The passenger - India | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, Band 9, 292 Seiten

Reihe: The Passenger

The passenger - India


1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-7091-996-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, Band 9, 292 Seiten

Reihe: The Passenger

ISBN: 978-88-7091-996-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Fin dai suoi primissimi contatti con l'Occidente, l'India è stata oggetto di una grande mistificazione, giunta sorprendentemente intatta fino ai nostri giorni, associata a vaghe idee di pace, spiritualità e superpoteri da fachiri. Continuamente reinventata e venerata da élite occidentali in fuga da sedicenti società razionaliste, l'India continua ad affascinare per la sua storia millenaria, il suo pantheon di divinità a ogni angolo di strada, la sopravvivenza di culti e rituali arcaici e una varietà di lingue e culture senza eguali. Una narrazione che si intreccia con quella nuovissima che vede protagonisti il mutamento frenetico di una società in prima linea nell'innovazione digitale, la vivacità della «shining India» e il dinamismo di megalopoli dalla crescita economica travolgente. Storie di successo che a loro volta convivono con i drammi quotidiani di una larga fetta della popolazione senza accesso all'acqua potabile o senza un bagno in casa, di un'agricoltura (ancora la principale fonte di sostentamento per la maggior parte del miliardo e trecento milioni di persone che affollano il subcontinente) che dipende dal monsone, ed è minacciata dai cambiamenti climatici. L'epica del più grande esperimento democratico mai tentato che però non sa estirpare una delle forme di classismo/razzismo più infami: il sistema delle caste, oggi perfino esacerbato dal nazionalismo indù al potere che discrimina per legge i musulmani e riscrive i manuali di storia. Ciò nonostante, è difficile trovare un paese più dinamico e ottimista o, come scrive Arundhati Roy, «un popolo più irrimediabilmente disordinato», da millenni capace di opporsi e resistere «nei suoi modi diversi e disordinati». Un caos contraddittorio, terribile e gioioso, che si è cercato di restituire in queste pagine, dalla resistenza del popolo kashmiro a quella degli atei - odiati da tutte le comunità religiose - dalle danze degli hijra a Koovagam al successo della lottatrice Vinesh Phogat, simbolo di tutte le donne che provano a sottrarsi alle logiche opprimenti del sistema patriarcale: un paese tenace alle prese con un lungo cammino di emancipazione che tra mille difficoltà e qualche passo indietro sta tirando fuori dalla povertà i diseredati del pianeta.

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Una guardia riposa all’ombra al forte di Amber presso Jaipur, in Rajasthan, che mischia uno stile architettonico indù e influenze islamiche.

La sfida esistenziale dell’India


Il premier Narendra Modi insegue il sogno dei fondamentalisti di destra, sostituire l’India multiculturale e laica con una nazione in cui c’è posto solo per gli indù. La battaglia del grande economista indiano Prem Shankar Jha è quella di abbandonare questo lascito del fascismo novecentesco europeo e riscoprire la cultura indiana, inclusiva, del dharma che ha prodotto secoli di sincretismo religioso che i nazionalisti vorrebbero cancellare.

PREM SHANKAR JHA

Traduzione di Clara Nubile

PREM SHANKAR JHA — Economista, giornalista e scrittore. Dopo gli studi a Delhi e Oxford, negli anni Sessanta ha lavorato per le Nazioni unite a New York e Damasco prima di dedicarsi al giornalismo per i principali quotidiani indiani di lingua inglese – Hindustan Times, Times of India, Economic Times, Financial Express, e The Business Standard – e per i settimanali Outlook e Tehelka. Dal 1986 al 1990 è stato corrispondente dell’Economist. Ha svolto anche l’attività di docente e di ricercatore, oltre che collaboratore del primo ministro V.P. Singh nel 1990. Il suo ultimo libro tradotto in Italia è L’alba dell’era solare. La fine del riscaldamento globale e della paura (Neri Pozza, 2019).

