E-Book, Italienisch, Band 28, 299 Seiten
Reihe: The Passenger
The Passenger - Corea del Sud
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-7091-810-6
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 28, 299 Seiten
Reihe: The Passenger
ISBN: 978-88-7091-810-6
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Mai nella sua storia la Corea del Sud ha avuto tanto successo sulla scena mondiale, e mai dall'inizio dell'era democratica la sua società è stata così polarizzata. Il divario tra l'immagine patinata e innovativa che il paese dà di sé all'esterno grazie ai suoi prodotti più esportati, dai semiconduttori al k-pop, e quella che è la vita quotidiana per milioni di coreani assediati da pressioni familiari e sociali, aspettative collettive, standard estetici, affitti esorbitanti e lavori precari, sembra a tratti incolmabile. Così come appare inconciliabile la differenza con cui le due tribù politiche in cui si divide il paese interpretano la storia: da una parte la battaglia contro il comunismo, che è il credo dei conservatori pro americani, dall'altra la lotta contro la dittatura di cui sono eredi i democratici, aperti al dialogo con Pyongyang e ferocemente antigiapponesi. È anche la folle velocità con cui si è trasformato il paese, tra i più poveri al mondo settant'anni fa, a provocare fratture in una società etnicamente quasi omogenea, votata alla cultura del ppalli ppalli, «in fretta in fretta», ma lenta ad adattarsi a una tale «modernità compressa». Ne pagano il prezzo i giovani, soprattutto le donne: molte hanno deciso che non sono più tenute a comportarsi come vorrebbero i loro padri e mariti, esacerbando il problema forse più complesso che la Corea deve affrontare, il crollo del tasso di fertilità. L'incapacità del governo, nonostante innumerevoli tentativi, di invertire questa tendenza intacca la dimensione quasi epica che lo stato coreano assume in certe narrazioni, di demiurgo che crea la nazione con i suoi piani quinquennali e la sacra alleanza con i chaebol a trasformare quei piani in prodotti esportabili sempre più sofisticati. Anche l'ondata di soft power coreano che ha travolto il mondo viene spesso raccontata attraverso le politiche commerciali di un governo lungimirante. Il rischio è di dimenticarsi del fattore più importante della trasformazione della Corea del Sud, e cioè il lavoro, il sacrificio, la creatività, la capacità di innovare e la volontà di una popolazione orgogliosa, mai soddisfatta, mai appagata, sempre pronta a scendere in piazza per cambiare le cose - governi, sistemi economici, discriminazioni - e dare al paese una direzione nuova.
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Perché le donne sudcoreane non fanno figli
ANNA LOUIE SUSSMAN
Più che l’etnia, l’età o la condizione economica e sociale, il genere rappresenta ormai la frattura più profonda del paese.
ANNA LOUIE SUSSMAN — Giornalista newyorkese specializzata in tematiche economiche e storie di genere. Ha collaborato con le principali testate americane vincendo numerosi premi per le sue inchieste sui diritti umani e in particolare delle donne. Sta lavorando a un libro sull’argomento a cui è dedicato l’articolo che pubblichiamo: .
I giorni in cui si sente più generosa verso gli uomini – diciamo, per esempio, quando vede un bell’uomo per la strada – certe volte Helena Lee riesce a mettere da parte il disgusto e ad apprezzarli, a patto che siano una «gioia per gli occhi». Di più non riesce: «Non voglio sapere cosa pensano.» In genere con gli uomini non vuole avere niente a che fare.
«Cerco di fidarmi di loro e di non avere quell’atteggiamento da “a morte i maschi”» dice. «Ma mi dispiace ammettere che tendo un po’ da quella parte – cioè a un certo estremismo.»
