The Passenger - Giappone | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, Band 3, 278 Seiten

Reihe: The Passenger

The Passenger - Giappone


1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-7091-557-0
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, Band 3, 278 Seiten

Reihe: The Passenger

ISBN: 978-88-7091-557-0
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Più di altri paesi altrettanto ricchi e complessi, il Giappone ha la capacità di suscitare sorpresa. L'esasperazione delle vite dei moltissimi abitanti di un arcipelago così piccolo, il monolitismo delle strutture sociali, l'originalità dell'industria culturale, il gigantismo delle multinazionali tecnologiche, la resilienza delle sue tradizioni e la varietà delle sottoculture delle megalopoli post umane ci lasciano meravigliati o perturbati, e ci trasformano in piccoli etnologi che si grattano la testa perplessi. Perché sorprendersi allora se dalla notte dei tempi un'infinità di viaggiatori, entusiasti, reporter e scrittori ha versato fiumi di inchiostro su questo stesso incanto? Lo stupore non è forse uno dei combustibili della miglior letteratura? Le parole più o meno intraducibili un tempo snocciolate dal nerd di turno impallinato di Sol levante fanno oggi parte del nostro bagaglio culturale comune: otaku, kar?shi, sarar?man, shokunin, g?kon. Ciò nonostante, il Giappone è sempre un puzzle di cui riusciamo ad assemblare alcune tessere, ma il cui disegno complessivo rimane impenetrabile. Questo enigma lo ha reso un generatore senza fine di storie, racconti, riflessioni di cui nelle pagine che seguono si può leggere una raccolta necessariamente soggettiva, ma trasversale: dal culto degli antenati alla scena musicale di Tokyo, dall'alienazione urbana al cinema, dal sumo al maschilismo, per citarne alcuni. Il Giappone, come sospeso tra invecchiamento della popolazione e post modernità estrema, tra immobilismo e sperimentazione del futuro, è un osservatorio privilegiato per capire il mondo che è stato e quello che sarà. A patto che partiamo per questo viaggio senza la pretesa di risolvere il mistero, perché come ricorda Brian Phillips in «Vivere da giapponesi» (pagina 108): «Alcune storie giapponesi finiscono bruscamente. Altre non finiscono proprio, ma nel momento cruciale staccano sull'immagine di una farfalla, del vento o della luna.»

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Fantasmi dello tsunami


Lo tsunami del 2011 ha rinvigorito la vera religione del Giappone: il culto degli antenati. I superstiti segnalano ancora misteriose apparizioni e inquietanti possessioni. Uno scrittore inglese visita il reverendo Kaneda, che li assiste dal punto di vista spirituale ascoltando le loro storie e quelle delle anime in pena che si impossessano dei loro corpi.

RICHARD LLOYD PARRY

Traduzione di Silvia Rota Sperti

RICHARD LLOYD PARRY — Scrittore e giornalista, è il corrispondente estero del Times con base a Tokyo. È autore di saggi narrativi di grande successo sull’Indonesia (In the time of madness: Indonesia on the edge of chaos, Grove Press, 2007) e sul Giappone; People who eat darkness (Jonathan Cape, 2010) è il risultato di dieci anni di indagini sulla misteriosa scomparsa di una giovane inglese a Tokyo, mentre Ghosts of the tsunami (Jonathan Cape, 2017) è dedicato ai temi affrontati in questo articolo.

Qui, e alle pagine 18-19, muri di protezione antitsunami lungo la costa del Tohoku, prefettura di Miyagi. I muri di cemento, alti fino a 14 metri, in parte ancora in costruzione, al termine del progetto si estenderanno per circa 400 chilometri di costa.

