Talia | La stagione delle spie | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 233 Seiten

Reihe: Indi

Talia La stagione delle spie

Indagine sugli agenti russi in Italia
1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-3389-522-2
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Indagine sugli agenti russi in Italia

E-Book, Italienisch, 233 Seiten

Reihe: Indi

ISBN: 978-88-3389-522-2
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Il 30 marzo 2021, in un parcheggio alla periferia di Roma, i carabinieri del ros arrestano con l'accusa di spionaggio Walter Biot, capitano della Marina militare italiana, e Dmitrij Ostrouchov, ex funzionario dell'ambasciata russa e agente dei servizi segreti di Mosca. Il caso Biot non è un episodio isolato né una vicenda marginale, ma l'ultimo anello di una campagna molto più vasta: professori doppiogiochisti e ingegneri che trafficano in tecnologie militari, funzionari degli apparati portoghesi in cerca di vendetta e ufficiali dell'esercito francese in crisi d'identità, imprenditrici dalla tripla vita, milionari siberiani in fuga ed ex operativi del kgb mai davvero in pensione sono solo alcuni dei personaggi che la Russia ha manovrato negli ultimi anni, sfruttando l'Italia come porto franco e meta privilegiata per lo scambio di informazioni coperte da segreto di stato. Se le campagne di intelligence rappresentano il lato riservato della politica, La stagione delle spie illumina gli anni che precedono e accompagnano l'invasione dell'Ucraina e ci conduce da Lisbona a Parigi, da Helsinki a Washington, dentro le stanze delle agenzie di intelligence e nella psicologia degli agenti coinvolti, fino all'epicentro di tutto: l'ambasciata della Federazione Russa a Roma e i palazzi del potere romano, che per lungo tempo hanno intrattenuto con Mosca un rapporto complesso e carico di ambiguità. La stagione delle spie è un reportage costruito con fonti dirette, documenti riservati e incontri con i protagonisti, il racconto di una lunga operazione di spionaggio condotta attraverso furti di dossier, appuntamenti segreti e altre regole d'ingaggio classiche, che nell'era della sorveglianza elettronica e degli opinionisti da talk show sembravano dimenticate.

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PROLOGO


L’ambasciata della Federazione Russa in Italia si trova in una villa a tre piani in stile umbertino con tanto di porticato e pini marittimi, al numero 5 di via Gaeta, una strada defilata di Roma stretta tra il comando della compagnia Roma Centro dei carabinieri e la caserma Castro Pretorio, nel cuore di una zona dove si svolgono attività militari da circa duemila anni.

Se nel pomeriggio del 30 marzo 2021 tutto fosse andato secondo i piani, Dmitrij Ostrouchov – un funzionario con passaporto diplomatico che lavorava per il GRU, i servizi segreti militari russi – avrebbe dovuto fare ritorno all’ambasciata con una scheda di memoria marca Kingston modello HC da 32 gigabyte e trasmetterne il contenuto a Mosca attraverso un canale criptato.

La scheda di memoria, secondo l’accusa, costituisce il corpo del reato.

Quando quel pomeriggio i carabinieri del reparto Antiterrorismo del ROS, III sezione di Roma arrestano Ostrouchov in un parcheggio di periferia insieme al suo presunto complice, il capitano di fregata della Marina militare italiana Walter Biot, mettono immediatamente agli atti i dieci dossier nascosti nella scheda di memoria: tre cartelle della Nato classificate come «Confidenziale», cinque rapporti del ministero degli Affari Esteri italiano targati «Riservato», un documento in inglese denominato «Coalizione globale per la sconfitta dell’Isis», e infine un esteso dossier della Nato classificato come «Segreto», il pezzo più pregiato di una raccolta che già da sola avrebbe costituito una falla notevole nei sistemi di sicurezza delle agenzie d’intelligence occidentali.

La scheda di memoria viene catalogata e custodita in un deposito militare insieme ad altre tre prove: un telefono cellulare Samsung S9, una chiavetta usb di marca imprecisata, e cento banconote da cinquanta euro arrotolate all’interno di una scatola di medicinali che al momento dell’arresto Ostrouchov stava porgendo a Biot in cambio dei dossier.

