dalla porta prima ancora della loro ombra. Nel tardo pomeriggio, il sole si era chinato in fondo alla volta celeste e i suoi ultimi raggi, di un incombente bagliore arancione, penetravano orizzontalmente negli edifici: con le luci ancora spente, le abitazioni erano per metà mondi avvolti dall’oscurità. Gli spettatori di quel giorno erano cinque allampanati studenti delle superiori insieme a un tipo, forse il loro insegnante, che si era preso la briga di accompagnarli. Infine c’era una bimba affetta da una grave menomazione della vista, i cui occhi erano ridotti a strette fessure, appena visibili. Prima ancora che lo spettacolo finisse, gli studenti si erano già rimessi in piedi e scalpitavano per andare via. Chiacchierando sguaiatamente, spinsero la porta di vetro e uscirono come in fuga. La porta si richiuse di scatto, quasi tranciando le ombre alle loro spalle: recise dai loro corpi sembravano come fantasmi.

La bimba non vedente fu l’ultima a lasciare il teatro. Quando salutò per andare via, accarezzò il dorso della mano di Ayami, lasciando scivolare le dita finché con il medio andò a pigiare leggermente un punto esatto del polso, quasi come se volesse misurarle il battito. In quel momento Ayami pensò che fosse un modo tutto suo per rivolgerle un invito. Era vestita in modo insolito, con addosso soltanto un abito tradizionale bianco, d’un cotone grezzo, senza alcun orpello e che emanava un intenso odore di amido. I suoi folti e neri capelli erano raccolti dietro la testa e sotto i lembi della gonna spuntavano le dita dei piedi infilati in dozzinali sandali di canapa intrecciata.

Ayami non era stata l’unica ex attrice a ricoprire quel ruolo di impiegata tuttofare, segretaria e addetta al botteghino presso il teatro sonoro della fondazione. In passato altre che lavoravano nel mondo del teatro (in genere attrici come lei) avevano occupato quell’unica posizione impiegatizia aperta a donne. Quando era andata bene, erano rimaste in servizio tre mesi; quando era andata male, non più di tre ore. Nessuna era riuscita a tenersi quel posto per oltre due anni come Ayami. A essere sinceri, si trattava di un lavoro di una noia mortale, soprattutto per giovani donne che avevano calcato il palco. Dovevano avere sempre a che fare con pochi spettatori, che erano quasi sempre non vedenti accompagnati da studenti delle superiori o, in alternativa, da universitari. Le ragazze che l’avevano preceduta, avevano sistematicamente lasciato quel lavoro prima del dovuto per la sua intrinseca caratteristica di garantire statisticamente zero possibilità di incontrare un uomo. E per “uomo” non si intende che sia tale in termini anagrafici, ma qualcuno compatibile con donne...



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