Mi racconta che suo padre era violento e se n’è andato quando lei aveva sei anni; da allora vive con sua madre e sua nonna, un mini matriarcato che le sta benissimo. Porta i capelli tagliati a caschetto e il giorno in cui ci siamo incontrate aveva una camicia button down di denim nero e un trench beige. All’università i compagni maschi le dicevano che sarebbe stata più carina se non si fosse «vestita da lesbica». La cosa peggiore, mi ha raccontato, è che si sono stupiti quando si è offesa – erano convinti di averle rivolto un complimento. Lee ha 24 anni, studia per il concorso per diventare impiegata statale e le piace leggere Andrea Dworkin, Carl Sagan e ogni tanto qualche romanzo rosa, che considera fantasia pura.
Lee fa parte di un movimento coreano di protesta composto da donne che scelgono di restare single. Questo movimento – che conta decine di migliaia di seguaci, anche se è impossibile conoscerne il numero esatto – si chiama «4B» o «i 4 no». Chi ne fa parte rifiuta di uscire con gli uomini, di farci sesso, di sposarsi e avere figli. (La B si riferisce al prefisso coreano che significa «no»).
Queste donne rappresentano la frangia estrema di un trend molto più diffuso di rinuncia al matrimonio. Secondo una ricerca, in Corea del Sud più di un terzo degli uomini e un quarto delle donne tra i 35 e i 40 anni non ha intenzione di sposarsi. Un numero ancora maggiore di donne non avrà mai figli. Nel 1960 le coreane ne avevano in media sei. Nel 2022 invece la coreana media può aspettarsi di mettere al mondo, nel corso della vita, solo 0,78 figli. A Seoul la media scende a 0,59. Se il calo persiste, in breve tempo nella capitale una donna su due non diventerà mai madre.
In molti paesi la popolazione sta invecchiando e, in certi casi, diminuendo. Nel 2023 la Cina ha registrato il primo calo nel numero di abitanti dagli anni Sessanta, quando il paese era in preda alla carestia. Il tasso di natalità americano è in calo dalla Grande recessione del 2007-2008 (anche se l’86 per cento delle donne americane ha almeno un figlio prima dei quarant’anni). Ma il tasso di natalità coreano è il più basso del mondo.
In Corea del Sud il legame tra matrimonio e figli è più stretto che in altre parti del mondo: qui nel 2020 solo il 2,5 per cento dei bambini è nato fuori dal vincolo matrimoniale, mentre l’Ocse segnala una media mondiale di più del quaranta per cento. Per quasi vent’anni il governo coreano ha cercato di incoraggiare matrimoni e nascite. Nel 2005 ha riconosciuto il basso tasso di natalità come questione di importanza nazionale e ha promulgato una legge quadro sulla «bassa natalità in una società che invecchia», che viene aggiornata ogni cinque anni.
Ha anche cercato di allungare il congedo di maternità, di offrire alle coppie bonus sempre più consistenti per avere figli e di sostenere la ricerca di abitazioni per i novelli sposi a Seoul. Il sindaco ha proposto di facilitare la procedura dei visti per favorire l’arrivo di tate straniere, meno costose, mentre alcune zone rurali aiutano economicamente gli scapoli che cercano moglie all’estero. Nel 2016 il governo ha pubblicato online una «mappa delle nascite» che illustrava quante donne in età fertile vivevano in ciascuna regione – goffo tentativo di incoraggiare città e paesi a produrre più bambini. Questa iniziativa ha scatenato una protesta femminista; le donne hanno manifestato con striscioni su cui avevano scritto «Il mio utero non è un bene dello stato» e «Macchina distributrice di bambini». La mappa è stata rimossa.
Nel frattempo il paese ha speso più di 150 miliardi di dollari nella speranza di aumentare le nascite. Nessuno di questi tentativi ha funzionato. In molte linee metropolitane coreane ci sono dei sedili rosa shocking riservati alle donne in gravidanza, ma quando sono stata a Seoul incinta di sei mesi mi affaticavo facilmente e di rado sono riuscita a trovare posto a sedere; i sedili erano sempre occupati da anziani che sonnecchiavano.
