The Passenger - Berlino | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, Band 7, 282 Seiten

Reihe: The Passenger

The Passenger - Berlino


1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-7091-704-8
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, Band 7, 282 Seiten

Reihe: The Passenger

ISBN: 978-88-7091-704-8
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



«Berlino è troppo grande per Berlino» è il curioso titolo di un libro del flâneur Hanns Zischler che scherza sulla bassa densità abitativa di questa città policentrica così estesa: una delle ragioni per cui la sensazione che suscita è quella di libertà e «spazio». Ma «Berlino è troppo grande per Berlino» anche in senso più ampio: come convivere e tenere viva la fiamma di un mito così ingombrante come «Berlino, città di tendenza»? Per capirlo è necessario un viaggio alle sue origini, gli anni Novanta, quando il tempo sembrava essersi fermato: cicatrici della guerra ovunque, stufe a carbone, palazzi fatiscenti, minimarket spartani, mai una casa che avesse l'ascensore e un citofono funzionante. Visitarla era un'esperienza allucinogena, un viaggio nel passato e nel futuro allo stesso tempo, quando una gioventù curiosa sembrava aver fatto proprio - ribaltandolo in positivo - il famoso aforisma di inizio Novecento di Karl Scheffler: «Berlino è condannata per sempre a diventare e mai a essere.» La ricerca della rovina abbandonata, la caccia al cimelio del mercatino, le feste illegali negli scantinati oggi non ci sono più. Quell'epoca di archeologia urbana è finita per sempre: quasi tutti i palazzi sono stati ristrutturati, le case occupate sgomberate e i negozi con il tipico arredamento Ddr hanno chiuso. Senza più ferite del passato il corpo della città è forse meno drammatico ma di certo è più forte, sano. Anche gli abitanti hanno perso qualcosa di quello struggimento, di quella vena romantica e autodistruttiva, e oggi c'è perfino chi viene a Berlino per lavorare e non solo per «creare» o semplicemente oziare. Ma Berlino rimane una città giovane, che non si attacca morbosamente a un passato «povero e sexy» e i cui unici feticci intoccabili sono una multiculturalità che non accetta compromessi e un futuro che è sempre tutto da scrivere. Anzi, per citare uno che la conosce bene, Berlino è e sempre sarà «potenziale puro».

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Il cantiere show di Potsdamer Platz


Due case isolate in mezzo a un deserto, delimitato dalla striscia della morte e dal filo spinato, nel pieno centro città: per decenni la famosa Potsdamer Platz era scomparsa. Ma nel 1989, poco prima della caduta del Muro, il capo della Daimler con un gesto profetico compra un’area di 61mila metri quadrati, dopodiché niente sarà più come prima.

PETER SCHNEIDER
Traduzione di Eleonora Di Blasio e David Albamonte

PETER SCHNEIDER — Scrittore e giornalista, leader del Sessantotto tedesco. L’impegno politico è al centro dei suoi primi scritti: Lenz (Feltrinelli, 1973), romanzo di culto per la sinistra di quegli anni, racconta rivolte, utopie e fallimenti dei movimenti studenteschi e operai. L’attualità tedesca, e in particolare quella berlinese, la caduta del Muro e la riunificazione della Germania diventano in seguito i temi delle sue opere, tra cui Il saltatore del muro (SugarCo, 1991) e Accoppiamenti (Garzanti, 1994). Schneider è stato ospite dell’Accademia di Villa Massimo a Roma e visiting professor presso le università americane di Harvard, Stanford e Princeton. Il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia si intitola Gli amici di mia madre (L’Orma, 2015).

Potsdamer Platz è stato il cantiere più discusso degli anni Novanta.

La piazza, considerata negli anni Venti la più trafficata d’Europa, durante il periodo della Guerra fredda si era trasformata nella più grande area abbandonata all’interno della città. Gli unici edifici sopravvissuti alla meno peggio ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale erano stati demoliti negli anni successivi. Sulla linea di asfalto che dall’agosto del 1948 aveva segnato il confine tra i tre settori occidentali e quello sovietico, il 13 agosto 1961 venne eretto il Muro. Con il pretesto di dover proteggere il confine occidentale da una presunta e imminente invasione delle «forze imperialiste», le autorità della Ddr buttarono giù quasi tutti i fabbricati rimasti nel loro territorio.

