E-Book, Italienisch, 252 Seiten
Reihe: saggi | terra
Sueur Storia naturale del silenzio
1. Auflage 2024
ISBN: 979-12-5480-142-0
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 252 Seiten
Reihe: saggi | terra
ISBN: 979-12-5480-142-0
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
La 'storia naturale del silenzio' raccontata da Jérôme Sueur è multiforme, articolata e segreta come il silenzio stesso. Viviamo immersi nella sonosfera, un paesaggio acustico di straordinaria varietà che include tutti i suoni terrestri, che siano immediatamente percepibili dal nostro orecchio umano o decrittabili solo con strumentazioni scientifiche: dai suoni 'biotici' di origine animale e vegetale al concerto 'geofonico' degli elementi naturali - onde marine, vento, effusioni magmatiche, vibrazioni telluriche. E a un certo punto della storia evolutiva del pianeta, si è aggiunta l'antropofonia: l'insieme di suoni prodotti dalla nostra specie in modo sempre più intrusivo, con la tecnofonia divenuta uno dei 'flagelli dell'Antropocene'. In tutto questo, cos'è il silenzio, che forme assume, come e dove trovarlo? Qui il racconto si fa ancora più appassionante e, tracciando le frontiere sottili tra suoni e pause nel mondo animale, Sueur disegna la morfologia del silenzio naturale: assoluto (e, in realtà, impossibile), fisiologico, di morte o di sopravvivenza, amoroso-riproduttivo, di disciplina, di battaglia, di gruppo, di vuoto. Dall'universo sonoro delle barriere coralline ai canti delle balene, il silenzio è un'interpunzione necessaria del suono, come nel linguaggio musicale. In compagnia di Whitman, Thoreau, Cage e Beatles, oltre che di tutti gli scienziati che hanno decifrato questa storia nascosta, Sueur ci invita a scoprire le 'firme acustiche dei paesaggi', ad ascoltare i silenzi e, di tanto in tanto, a entrare noi stessi in uno stato di silenzio, per 'tentare di ribilanciare l'equilibrio sonoro del mondo'.
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2. L’essenza del suono
In poche impronte di ciaspola avevo percepito lo spessore del silenzio di un paesaggio di montagna imprigionato nella neve. Era dunque quello, il silenzio? Un istante di solitudine e di riposo in una natura rivestita di ghiaccio e freddo? Il silenzio sarebbe una quiete acustica dove fluttua ancora solo qualche fiocco sonoro – un fruscio di piume, lo sfaldamento di una neve maldestra? Il silenzio sarebbe un’assenza di suoni e, quindi, una mancanza di informazioni provenienti dall’ambiente?
Ma come si riesce a circoscrivere un’assenza, una forma di vuoto? Per conoscere il silenzio, bisogna inevitabilmente avere cognizione del suono. Che creatura è il suono? Che cos’è quell’animale guizzante ma senza corpo che si insinua in continuazione, perfino quando dormiamo, nelle circonvoluzioni del nostro orecchio esterno, che picchietta i nostri timpani, che scuote con gentilezza le staffe, i martelli e le incudini del nostro orecchio interno, che circola a spirale nelle nostre coclee, che viaggia lungo i nostri nervi come su un treno e che, alla fine, risveglia i neuroni dei nostri cervelli?
Secondo le leggi della fisica, il suono è una modifica della pressione o della densità di un gas, di un fluido o di un solido dovuta alla vibrazione endogena o esogena di un oggetto. Qualunque sia quell’oggetto, un pianoforte, un tostapane, un faggio rosso o una balenottera, il suono viaggia con l’aria, l’acqua, le materie vegetali e minerali. Senza il suo mezzo, il suono non è nulla. In realtà, il suono si confonde con l’ambiente di propagazione: è aria, acqua, piante o pietra ed è lì da quando esistono le materie terrestri gassose, liquide e solide. Se il suono si attenua con la distanza, rimbalza e si diffrange contro gli ostacoli, può anche passare da un ambiente all’altro, dall’aria all’acqua, dall’acqua a uno scoglio, da uno scoglio a una pianta e da una pianta all’aria. Non conosce frontiere, fuoriesce, si insinua, poi si disperde ovunque. Finché il suono è abbastanza forte e la materia si lascia deformare, qualunque percorso è possibile.
Oggi, mentre scrivo, tutto vibra intorno a me, a fior di pelle, la cinciarella sul bruno in giardino, la radio della cucina, il gatto della vicina. E tutto vibra anche lontano da me: nello stesso istante, il suono passa e ripassa nell’umidità delle foreste tropicali, nel freddo delle taighe, nell’aridità dei deserti; si immerge nell’acqua dei torrenti, dei laghi, dei fiumi, degli stagni, dei mari, degli oceani; attraversa i fiori, le spezie, le gemme, i frutti, le foglie, i tronchi e i rami; viaggia nella roccia dei suoli, nella sabbia delle spiagge, negli strati profondi della crosta terrestre.
Il suono è onnipresente all’esterno ma brontola anche all’interno: entra dalle orecchie e non ne esce, attraversa il corpo senza difficoltà, raggiunge gli organi, tocca i figli che portiamo in grembo. I nostri corpi sono essi stessi fonti sonore, pulsano continuamente di battiti cardiaci, bruxano nel sonno, scricchiolano per gli stiramenti articolari e gorgogliano di ribollii gastrici quando la fame ci attanaglia.
Ogni istante, sia di giorno che di notte, siamo dunque il bersaglio e l’origine di frecce sonore. Basta chiudere gli occhi, concentrarsi qualche secondo e analizzare la scena acustica che si svolge intorno a noi per renderci conto di questa onnipresenza sonora. Voci, musica, corpi, piante, venti, piogge, temporali, oggetti mandano e rimandano suoni che ci bombardano tutti, sempre, raramente in solitaria, spesso mescolati tra loro.
