The Passenger - Dubai ed Emirati Arabi Uniti | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, Band 33, 192 Seiten

Reihe: The Passenger

The Passenger - Dubai ed Emirati Arabi Uniti


33. Auflage 2025
ISBN: 978-88-7091-750-5
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, Band 33, 192 Seiten

Reihe: The Passenger

ISBN: 978-88-7091-750-5
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Anche i più prevenuti e scettici, quelli che non ci metterebbero mai piede, sono incuriositi dall'enigma di Dubai: la città dei superlativi, l'emblema di una cattedrale nel deserto. Com'è possibile che proprio questo suolo proibitivo, quello che poco più di mezzo secolo fa era un modesto villaggio di pescatori sotto protezione britannica, sia oggi sinonimo di lusso e tecnologia, vetrina di una nazione orgogliosa? Non è semplice fare ordine tra le diverse narrazioni in circolazione - quelle propagate dal governo emiratino attraverso sofisticate e milionarie operazioni per ripulire la propria immagine, quelle degli intellettuali locali abituati a esprimersi con cautela in un contesto di libertà di parola limitata, quelle degli osservatori stranieri, a volte troppo unilaterali nelle loro condanne. Come valutare i recenti progressi di un paese che, se da un lato non rispetta gli standard occidentali in termini di diritti umani, dall'altro su temi come l'emancipazione femminile o la libertà religiosa appare come il più tollerante non solo tra le monarchie del Golfo, ma forse nell'intero mondo arabo? Può una leadership autoritaria che non ammette critiche né elezioni, essere allo stesso tempo lungimirante, pragmatica e innovativa? Sono domande scomode, che si interrogano su un modello di progresso e un processo di riforme innegabili ma sempre calate dall'alto, per concessione dei sovrani in uno stato in cui più di tre quarti dei residenti ha solo il permesso temporaneo e non il diritto a vivervi, e spesso è ancora vittima di sfruttamento. Eppure, soprattutto per una fetta di umanità che va dai paesi arabi al Subcontinente indiano, e che sogna un riscatto personale, gli Emirati sono ormai un luogo della mente, un eldorado a cui aspirare. Questo paese sempre più aperto al mondo - campione della diversificazione economica, centro finanziario, commerciale, logistico, immobiliare e turistico internazionale - è ormai una potenza regionale con la quale fare i conti. Che ci piaccia o no.

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Mia madre ha due fratelli e due sorelle. Le loro traiettorie si sono separate a poco a poco a partire dagli anni Ottanta. Da Riad, dove sono nato, ognuno ha proseguito il percorso della diaspora che, partita da un remoto villaggio nubiano, nel Nord del Sudan, ha sparpagliato la famiglia per il mondo. Mia madre ha portato me e i miei fratelli a studiare in Egitto. Alcuni degli zii materni sono rimasti in Arabia Saudita, mentre altri sono andati a vivere in Germania. Qualcuno è tornato in Sudan. La prima a lasciare la casa di mio nonno è stata mia zia Iman, che si è sposata con suo cugino paterno e si è fatta una nuova vita con lui negli Emirati Arabi Uniti.

Forse il mio amore per gli atlanti geografici dipende proprio da questa famiglia così frammentata. È stata mia madre, che aveva un diploma in geografia, a trasmettermi quella passione. Mio padre, invece, non amava viaggiare, nemmeno quando si trattava di tornare al suo paese natale. Così, l’unico passaporto che ho avuto da bambino sono state le mappe che disegnavo, le riviste e le enciclopedie che leggevo, i documentari che guardavo per immaginarmi il mio paese d’origine, e per fantasticare di andare a trovare gli zii all’estero. Tutto è cambiato quando sono entrato all’università e sono diventato parte della vita artistica e culturale del Cairo. Ho cominciato a viaggiare da solo, con un passaporto vero. Dopo la laurea, sono riuscito ad andare a trovare tutti e quattro gli zii materni. Sono stato a Khartum, a Riad, a Francoforte. Ma l’unica città capace di trattenermi più a lungo è stata Dubai, dove ho iniziato una nuova carriera come autore televisivo. La prima idea di Dubai, d’altronde, me l’ero fatta proprio guardando la tv, io che di quella scatola magica sono sempre stato figlio.

