The passenger - Mediterraneo | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, Band 25, 291 Seiten

Reihe: The Passenger

The passenger - Mediterraneo


1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-7091-853-3
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, Band 25, 291 Seiten

Reihe: The Passenger

ISBN: 978-88-7091-853-3
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Dal latino «in mezzo alle terre», il Mediterraneo evoca classicità, contaminazioni e cieli azzurri sui quali proiettare un desiderio: quello di riuscire a catturare i tratti di un'identità comune. Se lo sguardo dello storico sembra smentire l'idea di mediterraneità - David Abulafia in questo volume lo definisce uno spazio frammentato, in cui anche nel passato l'incontro tra culture fu l'eccezione di alcune città cosmopolite e non la regola - sono le Muse a esserne attratte. La vena malinconica e riflessiva dei canti evocata dal musicista turco Zülfü Livaneli, la proverbiale convivialità e la celebrazione del tempo libero lodate da Matteo Nucci sono guardate con un misto di fascinazione e biasimo dai paesi a matrice protestante: la nobiltà del profilo greco dell'homo mediterraneus può diventare in un attimo caricatura sprezzante sinonimo di lassismo e arretratezza culturale. Comunque lo si voglia definire, il Mediterraneo appare in crisi: trascurato dall'Unione europea che guarda alle coste nordafricane e levantine solo come minaccia e risorsa energetica, è il crocevia di una delle più grandi migrazioni della storia. Mentre ogni anno centinaia di milioni di vacanzieri sciamano verso i suoi lidi, come in uno specchio deformante centinaia di migliaia di persone affrontano un drammatico viaggio contrario per fuggire a guerre, persecuzioni e povertà. La strada liquida, come la chiamava Omero, è sempre più militarizzata, trafficata e inquinata, oltre che surriscaldata e sovrapescata. Visto dalle coste nordafricane, più che un Mare nostrum sembra un muro che divide il mondo arabo da quello europeo, fonte di divisione e non incrocio di culture. Sarebbe più saggio decantarne la varietà più che ricercarne una fuggevole identità comune, ma forse la mediterraneità non è altro che un sentimento, e come tale non vuole sentire ragioni. Nonostante tutto resta affascinante, rassicurante e consolatoria. Sulle sue coste la modernità non attecchisce del tutto, il tempo scorre diversamente, e i popoli si parlano più che altrove. E se l'homo mediterraneus dovesse ancora venire?

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La strada liquida


LEÏLA SLIMANI

Scrittrice e giornalista francomarocchina. Con il romanzo ha vinto il premio Goncourt nel 2016. Il suo saggio (Rizzoli, 2018) raccoglie le testimonianze di molte donne intervistate in Marocco sul tema della sessualità. Il suo ultimo libro è (La nave di Teseo, 2022).

E se il futuro della libertà venisse scritto nel Maghreb? Se guardassimo verso l’altro lato del Mediterraneo per trovare le più emozionanti avventure collettive, per intravedere i contorni di una nuova forma di democrazia in cui i cittadini riconsiderino la violenza, il potere economico e lo sviluppo della società in modo nuovo?

Tra il 2011 e il 2019, delle rivolte popolari hanno mutato il destino prima della Tunisia e poi dell’Algeria. Mi trovavo in avenue Bourguiba quando iniziò la Rivoluzione dei gelsomini e conservo degli splendidi ricordi di quei momenti condivisi con il popolo tunisino. Da giornalista mi sono occupata della Tunisia di Zine El-Abidine Ben Ali dal 2008 al 2011 e a quell’epoca avevo la sensazione che quel paese e la sua gioventù stessero morendo. I giovani venivano spinti a emigrare illegalmente, se non addirittura a suicidarsi, a causa dei mali che attanagliavano lo stato: la brutalità della polizia, la crisi economica, la corruzione endemica e la disoccupazione di massa. La Tunisia era stata fiaccata nel profondo e in modo sistematico dal regime al potere, tanto da non riuscire a scorgere una via d’uscita. In Algeria, simili cause producevano simili effetti. Era anche diffuso, tra gli osservatori e i dimostranti, un senso di sorpresa. Come disse il giornalista e scrittore algerino Kamel Daoud: «Ci eravamo dimenticati di essere un popolo, e nelle strade ci ritrovavamo uniti, condividendo gioia e riso.»