Ho conosciuto un sacerdote, nel Giappone del Nord, che esorcizzava gli spiriti delle persone annegate nello tsunami. Il grosso degli spettri sarebbe comparso solo più tardi quell’anno, ma il reverendo Kaneda si ritrovò ad affrontare il primo caso di possessione meno di due settimane dopo il disastro. Era il sommo sacerdote di un tempio zen della città di Kurihara, nell’entroterra. Quello dell’11 marzo 2011 fu il terremoto più violento che lui, e tutti quelli che conosceva, avessero mai visto. Le grosse travi di legno del tempio si erano piegate e avevano scricchiolato per la tensione. Le linee elettriche, idriche e telefoniche erano rimaste interrotte per giorni. Senza elettricità gli abitanti di Kurihara, a una cinquantina di chilometri dalla costa, non sapevano bene cosa fosse successo, o di sicuro ne sapevano meno dei telespettatori all’altro capo del mondo. Ma fu tutto più chiaro quando prima una manciata, poi moltissime famiglie cominciarono a presentarsi al tempio di Kaneda con dei cadaveri da seppellire.

Erano morte quasi ventimila persone in un colpo solo. Kaneda celebrò duecento funerali in un mese. Ma più del numero dei morti, era lo spettacolo dei sopravvissuti a lasciare di stucco. «Non piangevano» mi raccontò Kaneda un anno dopo. «Era come se non provassero nessuna emozione. Il trauma era troppo profondo e la morte li aveva colti alla sprovvista. Afferravano i singoli aspetti della loro situazione – che avevano perso la casa, i mezzi di sostentamento, la famiglia. Vedevano i frammenti ma non riuscivano a cogliere il quadro d’insieme e non sapevano cosa dovevano fare, a volte nemmeno dove si trovavano. A essere sincero non riuscivo a parlare veramente con loro. Potevo solo stargli vicino, leggere i sutra e celebrare le funzioni. Tutto qua.»

In mezzo a tanto orrore e torpore, Kaneda ricevette una visita da un uomo che conosceva, un costruttore locale che chiamerò Ono Takeshi. Ono si vergognava di quello che era successo e non voleva che fosse reso noto il suo vero nome. «È una persona così ingenua» mi disse Kaneda. «Crede a tutto quel che gli dicono. Lei è inglese, vero? Ecco, sembra il vostro Mr. Bean.» Mi sembrò un paragone azzardato, perché Ono non aveva nulla di ridicolo. Era un tizio grande e grosso sulla quarantina, di quelli che sono più a loro agio in tuta da lavoro. Ma aveva un’aria ingenua e trasognata che rendeva la sua storia ancora più credibile.

Al momento del terremoto stava lavorando in un cantiere. Si era buttato per terra e ci era rimasto finché non era finito: tremava tutto così forte che perfino il suo camion sembrava sul punto di ribaltarsi. Tornare a casa lungo quelle strade senza semafori era stato inquietante, ma a quanto pare non c’erano stati grossi danni: alcuni pali del telefono inclinati, muretti di cinta crollati. Essendo proprietario di una piccola impresa edile, nessuno era più attrezzato di lui a gestire gli inconvenienti pratici causati da un terremoto. Ono passò i giorni seguenti a trafficare con fornellini da campeggio, generatori e taniche, senza prestare molta attenzione ai notiziari. Ma una volta che la tv riprese a funzionare, non poté far finta di niente. Guardò l’immagine ripetuta del pennacchio di fumo sopra il reattore nucleare e i filmati fatti coi cellulari dell’ondata nera che divorava porti, case, centri commerciali, automobili ed esseri umani. Erano luoghi che conosceva da sempre, villaggi di pescatori e spiagge appena al di là delle colline, a un’ora di macchina. E vedere tanta devastazione produsse in Ono una sensazione comune in quel periodo, anche tra quelli più colpiti dagli sfollamenti e dai lutti. Quello che era successo era innegabile – la distruzione di intere città e villaggi, i moltissimi morti – ma era anche impossibile. Impossibile e, di fatto, assurdo. Era insopportabile, straziante, incomprensibile. Ma anche, semplicemente, insensato.

«La mia vita era tornata alla normalità» mi disse. «Avevo benzina, avevo un generatore di corrente elettrica, nessuno dei miei conoscenti era morto o ferito. Non avevo visto lo tsunami con i miei occhi. Così mi sembrava di stare in una specie di sogno.»