UN’INFANZIA SOGNANTE

Non ricordo esattamente quando ho sentito nominare Dubai per la prima volta, ma so che la conoscevo fin dalla tenera età, per via delle lettere e le telefonate che ricevevamo da Iman e suo marito i giorni di festa. A volte passavano a trovarci a sorpresa, quando il marito della zia guidava da Dubai fino al porto di Gedda, sul Mar Rosso, dove prendevano il traghetto per il Sudan. Ogni tanto la zia ci mandava delle foto per farci vedere come vivevano: i mobili e lo stile di vita non erano diversi dai nostri in Arabia Saudita. Sembrava tutto familiare, laggiù. Più avanti, studiando, ho imparato che gli Emirati Arabi Uniti sono una «nazione sorella», e che fanno anche loro parte del Consiglio di cooperazione del Golfo. E soprattutto, ho scoperto che la capitale degli Emirati è Abu Dhabi, non Dubai.

Dubai in particolare, però, è rimasta una presenza costante. È stato soprattutto leggendo che mi sono formato un’immagine così rosea della città e del mondo che la circondava – quello che si è sempre chiamato «il mondo arabo». Più tardi avrei scoperto, mio malgrado, che di roseo, in quel mondo, c’era ben poco, ma quel pensiero è rimasto una fonte di orgoglio e ispirazione, mi ha fatto provare la gioia di una fantasia senza confini. Per un arabo della generazione dei millennial tutte queste emozioni erano condensate in un solo nome: .

Il 1979 aveva portato con sé cambiamenti epocali che avrebbero scosso il Medio Oriente e il mondo intero. La rivoluzione iraniana. Saddam Hussein che arriva al vertice del potere, in Iraq, e inizia la guerra con l’Iran subito dopo. Il trattato di pace israelo-egiziano, con la nuova neutralità dell’Egitto nel conflitto senza fine in Palestina. L’invasione sovietica dell’Afghanistan, l’inizio della fine per il blocco socialista. E naturalmente il sequestro della Grande moschea della Mecca, che indicava l’ascesa del «risveglio islamico» in Arabia Saudita e in tutta l’area sunnita. Nel 1979, però, che tra l’altro era stato dichiarato dall’Onu Anno internazionale del bambino, in mezzo a tutti quei rivolgimenti, a partire dalla capitale emiratina Abu Dhabi si è formata una bolla che brillava di tutti i colori dell’arcobaleno. Per quanto fragile, quella bolla ci ha protetti da tutti quei segni dell’apocalisse: la rivista per bambini .

era stata fondata da un gruppo variegato di illustratori e scrittori di talento di vari paesi arabi. A unirli era un attaccamento messianico a quel che restava dell’eredità del panarabismo, la fede in una sola nazione araba dall’Atlantico al Golfo Arabo ( Persico, beninteso!). Non solo per la mia generazione, ma anche per molti dei miei insegnanti, egiziani e sauditi nati negli anni Sessanta e Settanta, così come per i miei zii, la rivista è stata una delle fonti preferite di conoscenza in lingua araba. Il titolo scelto dall’editore Al-Ittihad (poi rinominato Abu Dhabi media network) per quella rivista per bambini così pionieristica era particolarmente calzante. Il nome «Majid» viene infatti da , «gloria», ma fa anche riferimento a un grande viaggiatore arabo, Ahmad ibn Majid (ca. 1432-1500), che era originario proprio di Jalfar – oggi Ras al-Khaimah, negli Emirati. In effetti, era proprio uno spazio in cui viaggiare non solo tra i vari paesi arabi, ma in tutto il mondo. I suoi fumetti hanno trasmesso a milioni di bambini arabofoni valori e idee, e in maniera subliminale gli slogan politici a sostegno delle cause arabe contemporanee, quella palestinese su tutte.

