The Passenger - Portogallo | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, Band 4, 272 Seiten

Reihe: The Passenger

The Passenger - Portogallo


1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-7091-701-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, Band 4, 272 Seiten

Reihe: The Passenger

ISBN: 978-88-7091-701-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



«Qui un tempo era tutto impero.» Per decenni il Portogallo è rimasto prigioniero di una visione di sé senza riscontro nella realtà. Il grande impero, il decimo nella storia per estensione, non ha lasciato che ferite aperte e retornados incattiviti ed emarginati. L'avamposto sull'Atlantico, con i suoi magnifici e malinconici tramonti, non era più la speranza di grandi scoperte ma la condanna alla saudade, la certezza di una vita alla periferia del mondo. Il salazarismo, una dittatura chiusa, ottusa e bigotta prima ancora che violenta, aveva lasciato un popolo a digiuno non tanto di cibo, ma di tutto il resto: società civile, rivoluzione sessuale e dei costumi, cultura, modernità, economia dei? ?servizi e apertura alla globalizzazione. Sarà per questo che? ?oggi l'espressione «miracolo? ?portoghese» non suona come una forzatura. Da qualche anno il paese ha spiccato il volo:? ?la crisi finanziaria del 2008 è ormai un ricordo, l'economia si diversifica, il turismo esplode,? ?il mercato immobiliare prospera e risplende anche la cultura, con un'elettricità che pervade? ?le arti, come le lettere e la musica. Un popolo che sta finalmente rielaborando? ?i traumi di? ?una guerra coloniale ignobile e trascinata troppo? ?in là, e che oggi è più orgoglioso della sua? ?lingua che dei suoi confini. Che nella contaminazione fra tradizione e immigrazione e nel? ?triangolo Europa, Africa e Sud America ha trovato una? ?voce nuova, unica. Certo, gli? ?equilibri politico-economici sono delicati e non tutto luccica come le acque del Tago viste? ?dalla? ?swinging Lisbona. È tutt'altro che colmata la distanza dalle strade deserte dell'interno,? ?con i boschi che le costeggiano decimati dagli incendi, e dai villaggi svuotati da flussi? ?migratori mai interrotti, mentre nella società resistono sacche di razzismo e discriminazione. Ma se oggi le caravelle dovessero salpare, le armi a bordo non sarebbero? ?i cannoni dell'uomo bianco, ma i potenti sound system di una gioventù meticcia che balla? ?tutta la notte con la consapevolezza di voler essere qui, ora.

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Il quartiere multietnico di Cova da Moura, Lisbona, abitato da molte famiglie di origine africana, in particolare capoverdiana.

Lisbona, Africa


È soprattutto grazie alla letteratura, al teatro e alla musica di artisti di origini africane che il Portogallo contemporaneo prova a fare i conti con i fantasmi della sua storia coloniale, affrontando la discriminazione razziale, il trauma collettivo e l’epilogo del sogno imperiale.

ROBERTO FRANCAVILLA

Quando, dall’alto, guardo per la prima volta Praça Martim Moniz, a Lisbona, è una sera di fine estate del 1984 e mi trovo a un tavolo del ristorante sulla terrazza di un hotel. Una pianista esegue uno standard malinconico in sordina e io faccio i conti con la prima impressione di quella piazza, di quella città e di quel paese fino ad allora sconosciuto e terribilmente lontano, il Portogallo. Dall’alto vedo le persone che camminano, si salutano, entrano ed escono dai negozi in larga parte gestiti da indiani. Perché, allora come oggi, la piazza che si apre alle pendici del quartiere della Mouraria, di quelle vie inerpicate e strette il cui porfido sbilenco e scivoloso rende precario il passo, rivela una marcata connotazione «etnica» e racconta molto del passato remoto, una storia secolare fatta di rotte oceaniche, commerci, colonie, e molto del passato più recente, fatto di emigrazioni compiute proprio in quel solco: l’isotopia lusitana, una geografia senza confini sempre in bilico – nella storia – tra trionfali slanci cosmopoliti e mesti ripiegamenti provinciali.