La più grave crisi scoppiata tra Italia e Russia dalla fine della Seconda guerra mondiale inizia con un telefono, due schede dati e cinquemila euro, e raggiunge il culmine qualche giorno dopo, con due diplomatici russi espulsi dalla sera alla mattina e la ritorsione del Cremlino, che espelle un funzionario militare italiano dichiarandolo «persona non grata».

Fino a quel momento la prassi in tema di agenti stranieri individuati in Italia mentre compivano atti di spionaggio prevedeva quasi sempre il rimpatrio senza clamori nell’arco di quarantott’ore, ma in alcuni uffici del DIS, «Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza» – l’organo centrale dell’intelligence italiana – la collisione tra Roma e Mosca era attesa da tempo, perché il caso Ostrouchov-Biot è solo l’ultimo episodio di una stagione iniziata diverso tempo prima.

«Abbiamo stimato che negli ultimi anni gli agenti russi operativi in Italia fossero più di una sessantina: il doppio di quelli attivi alla fine della guerra fredda», dice il prefetto Adriano Soi, funzionario di lunga esperienza del DIS e professore di Strategia e Intelligence all’università Cesare Alfieri di Firenze.

È il pomeriggio di giovedì 17 febbraio 2022, in Europa la guerra è imminente, a Roma ha smesso di piovere da poco. I bronzi della fontana delle Naiadi di piazza Esedra appaiono spenti come il traffico intorno al bar dove siamo gli unici avventori, i camerieri in giacca rossa e farfallino nero raccolgono le ordinazioni in tono sommesso.

Seduto su una poltrona in vetroresina stile anni Sessanta, Soi beve un tè illustrando tecniche spionistiche russe che risalgono agli anni Sessanta. «La Russia impiega unità di hacker, strumenti di sorveglianza digitale e lancia operazioni di disinformazione online», dice, «ma per molti versi preferisce ancora condurre le attività d’intelligence con il metodo tradizionale: fonti da coltivare con ogni mezzo per ottenere informazioni riservate». Tra una settimana precisa, nella notte tra il 23 e il 24 febbraio, la Russia invaderà l’Ucraina con soldati di fanteria e colonne di mezzi corazzati, dimostrando che per il Cremlino – oltre allo spionaggio – anche la guerra è un affare tradizionale.

Lo scontro tra Mosca e Roma seguito al caso Biot, tuttavia, non si spiega solo con la massiccia presenza di agenti russi. Per capire come si arriva alle misure drastiche adottate dopo l’arresto del capitano è necessario ripercorrere una serie di casi di spionaggio classico, che si sono succeduti in un arco limitato di tempo, gli anni tra il 2016 e il 2021, e che messi in fila mostrano non solo l’intensità delle attività clandestine russe in Italia, ma anche la misura dell’ostilità di Mosca verso tutta l’Europa nel periodo precedente all’aggressione di Kiev.

Maggio 2016, cinque anni prima dell’arresto di Ostrouchov e Biot, sei anni prima dell’invasione: il capo degli analisti dell’intelligence portoghese Frederico Carvalhão Gil sale a bordo di un volo Lisbona-Roma, trascorre la notte in un albergo del centro e il giorno dopo si incontra in un bar di Trastevere con l’ex secondo segretario dell’ambasciata russa in Italia, Sergej Pozdnjakov. Carvalhão Gil non è un agente qualunque; detiene un nullaosta di accesso a dossier Nato di alto livello come quelli contenuti nella sacca che sta per consegnare a Pozdnjakov un istante prima dell’intervento degli agenti della Digos, che lo hanno seguito insieme a due colleghi della Polícia Judiciária di Lisbona.