Dieci giorni dopo il disastro, Ono, sua madre vedova e sua moglie si recarono oltre le colline per vedere cos’era successo. Partirono in mattinata, di buonumore, fermandosi a far compere lungo la strada e arrivando sulla costa verso l’ora di pranzo. Per buona parte del viaggio non notarono nulla di strano: risaie brune, paesini di legno e tegole, ponti sopra a fiumi larghi e placidi. Una volta saliti sulle colline cominciarono a incontrare sempre più mezzi di soccorso, non solo della polizia o dei pompieri, ma anche furgoni militari delle Forze di autodifesa giapponesi. A mano a mano che la strada scendeva verso la costa, il buonumore cominciò a svanire. All’improvviso, prima ancora di capire dove si trovavano, erano entrati nella zona dello tsunami.

Non ci fu nessun preavviso, nessun aumento graduale dei danni. L’ondata si era abbattuta con la massima potenza, fermandosi a un punto ben definito come una linea dell’alta marea. Sopra questa linea, tutto era come prima. Sotto, tutto era cambiato.

Le fotografie non rendevano l’idea. Nemmeno le immagini televisive riuscivano a trasmettere la gravità del disastro, il senso di devastazione che c’era in pianura, ovunque ti voltassi. Nel descrivere gli scenari di guerra si parla spesso di devastazione «totale». Ma perfino il bombardamento aereo più violento lascia intatte pareti e fondamenta di edifici carbonizzati, così come parchi, boschi, strade, binari, campi e cimiteri. Lo tsunami invece non risparmiò nulla, dando origine a scorci surreali che nessuna semplice esplosione potrebbe mai eguagliare. Sradicò interi boschi e disseminò alberi per chilometri e chilometri verso l’interno. Staccò l’asfalto dalle strade, scaraventandolo qua e là in nastri deformi. Estirpò le case dalle fondamenta e depositò auto, camion, barche e cadaveri sui tetti dei palazzi.

A questo punto del suo racconto, Ono faceva fatica a descrivere nei dettagli cos’aveva fatto o dov’era andato. «Ho visto le macerie, ho visto il mare» disse. «Ho visto i palazzi danneggiati dallo tsunami. Non erano solo le cose, ma l’atmosfera… Era un posto dove andavo così spesso. È stato uno choc vedere com’era ridotto. E tutta quella polizia e i soldati. È difficile da descrivere. Mi sentivo in pericolo. La prima sensazione è stata: è terribile. Poi ho pensato: “È tutto vero?”»

«La moglie e la madre gli raccontarono cos’era successo la notte prima. Ono si era messo a quattro zampe e aveva cominciato a leccare le stuoie tatami e il futon, contorcendosi come un animale.»

Quella sera Ono, la madre e la moglie cenarono insieme come al solito. Ono ricordava di aver bevuto due lattine di birra durante il pasto. Poi, di punto in bianco, si era messo a chiamare gli amici al cellulare. «Li chiamavo e dicevo: “Ehi, come va?”, cose così. Non che avessi molto da dire. Non so perché, ma cominciavo a sentirmi molto solo.»

La mattina dopo, al risveglio, sua moglie era già uscita. Ono non aveva lavori in programma quel giorno e rimase a casa a oziare. La madre entrava e usciva, ma sembrava stranamente seccata, perfino arrabbiata. Anche sua moglie, quando tornò dall’ufficio, era nervosa. «C’è qualcosa che non va?» chiese Ono.

«Voglio il divorzio!» rispose lei.

«Il divorzio? Ma perché? Perché?»

E così la moglie e la madre gli raccontarono cos’era successo la notte prima, dopo l’ansioso giro di telefonate. Ono si era messo a quattro zampe e aveva cominciato a leccare le stuoie tatami e il futon, contorcendosi come un animale. All’inizio le due donne avevano riso nervosamente di quella pagliacciata, ma si erano zittite quando lui aveva cominciato a ringhiare: «Dovete morire. Dovete morire. Dovete morire tutti. Dovete morire e andare all’inferno.» Davanti a casa c’era un campo incolto e Ono era corso fuori e si era messo a rotolare da una parte all’altra nel fango, come se fosse investito da un’onda, gridando: «Eccoli là! Son tutti là, guardate!» Poi si era alzato e si era addentrato nel campo, urlando: «Arrivo! Vengo da voi!» prima che sua moglie lo costringesse con la forza a rientrare in casa. I contorcimenti e le grida erano continuati per tutta la notte finché, verso le cinque di mattina, Ono aveva...



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