La prima volta che ho visto una ragazza dai tratti africani è stato leggendo le storie di Shamsa e Dana. Mi divertivano sempre le situazioni buffe in cui si cacciava Kaslan Jiddan («Pigrissimo»), con i suoi occhi assonnati. Ricordo in ultima pagina il fumetto americano (in Italia noto come , N.d.R.), che in arabo si chiamava («Banana»). Per quanta ansia e terrore ci mettessero i poliziotti, le avventure della squadra di investigazione del commissario Khalfan e dell’appuntato Fahman davano un’immagine rassicurante degli apparati di sicurezza, mostrandoceli come gli angeli custodi della società. E poi c’erano la posta dei lettori, i quiz di cultura generale e gli enigmi da risolvere, gli annunci per gli scambi di francobolli e monete. La mia passione più grande era trovare Fodooli («Curiosone»), il cui piccolo volto era nascosto tra tutti i fumetti della rivista. Anche dopo l’arrivo dei pc e di internet ho continuato a seguire tutte le uscite settimanali. Ricordo ancora quando aspettavo per minuti interi che si caricasse qualche pagina web, e intanto sfogliavo : un aiuto fondamentale per far fronte alla lentezza della rete che, a metà degli anni Novanta, era appena arrivata in Arabia Saudita.

Le strade di Deira, quartiere storico di Dubai.

UN MONDO FELICE

Nella prima metà degli anni Novanta, un’altra novità ha scosso il nostro ambiente conservatore saudita. Accanto alle due uniche reti tv terrestri sono comparse le parabole e i canali satellitari internazionali, facendoci uscire dall’isolamento mediatico. Da un giorno all’altro, abbiamo cominciato a seguire programmi e serie in diversi dialetti arabi, da quello dell’Oman a quello della Mauritania. Già allora le emittenti che trasmettevano dagli Emirati Arabi Uniti erano tra le più originali. Guardarle era un modo di conoscere gli Emirati come paese, ma anche di scoprire che i singoli emirati avevano i loro elementi distintivi, eppure convivevano senza conflitti. Era qualcosa di strano per un bambino che non aveva ancora idea di cosa fosse il federalismo, tanto meno in un sistema di governo ereditario con diverse famiglie al potere. L’emittente di Abu Dhabi, la capitale politica, era il più formale: un canale di informazione basato su una rete capillare di corrispondenti attiva anni prima dell’ascesa arrembante della qatariota Al Jazeera. La capitale commerciale era Dubai e il suo canale tv era dedicato perlopiù alla promozione del territorio e al turismo, ma mandava in onda anche i film e le serie di Hollywood più recenti, oltre a produrre molti sceneggiati originali in arabo. Sharjah tv, trasmessa dalla capitale culturale, era più conservatrice e riservata a programmi culturali e religiosi. Ajman tv, nota come Canale 4, trasmetteva soprattutto intrattenimento, commedie locali e telequiz per bambini.

Ho passato ore e ore a guardare la scatola magica della tv con i miei fratelli. Mi sono preso una cotta per Tayf al-Bayati, una presentatrice irachena della mia età. Conduceva («Ciao bambini») insieme a Taj al-Sir Mahmud, detto Tajtuj – il volto sudanese più noto delle televisioni del Golfo per tutti gli anni Novanta, che nonostante un corpo imponente ballava e si dimenava mentre scambiava battute e barzellette con i bambini del pubblico. Seguendo le varie stagioni del programma, ho scoperto i saldi del Dubai shopping festival e del Dubai summer surprises, oltre a interminabili pubblicità di centri commerciali e parchi di divertimento. Tutto questo ci ha convinti definitivamente che gli Emirati fossero senza dubbio un luogo felice. Nonostante i privilegi di cui godevo da bambino rispetto ai miei coetanei rimasti in patria in Sudan, lo stile di...



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