Verso la fine del secolo scorso, più precisamente nell’aprile del 1994, durante la conferenza stampa alla Casa bianca – che seguì l’incontro privato tra il presidente Bill Clinton e il primo ministro indiano Narasimha Rao, in visita ufficiale negli Stati Uniti – il capo di stato americano elargì lodi a profusione all’India per aver realizzato quello che nessun altro paese moderno era riuscito a fare: creare uno stato nazionale utilizzando come strumento la democrazia, invece della guerra. Come sottolineò Clinton, era esattamente l’opposto di ciò che era accaduto in Europa nel secolo tumultuoso che aveva preceduto la firma della Pace di Vestfalia nel 1648, trattato che mise fine a vari conflitti che infiammavano il continente europeo, in particolare Spagna e Francia.

Prima della globalizzazione, l’archetipo dello stato-nazione europeo aveva sempre avuto frontiere rigide, una struttura politica unitaria e una popolazione culturalmente omogenea, con un’unica lingua nazionale. Quest’uniformità era stata imposta ai cittadini attraverso una combinazione di istruzione, assimilazione culturale e pulizia etnica.

È stato un processo violento: cominciò con la Guerra dei cent’anni, il conflitto più sanguinario e disastroso che l’Europa avesse mai vissuto, che vide i regni d’Inghilterra e di Francia schierati l’uno contro l’altro. La fase cruenta della storia europea raggiunse il culmine nel Ventesimo secolo, nel periodo che durò 31 anni e abbracciò le due guerre mondiali, la Rivoluzione russa, il genocidio degli armeni da parte della Turchia e l’Olocausto. In totale, l’«Età della catastrofe» ha mietuto più di cento milioni di vite.

Ma la percezione umana non ha afferrato così in fretta questa realtà e di conseguenza, persino dopo la Seconda guerra mondiale, lo stato-nazione europeo è rimasto l’unico modello di stato moderno accettato e praticabile. Nell’età della decolonizzazione che seguì, 131 nuovi paesi divennero membri delle Nazioni unite. Tutti, tranne qualcuno, nacquero come democrazie ma soltanto due, Costa Rica e India, riuscirono a mantenere e a stabilizzare le strutture democratiche.

Tuttavia, le similitudini tra i due paesi finiscono qui: la Costa Rica è uno stato unitario molto piccolo, con poco più di quattro milioni di abitanti. L’India, al contrario, è la seconda nazione più grande al mondo, con una popolazione che supera il miliardo e trecento milioni, con dodici gruppi etnonazionali principali e una miriade di gruppi più piccoli, gran parte dei quali hanno una lingua propria, una lunga storia come nazioni indipendenti, e identità culturali fortemente definite.

Sotto la guida perspicace del Mahatma Gandhi, il Partito del congresso riuscì a fonderli tutti in un’unica nazione. A differenza degli altri paesi emergenti, non si provò a creare una replica dello stato nazionale europeo, ma si celebrò la diversità dell’India e si utilizzò la democrazia e il federalismo per creare l’unità all’interno del paese. E così, dopo tre decenni di «aggiustamenti», emerse una «federazione di etnie» che la costituzione indiana descrive esplicitamente come un’«unione di stati», in cui a ciascun gruppo etnonazionale è garantita uguaglianza all’interno di una struttura definita dalla stessa costituzione indiana.

LA MINACCIA MORTALE PER L’INDIA

Questo risultato straordinario si trova sotto una minaccia mortale perché, con le elezioni per il parlamento nazionale che si sono tenute nel 2014, il potere è decisamente passato dal Congresso nelle mani del suo avversario principale, il Bjp – il Bharatiya janata party, il «partito del popolo indiano», nazionalista, conservatore e filoindù – che non considera la diversità etnica e religiosa dell’India la sua forza, bensì la sua debolezza e mira perciò a sostituirla con una hindu rashtra, una nazione indù, aggressiva e ultranazionalista unita dall’hindutva, ovvero l’essere indù; una definizione d’appartenenza che è sfociata nel fondamentalismo perché prevede un’identità culturale indù, alla quale i non indù possono essere ammessi, ma mai alla pari, né con gli stessi diritti.