Ci sono molti motivi per cui in Corea del Sud le persone decidono di non avere figli. I giovani coreani sostengono che tra i problemi principali ci sono il costo degli affitti a Seoul e dintorni (nella capitale vive circa la metà dei 52 milioni di abitanti della Corea del Sud), le spese necessarie a crescere un figlio in una cultura accademica ipercompetitiva e gli estenuanti orari e condizioni di lavoro difficilmente compatibili con la vita familiare, soprattutto per le donne, da cui ci si aspetta ancora che si sobbarchino quasi tutti gli oneri dei lavori domestici e delle cure parentali. Ma queste spiegazioni non tengono conto di una dinamica più semplice: il deteriorarsi dei rapporti tra maschi e femmine – quella che i media coreani definiscono «guerra dei generi».
«Credo che il problema di fondo sia che molte ragazze hanno capito che non sono più tenute a comportarsi così» mi ha detto Lee. «Adesso possono dire di no.»
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Le ragioni del tasso di natalità in picchiata sono legate alla rapida trasformazione della società coreana. Dopo la Guerra di Corea, per trovare lavoro molte persone hanno lasciato i villaggi per lavorare in fabbriche urbane in cambio di stipendi bassissimi, all’interno di una trasformazione economica voluta dallo stato e denominata «il Miracolo sul fiume Han». Le iscrizioni alle scuole superiori e alle università sono schizzate alle stelle. Nel 1987 un movimento democratico ha causato la fine del regime militare e ha portato a nuove libertà. Dopo la crisi finanziaria del 1997, le aziende hanno intrapreso una ristrutturazione e nella cultura aziendale coreana – famosa perché in cambio della sicurezza del posto fisso pretende orari molto lunghi – è entrata anche la precarietà.
Ma in fatto di genere le regole si sono evolute più lentamente. Chang Kyung-sup, sociologo all’Università nazionale di Seoul, ha coniato l’espressione «modernità compressa» per descrivere la tipica combinazione coreana fra trasformazioni economiche rapidissime e la lenta e irregolare evoluzione di istituzioni sociali come la famiglia. In Corea del Sud sempre più donne hanno avuto accesso all’istruzione superiore e alla fine nel 2015 hanno sorpassato gli uomini (anche se il cambiamento non si riflette ancora nel numero totale di laureati, tuttora in maggioranza uomini). Ma nel momento del matrimonio o della maternità ci si aspetta ancora che le donne istruite rinuncino al mondo del lavoro. La famiglia è rimasta l’unità fondamentale della società, e le norme sociali, quelle antiche come quelle attuali, prevedono che le responsabilità familiari ricadano quasi completamente sulle donne. Le ambizioni femminili sono aumentate, ma in Corea del Sud l’idea di cosa significhi essere moglie e madre è rimasta la stessa. Di conseguenza, all’interno di entrambi i generi sono fioriti i risentimenti.
Una classe di bambini di un asilo a Gangnam, a Seoul.
In una giornata soleggiata di novembre in un caffè di Gangnam, il distretto più ricco di Seoul, ho incontrato Cho Young-min, 49 anni. Dopo più di vent’anni trascorsi a lavorare nel marketing, ora ha un’azienda specializzata nella creazione di giardini urbani. Secondo Cho la guerra tra i generi in parte è dovuta a una delusione delle aspettative, ma anche al fatto che, per la prima volta, oggi uomini e donne sono davvero in competizione nel mondo del lavoro.
In Corea del Sud il tasso di disoccupazione è relativamente basso, meno del quattro per cento, ma è decisamente più alto per i giovani tra i venti e i trent’anni. Il servizio militare obbligatorio – tecnicamente la Corea del Sud è ancora in guerra con la Corea del Nord – dà alle donne quello che molti uomini considerano un vantaggio sul mercato dell’impiego, cioè un distacco che va dai 18 mesi ai due anni. Le donne rispondono...