D’altronde, nonostante gli ultimi effetti di una gentrificazione galoppante, l’identità della Mouraria sembra rispondere alla legge della lunga durata: quello stesso quartiere dal nome così carico di significato (i mouros erano i mori che per secoli l’hanno abitato) rimanda infatti al Medioevo della reconquista sugli arabi che dominavano il sudovest della penisola iberica, al Cinquecento dei derelitti che deambulavano chiedendo l’elemosina dalle taverne della zona fino a quelle dell’adiacente Alfama («fonte d’acqua», uno dei moltissimi esempi di toponomastica araba).

In quella e nelle piazze contigue che, insieme, formano una teoria di ampie agorà monumentali (Praça da Figueira e Praça de D. Pedro IV, conosciuta come Rossio), oltre alla presenza asiatica mi colpisce l’enorme quantità di africani. Appartengono alle comunità provenienti dalle ex colonie (Angola, Capo Verde, Guinea-Bissau, Mozambico e São Tomé e Príncipe) che, per quanto sembri paradossale, sono cresciute in maniera esponenziale proprio una volta ottenuta l’indipendenza, dopo la Rivoluzione dei garofani del 25 aprile 1974; le cause appaiono più chiare se si considera la crescita economica del Portogallo, specie dopo l’entrata nella Comunità europea, e soprattutto il fatto che nei casi di Angola e Mozambico una sanguinosa guerra civile, prolungatasi fino alla fine del millennio, si sostituì senza soluzione di continuità al conflitto coloniale.

Portoghesi e africani, in ogni caso, avevano combattuto gli uni contro gli altri fino a dieci anni prima e la pace era arrivata con la democrazia e con l’indipendenza. Ma, come ha detto José Saramago, la pace non resuscita nessuno. I vivi, però, i sopravvissuti, adesso passeggiano gli uni accanto agli altri all’ombra dei monumenti equestri, di fronte al Teatro Dona Maria II o alla Pastelaria suiça, con i camerieri indaffarati stretti dai loro farfallini senza tempo. Quale frontiera invisibile separa le loro esistenze? Li osservo incuriosito, vengo dalla provincia italiana degli anni Ottanta, quella dell’edonismo e del disimpegno, e mi trovo nel cuore di una capitale europea (sarà finalmente europea solo due anni dopo, nel 1986) che mi restituisce un’immagine di sé derelitta e decadente, con le vie del centro abitate da mendicanti e reduci resi storpi dagli effetti di quelle guerre, vie cariate da marciapiedi sconnessi e muri saccheggiati dei loro azulejos, le maioliche pombaline che troverò qualche anno dopo in vendita a prezzi esorbitanti nei negozi antiquari di Praça Príncipe Real.

ROBERTO FRANCAVILLA — Traduttore e professore di Letteratura portoghese e brasiliana presso l’Università di Genova, ha pubblicato svariati saggi sulla letteratura del Novecento in lingua portoghese, di cui è uno dei massimi esperti. Collabora con alcuni atenei portoghesi e brasiliani così come con l’Instituto Camões e la Fundação Calouste Gulbenkian di Lisbona. Traduttore di Clarice Lispector, Chico Buarque e João Guimarães Rosa, solo per citarne alcuni, ha curato l’edizione de Il secondo libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa (Feltrinelli, 2018).

I RETORNADOS

Tra il 1974 e il 1976, in seguito all’indipendenza delle colonie africane, nel giro di pochi mesi circa 500mila portoghesi migrarono dalle ex province d’oltremare in Portogallo, arrivando per nave o in aereo. I retornados venivano per la maggior parte dall’Angola (circa 300mila) e dal Mozambico (160mila), solo pochi scelsero il Brasile.

Retornados, però, è un termine fuorviante: in realtà solo la metà di coloro che viaggiavano in direzione del Portogallo stava facendo ritorno nella terra natia, l’altra metà era nata in una provincia d’oltremare e affrontava un viaggio non di ritorno e senza ritorno.

La politica d’integrazione promossa da Almeida Santos, ministro della Decolonizzazione, si basò sull’attribuzione della nazionalità portoghese ai retornados che avevano dei familiari non più lontani di due generazioni nel paese, distinguendoli da chi non poteva provare questo legame e veniva quindi trattato come un immigrato comune.