Nell’agosto del 2019, due anni prima del caso Biot e tre anni prima dell’invasione, la campagna di Mosca in Italia si intensifica fino a coinvolgere direttamente Washington: il Dipartimento di Giustizia americano trasmette a Roma un mandato di cattura emesso dal Southern District dell’Ohio a carico del cittadino russo Aleksandr Koršunov e del cittadino italiano Maurizio Paolo Bianchi. Secondo l’Fbi, Bianchi – ex dirigente di una società italiana controllata da General Electric – ha sottratto i piani di tecnologie aeronautiche civili e militari sottoposte a segreto industriale per passarli a Koršunov. Bianchi si consegna di sua spontanea volontà, ma dopo l’intervento dell’ambasciata russa il ministero della Giustizia italiano rispedisce Koršunov in Russia perché «ricercato dalle autorità di Mosca per precedenti reati», tra la costernazione degli americani che lo avevano identificato come agente dell’SVR, l’agenzia di intelligence estera del Cremlino.

Nel marzo del 2020, nel pieno della pandemia di Covid-19, la missione di soccorso dei militari russi in Italia desta sospetti e allarmi, e pochi mesi dopo, ad agosto, si scopre che Mosca ha stabilito una triangolazione attraverso la Francia per colpire una delle principali installazioni Nato dell’Europa meridionale: all’aeroporto Charles de Gaulle gli agenti dei servizi segreti interni di Parigi arrestano «Marc L.», un tenente colonnello dell’esercito francese con esperienze in Kazakistan e Finlandia. Marc L. stava per rientrare in Italia, dove prestava servizio tra la base Nato di Lago Patria, a Napoli, e il collegio Nato di Roma; secondo le indagini di Italia e Francia avrebbe passato un numero imprecisato di dossier riservati a «Jurij», un operativo russo attivo in Italia.

Nel marzo del 2021, infine, il caso Biot dimostra come gli apparati russi siano arrivati a infiltrarsi direttamente nei corridoi dell’intelligence italiana, agganciando quello che Soi definisce «un funzionario di secondo piano all’interno di un ufficio ad alta importanza strategica».

Frederico Carvalhão Gil, Maurizio Paolo Bianchi, Marc L., Walter Biot e gli agenti russi che li avrebbero reclutati costituiscono i quattro vertici di un quadrato sommerso, una versione capovolta degli influencer pagati cinquemila euro a puntata per ripetere la versione di Mosca sulla guerra in Ucraina nelle ospitate televisive. Gil, Bianchi, Marc L. e Biot non sono opinionisti da talk show, non diffondono disinformazione sui social media; in almeno tre casi su quattro questa è gente in grado di schivare per anni i sospetti dei colleghi, fotografare dossier segreti e poi consegnarli nel posto stabilito all’ora concordata attraverso canali di comunicazione nascosti, dimostrando che perfino nell’era della sorveglianza elettronica una certa parte dello spionaggio si svolge sempre secondo le stesse regole: due persone, un appuntamento, uno scambio.

I quattro non sono mai stati in contatto, eppure tutti questi casi presentano diversi elementi ricorrenti – come tappe di un unico schema contraddistinto dallo stesso modus operandi – e il fattore comune più evidente sorge a meno di un chilometro da dove siamo seduti adesso: da Lisbona a Parigi, da Helsinki a Washington, passando per l’Ohio o per il Kazakistan, ogni filo riconduce inesorabilmente al numero 5 di via Gaeta, agli uffici dell’ambasciata della Federazione Russa in Italia.

Un’ambasciata è sempre un luogo singolare, sospeso tra le leggi del paese che lo ospita e gli interessi del paese di origine, e spesso chi ci lavora deve assumere comportamenti ambivalenti a seconda del contesto in cui si muove, ma se tra il 2016 e il 2021 fosse stato possibile passare ai raggi X la villa di via Gaeta mettendone a nudo muri, travi, archivi e uffici, oltre le sagome dei capitelli neoclassici e dei giardini, forse l’intera struttura sarebbe apparsa in tutta la sua essenza più cruda: una calamita per le spie alta tre piani, perché messa a confronto con quelle di altre capitali europee l’ambasciata russa a Roma spicca per iperattività.

Più o meno nello stesso periodo, infatti, mentre tra Berlino, Parigi e Londra si...



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