Così Potsdamer Platz era diventata una sorta di cimitero di edifici senza lapidi. Ormai solo nelle menti dei berlinesi più anziani comparivano ancora i fantasmi dei palazzi di un tempo.

Fino all’inizio degli anni Novanta, la piazza fu dominata dalla costruzione che aveva preso il posto degli edifici scomparsi: il Muro di Berlino. Nella parte occidentale di questo deserto cittadino, largo quasi 500 metri, era stato eretto un piedistallo sul quale si susseguivano chioschi e bancarelle di souvenir, e da cui gli spettatori potevano osservare il Muro. Guardavano dritto nei binocoli delle guardie di frontiera armate che dalle loro postazioni guardavano dritto nei binocoli dei turisti.

Solo una casa era sopravvissuta alla demolizione: l’enoteca Weinhaus Huth. Era stata costruita all’inizio del Ventesimo secolo dal vinaio Willy Huth su un terreno acquistato da suo nonno. Per sostenere il peso del deposito di bottiglie, Willy Huth aveva fatto costruire un edificio di cinque piani con una struttura in acciaio per quei tempi innovativa. Grazie alle cure rivolte alla cantina – oltre che per pura fortuna – la casa sopravvisse abbastanza bene ai bombardamenti e all’artiglieria della Seconda guerra mondiale.

Per decenni la Weinhaus Huth – insieme ai resti dell’Hotel Esplanade bombardato – se ne stette lì come un masso erratico di epoca preistorica nell’altrimenti deserta Potsdamer Platz.

Ogni volta che andando in macchina da Charlottenburg a Kreuzberg vedevo l’edificio, non riuscivo a credere ai miei occhi. Immagini del genere di solito si vedevano solo nei western dell’Arizona: una casa sperduta nel bel mezzo di un deserto che si manifestava come un miraggio davanti al cavaliere assetato dopo una lunga cavalcata. Solo che la casa sperduta si trovava in pieno centro, in una grande città. Era la stella fissa in un luogo deserto, un punto d’orientamento folle. Chi viveva dietro quelle finestre illuminate, chi manteneva quella posizione fuori mano nel vecchio centro, che dopo la costruzione del Muro era diventato la fine del mondo occidentale? Dai libri e dagli articoli sull’enoteca, risulta che in quella casa Willy Huth gestì un birrificio per molti anni dopo la costruzione del Muro. Non volle vendere l’eredità di famiglia, le travi in acciaio ormai arrugginite e le cantine in rovina. A volte lo si vedeva sul tetto della casa. Osservava la piazza vuota, in cui un tempo il primo semaforo del mondo aveva regolato il traffico. Willy Huth se ne andò poco dopo la festa per il suo novantesimo compleanno.

«A volte lo si vedeva sul tetto della casa. Osservava quella piazza vuota, in cui un tempo il primo semaforo del mondo aveva regolato il traffico.»

Le autorità di Berlino Ovest non sapevano che farsene della casa. Nel 1967 la vedova di Willy Huth l’aveva venduta insieme al terreno nel quartiere di Tiergarten a un prezzo irrisorio. L’amministrazione socialdemocratica decise di farne un alloggio popolare. Tuttavia, invece delle famiglie con molti figli che si auguravano i politici comunali, andarono ad abitarci soprattutto personaggi sopra le righe, cani sciolti, pittori e vagabondi, che amavano le condizioni di vita estreme. E poi cosa avrebbero dovuto farci le famiglie numerose di una casa che si trovava su un terreno non edificato e diviso da un muro? Nelle vicinanze non c’erano né panetterie né negozi, non c’erano scuole né asili nido; per arrivare alla fermata dell’autobus più vicina bisognava camminare dieci minuti.