In Europa nessuno aveva previsto la nascita di questi movimenti popolari, dal momento che da una decina d’anni l’Unione europea aveva smesso di interessarsi al Maghreb. Quando ero una studentessa, si parlava ancora del Mediterraneo come di una sfera d’influenza europea. Ricordate quando la Turchia presentò i suoi argomenti per entrare a far parte del club dei 27 paesi membri dell’Ue? Perfino il Marocco non escluse la possibilità di aderire all’Unione. Si racconta che il re ?asan II arruolò squadre di ingegneri marocchini e spagnoli per mettere a punto una presentazione – da sottoporre a Jacques Delors, allora presidente della Commissione europea – del suo progetto di costruire un ponte per collegare l’Africa al Vecchio continente. Nel 2008, il presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy cercò di attuare il suo sogno di unire i popoli del Nord e del Sud istituendo l’Union pour la Méditerranée. Ma nessuna unione stabile poteva essere attuata con una banda di dittatori come Mu?ammar Gheddafi, Bashar al-Assad e Hosni Mubarak.

Io vengo dal Maghreb; vengo dal Mediterraneo. Il mio attaccamento all’Europa si è costruito attraverso questo mare. Per me, Mare nostrum non era un confine, e non era ancora un cimitero; era invece il profilo di una comunità. In Omero, il Mediterraneo è l’, la strada liquida, uno spazio di transizione e di condivisione. È la nostra eredità comune. Ulisse fece delle soste sulla costa africana come nelle isole greche. La prima volta che ho visitato la Spagna, il Portogallo e l’Italia, ho provato un sorprendente senso di familiarità. Come spiegare, allora, l’attuale incapacità dell’Europa di guardare questo mare? Come capire perché ha deliberatamente voltato le spalle al Mediterraneo, quando questo tropismo verso il Sud è uno degli aspetti più fortunati del nostro continente? Abbiamo perso il mare e tradito questa componente essenziale della nostra identità. È uno strazio vedere la gioventù maghrebina e africana staccarsi dal continente che li ha respinti e abbandonati.

Lo scrittore austriaco Stefan Zweig ha dedicato gran parte della sua opera critica alla questione europea. In un articolo pubblicato prima della Seconda guerra mondiale raccontò che un esiliato russo una volta gli disse: «Nei tempi andati, un uomo aveva solo un corpo e un’anima. Ora ha bisogno anche di un passaporto, altrimenti non viene trattato come un essere umano.» E aggiunse, lui che aveva visto il continente europeo sprofondare negli orrori del fascismo e del genocidio: «La prima manifestazione visibile dell’epidemia morale del nostro secolo è stata la xenofobia: l’odio, o almeno la paura, dell’altro. Dappertutto la gente si difendeva dallo straniero, lo escludeva e lo teneva a distanza. Tutte queste umiliazioni, prima riservate ai criminali, ora venivano inflitte ai viaggiatori.» Ancora oggi la questione dell’immigrazione è centrale, primaria, perché il futuro del nostro continente dipenderà dalla capacità di accogliere e di considerare l’Altro.