A differenza dell’induismo, che non è tanto una religione quanto piuttosto una filosofia di vita che esiste da circa tremila anni, l’hindutva e l’hindu rashtra sono concetti artificiali, teorizzati meno di un secolo fa, nel 1923, da Vinayak Damodar Savarkar, un intellettuale del Maharashtra, convinto che la diversità etnica e religiosa dell’India rappresentasse il principale ostacolo alla creazione di un movimento rivoluzionario sufficientemente forte da scacciare gli inglesi dal subcontinente.

Nel suo celebre libro, Hindutva, Savarkar argomentò che l’induismo doveva sviluppare la stessa coesione che i musulmani di tutto il mondo avevano espresso per contrastare la Gran Bretagna quando questa decise di abolire il Califfato, che governava l’Impero ottomano da secoli. Ed è stata proprio la rapida diffusione del movimento del khilafat (opposizione) tra i musulmani indiani che ha dato concretamente forma al concetto di hindutva. Grazie all’unità che conferiva loro la religione, i musulmani erano stati capaci di coalizzarsi in fretta per difendere un’istituzione dalla parte opposta del mondo, che tra l’altro comprendevano appena. Gli indù, che non avevano una chiesa né un clero paragonabili a quelli dell’islam e del cristianesimo, non avevano la stessa capacità. Se volevano liberare la loro madrepatria dalla schiavitù, dovevano svilupparla.

Savarkar concluse che gli elementi fondamentali dell’hindutva erano: una nazione comune (rashtra), una razza comune (jati) e una cultura o una civiltà comuni (sanskriti). È evidente quanto il suo pensiero sia stato influenzato dal fascismo europeo, perché il suo slogan assomiglia tremendamente a quello del partito nazista tedesco: ein Volk, un solo popolo, ein Reich, una sola nazione, ein Führer, un unico capo. E così come gli ebrei non potevano far parte di questo Volk tedesco, allo stesso modo i musulmani e i cristiani non potevano appartenere al jati indù perché la loro sanskriti, la loro cultura, e i loro profeti si erano originati al di fuori della civiltà indù.

La globalizzazione economica ha reso obsoleto il modello europeo di stato-nazione, lo sforzo del Bjp e dell’Rss – il Rashtriya swayamsevak sangh, il «corpo nazionale dei volontari», un’organizzazione che rappresenta il braccio armato del Bjp e ne amplifica l’ideologia politica – di replicarlo in India è quindi giunto con un ritardo di cent’anni. Questi partiti possono solo sperare di trasformare l’India in una roccaforte di estrema destra ma, come ha dimostrato l’esperienza europea con il fascismo in Germania e la disintegrazione dell’Unione Sovietica, è un modello destinato a fallire perché può solo condurre a una guerra o a una ribellione feroce, seguita dalla disgregazione. O l’una o l’altra metteranno fine al grande esperimento di costruire un moderno stato nazionale attraverso la democrazia, quell’esperimento messo in atto da Gandhi e da Nehru, primo ministro indiano all’epoca, e dai loro colleghi del movimento per la libertà nel 1947.

«La filosofia guida che è alla base non soltanto dello stato indiano moderno, ma anche di tutti i maggiori imperi della storia indiana, non è il secolarismo, e non è nemmeno il pluralismo, bensì il sincretismo religioso.»

Evitare questo disastro incombente è un compito prometeico. Non è più possibile pensare di rovesciare il Bjp appellandosi alle tradizionali fedeltà alla casta o agli accordi politici. La sfida del Bjp è ideologica e la si può combattere soltanto mostrando la sua vacuità e la sua inerente distruttività, ricordando a tutti gli indiani dotati di vero equilibrio religioso e ideologico che sforzarsi incessantemente di creare armonia tra le religioni e le culture, invece di cercare il conflitto è tipico del sincretismo religioso.

Il Congresso si è sempre definito un partito laico, e questa caratteristica l’ha reso un facile bersaglio dei sostenitori dell’hindutva, perché essere laici comporta...



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