L’unico rumore, simile a un terremoto, che si sentiva ogni paio di minuti, era il tuonare delle metropolitane che sfrecciavano sotto terra attraverso la stazione fantasma murata di Potsdamer Platz. Nel novembre del 1979 l’ufficio comunale di Tiergarten classificò la casa come monumento storico definendola «una delle ultime testimonianze di edificio commerciale moderno dell’impero tedesco». E negli anni Ottanta, un paio di volte all’anno, gli inquilini venivano «disturbati» da nuove scene e rumori: Potsdamer Platz diventò il luogo d’elezione per visite di stato e apparizioni di politici e presidenti occidentali, spettacoli che gli abitanti dell’edificio si godevano dai balconi e dietro le finestre aperte, il loro palco privato.

La scrittrice Inka Bach crebbe a Berlino Est e nel 1972 fuggì dalla Ddr insieme alla sua famiglia. Nell’estate del 1989, dopo lunghi soggiorni a New York e Parigi, si trasferì col figlio appena nato nella casa Huth.

L’appartamento – un atelier di 240 metri quadrati con una piccola camera da letto – non era il luogo ideale per una giovane famiglia, che presto si allargò con la nascita della secondogenita. Davanti a casa c’era molto spazio per giocare, ma non c’erano bambini. Certo, Inka viveva nel vecchio centro dell’ex capitale di Berlino e godeva di una «vista che non le poteva essere tolta», o per lo meno così sembrava in un primo momento.

La strana posizione offriva anche vantaggi unici. Inka non aveva mai problemi a parcheggiare il suo minibus direttamente davanti a casa: nella zona intorno al Weinhaus Huth nessuno dava multe. L’affitto mensile di 2,50 marchi per metro quadro era eccezionale. È vero che doveva prendere la macchina anche solo per andare a comprare il latte o una matita, ma la Philharmonie, il Gropius Bau, la Biblioteca di stato e la Neue Nationalgalerie erano facilmente raggiungibili a piedi.

Neanche i vicini erano l’ideale per una giovane famiglia. Alla porta accanto viveva un dermatologo gay di Monaco di Baviera che aveva un debole per le antiche maniglie berlinesi di ottone. Un giorno lo trovarono morto nel suo appartamento. Si era sparato. In casa c’erano – oltre a un mucchio di maniglie – innumerevoli emblemi e cimeli nazisti, una collezione che sembrava avere poco o nulla a che fare con le simpatie politiche dell’uomo con disturbi mentali.

IL MERCATO POLACCO

Tra la fine del 1988 e il 1989, durante i fine settimana Berlino Ovest diventa una destinazione di massa per i mercanti polacchi che approfittano della libertà di viaggiare concessa dal governo comunista nel 1988. La Polonia, come tutti i paesi nell’orbita sovietica, vive una crisi economica che si aggraverà ancor di più negli anni successivi, così molti si mettono in viaggio verso Berlino Ovest per vendere i loro prodotti, anche se spesso non si tratta di commercianti di professione ma di semplici cittadini, tra cui molti pensionati, che si improvvisano tali per arrotondare. Potsdamer Platz, una distesa enorme e deserta, è il luogo ideale per questo mercato delle pulci dal sapore orientale dove i polacchi vendono merce di ogni genere: animali in gabbia, formaggi, salsicce e soprattutto alcol e sigarette, il tutto su un semplice telo steso a terra. I prezzi vantaggiosi attirano orde di visitatori, e nel 1989 il mercato illegale cresce di settimana in settimana finendo nel mirino dell’opinione pubblica che ne chiede la chiusura a causa della sporcizia, della confusione e di presunti traffici loschi, compresa la prostituzione che si diffonde nelle vicinanze. Molti berlinesi tuttavia beneficiano di questo viavai, i polacchi infatti non di rado spendono il loro gruzzolo racimolato direttamente a Berlino Ovest, acquistando elettronica di consumo. Più volte chiuso e vietato, il mercato polacco continua a cambiare sede e a far discutere, finché gli eventi dell’autunno 1989 non lo oscurano. Oggi a Berlino vivono più di centomila cittadini di origini polacche, che costituiscono la seconda comunità di stranieri dopo quella turca.

Al quinto piano abitava un’attrice originaria della Ddr – e di cui si diceva...



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