Negli anni imparo che è impossibile comprendere la natura di questo paese solo in apparenza piccolo e periferico, a lungo dimenticato e chiuso su se stesso in un’anacronistica e malinconica autarchia, ma anche la sua corsa epocale verso latitudini reali o soltanto immaginate, senza scavare nei suoi rapporti ambigui, lacerati ma comunque strettissimi con la terra che fino all’ultimo ha alimentato il sogno dell’oltremare: l’Africa. E imparo soprattutto che, ben oltre la retorica dei sussidiari scolastici e della mitografia degli scopritori e delle rotte oceaniche, la disavventura portoghese in Africa non avrebbe potuto che concludersi in maniera conflittuale, consegnando al presente residui sfilacciati, macerie di un impero remoto e, soprattutto, cicatrici profonde.

Da una parte, per una mera questione di sopravvivenza collettiva, si erano consegnate a un confortevole oblio le pagine più traumatiche, compresa la vicenda sconvolgente del mezzo milione di cosiddetti retornados (su una popolazione di meno di dieci milioni di abitanti!), cittadini portoghesi (almeno dal punto di vista della burocrazia coloniale) costretti, appunto, a «ritornare» nel giro di pochi giorni a una madrepatria sconosciuta o della quale non avevano che un vago ricordo, abbandonando in Angola o in Mozambico le loro intere esistenze. Dulce Maria Cardoso nel notevole romanzo Il ritorno descrive i risvolti più complessi e dolorosi di quella sorta di epopea al contrario. Dall’altra parte, si perpetuava il paradigma stantio del cosiddetto «luso-tropicalismo», l’idea di un Portogallo non razzista, «protettore» di paesi che, in realtà, erano considerati espressioni di un mero regionalismo e guardati attraverso la lente deformata dell’esotismo e del folklore. Insomma, la coscienza collettiva di un paese con una tradizione secolare di natura coloniale alimentata da pregiudizi rocciosi, impermeabili perché ormai insediati nella normalità, nel quotidiano. Basterebbe rileggere la storia più recente, quella della seconda metà del Novecento, per comprendere meglio e in profondità la natura di quel legame.

Sopra, il rapper João.

«Lisbona era, allora, la capitale di una nazione sola e depressa, guidata da un regime corporativo e fascistoide che per quasi mezzo secolo, indossando la maschera di un paternalismo rassicurante, tradizionalista e molto cattolico, aveva provato a scongiurare l’inevitabile corso degli eventi.»

Negli anni Sessanta il Portogallo di Salazar era impegnato a rendere eterno il suo vano sogno africano che, nell’illusione alimentata da una propaganda nostalgica e scollata dalla storia, lo univa ancora ai suoi territori coloniali, come se il calendario si fosse fermato ai lontanissimi splendori dell’impero. Lisbona era, allora, la capitale di una nazione sola e depressa, guidata da un regime corporativo e fascistoide che per quasi mezzo secolo, indossando la maschera di un paternalismo rassicurante, tradizionalista e molto cattolico, aveva provato a scongiurare l’inevitabile corso degli eventi attraverso un ossessivo controllo censorio e, non di rado, attraverso la violenza.

Se nel 1970 Salazar, il vecchio avvoltoio, come l’aveva definito la poetessa Sophia de Mello Breyner Andresen è ormai moribondo, le sue propaggini resistono in un’estrema appendice: nel 1968, infatti, gli era succeduto il suo delfino, Marcelo Caetano. Transizione gattopardesca: cambiare tutto perché ogni cosa rimanesse immutata, compresa l’illusione di apertura (la «primavera marcelista»), che naufragò per colpa di un pretesto offerto dalla congiuntura storico-politica, ovvero lo stato di emergenza imposto dallo scoppio delle guerre coloniali.

Nel 1961 i primi cedimenti: le truppe indiane di Nehru avevano occupato Goa e contemporaneamente in Angola era scoppiata la guerra di indipendenza. Lo scrittore João de Melo, smentendo questo dato, ipotizza che...



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