*

L’Unione europea, costruita sulle rovine della Seconda guerra mondiale, voleva essere un’incarnazione del pacifismo e del valore del dialogo. Con lo spazio Schengen e il progetto Erasmus si faceva promotrice dell’idea progressista di un futuro basato sulla riduzione dei confini e su una più intensa circolazione delle persone, dei beni e delle idee. Ora è facile dimenticarsene, ma quando il progetto europeo venne concepito dai suoi padri fondatori, era qualcosa di profondamente innovativo, se non addirittura sovversivo. Voltando le spalle a una visione guerrafondaia, violenta del mondo, l’Unione europea era progettata per promuovere la mutua assistenza e la cooperazione. Ed è triste vedere come questo ideale democratico venga oggi considerato da alcuni come una specie di antiquata, rancida utopia, mentre si applaudono discorsi nazionalisti e vengono eretti muri sulle nostre porte di casa.

Ma l’Unione europea è anche responsabile di quanto le è successo. Nel corso degli anni Dieci, ha spesso rinnegato i suoi principi morali, fornendo benzina alle tesi nazionaliste e populiste. I leader europei hanno dimostrato di un vergognoso cinismo dando costantemente priorità alle questioni finanziarie ed economiche, trascurando la costruzione di un vero e proprio «popolo europeo». La gestione della crisi in Grecia è stata il primo fallimento morale dell’Ue: palesando il suo lato reazionario, ha ridotto l’Europa a un’unione fondamentalmente economica, fredda e senza cuore, incarnata da un’élite dominante ossessionata dal profitto. L’indifferenza sembra diventata la norma. Il secondo fallimento dell’Ue è avvenuto nel 2015 con la crisi dei migranti. L’immagine di quelle masse di persone in fuga dalla povertà e dalla guerra per giungere in un’Europa altezzosa e indifferente ha lasciato una ferita nel cuore di molti. Anche oggi questo continente che si considera un faro per il mondo intero è in realtà incapace di combattere la schiavitù ai suoi confini, la morte sulle sue rive, la povertà all’interno delle sue frontiere.

Davanti ai populisti che promettono risposte semplici e che giocano con le paure della gente, l’Ue deve accantonare le sue reticenze e proclamare con coraggio che l’utopia è possibile. Deve ridurre le disuguaglianze, migliorare il processo democratico, combattere il cambiamento climatico e accogliere i rifugiati che fuggono da guerre e povertà. Essere europei significa credere che siamo al tempo stesso diversi e uniti, che l’Altro è diverso ma uguale. Che le culture non sono inconciliabili, che siamo capaci di costruire un dialogo e di stringere legami di amicizia cercando ciò che abbiamo in comune. Lo spirito universalista dell’Illuminismo dev’essere al centro del progetto europeo.

È stato probabilmente in Europa che si è fatta strada la consapevolezza di ciò che oggi chiamiamo «globalizzazione». Dopo la Prima guerra mondiale Zweig scrisse che gli intellettuali del Vecchio continente erano al tempo stesso entusiasti e ansiosi al pensiero che il destino di popoli diversi era ormai così strettamente connesso: «L’umanità, nell’espandersi sulla Terra, è diventata più intimamente connessa, e oggi viene scossa da una febbre, e tutto il cosmo trema di paura.» L’integrazione europea era guidata da questa consapevolezza: i grandi problemi di oggi non si risolveranno su scala nazionale. Solo unendo i nostri sforzi troveremo le soluzioni alle sfide che ci aspettano, e l’esempio migliore è l’ultimatum ecologico che ci pone il pianeta.

Io credo che l’Europa debba guardare verso sud con interesse, rispetto e passione. Deve anche guardare a quelle rive per passare al prossimo capitolo della sua storia; per smettere di definirsi come un vecchio potere coloniale e trovare la forza nei suoi valori di uguaglianza. Per cessare di crogiolarsi nella nostalgia e concentrare invece tutte le sue energie nell’inventare un futuro migliore. L’Europa non deve più farsi definire dal cristianesimo o da identità nazionali esclusive e inconciliabili, ma deve tornare alla matrice greca che univa i due lati del Mare nostrum. La parola crisi viene dal greco , che significa scegliere. Ecco dove si trova l’Europa: a un bivio. E il nostro...



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