Il suono è un elemento essenziale delle nostre vite intrauterine ed extrauterine, della nostra sopravvivenza. Il suono attraverso la parola è la base fondamentale dei nostri legami famigliari e sociali e ci informa costantemente sullo stato e i cambiamenti dell’ambiente. Ossatura di un’immensa rete che connette e informa gli esseri viventi, il suono ci distrae, ci rilassa, ci allerta, ci stimola, a volte ci controlla o ci irrita. Il suono penetra dentro i nostri corpi nel bene e nel male.
Nell’aria il suono è un’alternanza, più o meno regolare, più o meno complessa, di compressioni e di dilatazioni longitudinali di particelle atmosferiche. Particelle che oscillano intorno alla loro posizione, non allontanandosi mai più di tanto, al massimo di qualche decina di nanometri. Da quel piccolo movimento particolare deriva un grande fenomeno: le nano-oscillazioni delle particelle si trasmettono così bene a quelle vicine che l’alternanza compressione-dilatazione riesce a propagarsi su lunghe distanze, a volte per chilometri. I movimenti delle particelle sono piccoli e deboli, ma l’onda sonora è grande e potente e le differenze di pressione che ne derivano possono cambiare tutto per noi. Che stranezza non poter vedere il suono, talvolta così intenso da risultare doloroso. Per farlo, dobbiamo servirci di sensori sensibili – microfoni, accelerometri, vibrometri laser – e di trasformate matematiche che traducono il suono in immagine.
La descrizione fisica di un’onda sonora si fa in base a quattro dimensioni principali: l’ampiezza, la durata, la frequenza e la fase. L’ampiezza rappresenta la forza, la pressione, l’energia, la potenza, l’intensità del suono. Tutti questi termini di fisica meccanica sono legati gli uni agli altri da variabili di accelerazione, massa, superficie, massa volumica, celerità, impedenza e tempo. Al di là delle matematiche sottostanti, peraltro relativamente semplici, è essenziale ricordare solamente che più grande è l’ampiezza di un suono, più quest’ultimo deforma il suo mezzo di trasporto. Il barrito dell’elefante africano sposta più particelle d’aria dei battiti d’ali di una zanzara che gli gira intorno alle orecchie.
La seconda dimensione, puramente temporale, è più facile da delineare. Un suono non è un evento infinito, ha un inizio e una fine, una durata. Se ogni suono porta con sé una storia fatta di eventi complessi di trasduzione, diffusione, dissipazione, propagazione, rifrazione, riflessione, diffrazione, il suono è essenzialmente un evento dell’istante ed è evanescente. Datare la nascita di un suono è abbastanza facile, è l’inizio della vibrazione, quando le particelle di un determinato ambiente passano da uno stato di riposo a uno di eccitazione. Un parto il più delle volte rapido, segnato da un chiaro aumento dell’ampiezza. In compenso, individuare la morte di un suono è più difficile. Il suono può infatti impiegare un po’ di tempo a spegnersi. Il tempo dell’agonia sonora dipende in primo luogo dalle proprietà fisiche di attutimento dell’oggetto emittente, in particolare dalla sua massa e dalla sua elasticità. Un oggetto risonante, come una campana, ci mette più tempo a smettere di tremare rispetto a un oggetto sottoposto a impulso, come nel caso di uno schiocco di dita. La durata di un suono dipende anche, e soprattutto, dalle proprietà fisiche intrinseche dell’ambiente, come la sua massa volumica e la sua impedenza, e dall’ingombro dello spazio materiale per la possibile presenza di altri oggetti che possono rimandare indietro il suono stesso, creando eco, o al contrario assorbirlo e fermarlo.
Impercettibile, discreta, nascosta dietro il grande paravento delle variazioni temporali e dell’ampiezza, la fase recita comunque un ruolo essenziale nella generazione, propagazione e ricezione sonora. La fase è una proprietà temporale un po’ più difficile da integrare perché si esprime in un’unità strana, il radiante, e con il p. Viene utilizzata per definire suoni periodici, vale a dire suoni con motivi temporali ripetuti, ciclici. La fase è un descrittore di posizione che segnala dove si trova l’onda nel ciclo sonoro, che è a forma di cerchio.
E infine arriviamo al criterio forse più conosciuto del suono: la frequenza, che corrisponde al numero di cicli percorsi da un’onda sonora in un secondo, numero espresso in hertz (Hz). Più il numero di cicli è alto, più il suono è acuto, e viceversa. I suoni che ci circondano sono raramente composti da una sola frequenza, ma sono veri e propri ventagli sonori che coprono un ampio spettro di frequenze, da quelle basse nell’ordine di qualche hertz a quelle molto acute, di diverse migliaia di hertz. I suoni non udibili dagli umani vengono definiti infrasuoni quando le frequenze sono inferiori ai 20 hertz e ultrasuoni quando superano i 20.000 hertz.
Dato che la metafora musicale è inevitabile non appena si parla del suono, è possibile vedere l’ampiezza come le sfumature dinamiche in musica, , la durata come il valore delle note, , e la frequenza come l’altezza delle note, . Solo la fase, eterna dimenticata, non sembra avere un equivalente nel sistema di notazione musicale occidentale, anche se è ben presente nella fabbricazione degli strumenti e in tutta l’ingegneria di registrazione e di riproduzione sonora.
Ampiezza, durata, frequenza e fase non sono proprietà indipendenti: l’ampiezza si misura su una finestra temporale predefinita, la frequenza è l’inverso di un periodo temporale, la durata è un tempo delimitato e la fase è una caratteristica sia di ampiezza che di...




