The Passenger - Svezia | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, Band 11, 265 Seiten

Reihe: The Passenger

The Passenger - Svezia


1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-7091-616-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, Band 11, 265 Seiten

Reihe: The Passenger

ISBN: 978-88-7091-616-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



La Svezia è il candidato perfetto per essere sottoposto allo sguardo indagatore di The Passenger. Non c'è paese infatti che sia stato più idealizzato come welfare state per antonomasia, patria del politicamente corretto, meta prediletta di rifugiati politici ed economici, superpotenza gentile, progressista e liberale. Un articolo della giornalista Elisabeth Åsbrink, già vincitrice tra gli altri del Premio Kapu?ci?ski, per esempio ci porta a capire perché Greta Thunberg non sarebbe potuta nascere altrove; in Svezia responsabilizzare e attribuire dignità ai giovani è una tradizione che risale addirittura a Selma Lagerlöf. L'altra faccia dell'individualismo e dell'indipendenza dalla famiglia, risultato anche di decenni di governi socialdemocratici, è però la disperata solitudine di una società che ha alcuni tratti di una distopia postmoderna, come racconta, in un'intervista il regista Erik Gandini, autore del sorprendente documentario La teoria svedese dell'amore. Un secondo sguardo rivela sempre qualcosa di meno rassicurante, come l'evoluzione dei Democratici svedesi, che da minuscolo movimento neonazista negli anni Ottanta, è diventato partito di maggioranza, probabile conseguenza di una delle più generose politiche di accoglienza profughi che la storia ricordi. Ma il «rischio immigrazione» come sottolinea Gellert Tamas nel suo reportage sull'estrema desta è stato costantemente strumentalizzato. Con Gunnar Wall torniamo su quello che è ancora l'episodio più misterioso della storia svedese, l'omicidio Olof Palme, il primo ministro che ha modellato la politica estera «etica», che è stata recentemente ripresa in chiave femminista. Ma non mancano gli scandali, come quello a sfondo sessuale che ha travolto l'Accademia del Nobel, e che ci viene raccontato dal giornalista inglese Andrew Brown, grande esperto di Svezia. Con The Passenger esploriamo anche i motivi per cui un paese così piccolo e remoto sia diventato primatista in campi impensabili: dalle start up di successo planetario come Spotify - i cosiddetti «unicorni» descritti dall'autrice Kina Zeidler - a un incredibile talento nel fabbricare una sfilza di hit in cima alle classifiche mondiali, come ci racconta l'esperto di musica e cultura pop Jan Gradvall. Parliamo di cambiamento climatico in uno dei paesi che ne meno è colpito, dove ha facilitato una piccola ma fiorente produzione di vino; leggiamo anche dei suoi effetti sulla piccola isola di Runmarö, dove vive il grande scrittore Fredrik Sjöberg, autore, tra gli altri, dell'Arte di collezionare mosche. La giornalista e poetessa Marit Kapla ci guida nelle case dei pochi abitanti rimasti a Osebol, un anonimo villaggio nel Värmland settentrionale, una provincia della Svezia centrale al confine con la Norvegia. I loro racconti dipingono un ritratto sfaccettato della vita quotidiana in un piccolo villaggio che come tanti lotta per non restare spopolato, invecchiato e senza servizi. Per concludere i consigli della poetessa Aase Berg per capire il suo paese attraverso un'opera musicale, letteraria e cinematografica.

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La teoria svedese dell’amore


Intervista al regista italosvedese Erik Gandini, autore di un discusso documentario sul lato oscuro dello stato sociale svedese: il rischio che il culto dell’individualismo diventi una condanna alla solitudine.

MASSIMILIANO GUARESCHI

MASSIMILIANO GUARESCHI — Docente alla Nuova accademia di belle arti (Naba) e all’Università di Milano-Bicocca, è autore di Gilles Deleuze popfilosofo (ShaKe, 2000), I volti di Marte. Raymond Aron sociologo e teorico della guerra (Ombre corte, 2010), e, con Federico Rahola, di Chi decide? Critica della ragione eccezionalista (Ombre corte, 2011) e Forme della città. Sociologia dell’urbanizzazione (Agenzia X, 2015). Ha inoltre curato e tradotto le edizioni italiane di testi di Foucault, Guattari, Bataille, Veyne, Wacquant.

Da bambino, i telefilm di Pippi Calzelunghe, trasmessi in fascia pomeridiana dalla Rai, mi provocavano disagio. A crearmi inquietudine non era solo la frugalità di abiti e scenografie, lontana dai décor a cui ero abituato. E non era nemmeno il fatto che la protagonista fosse senza famiglia. Nelle narrazioni che mi venivano proposte solitamente, i bambini privati delle cure dei genitori non mancavano. Si trattava però di orfani, che vivevano la perdita degli affetti parentali come un dramma, costretti a una vita di vessazioni solitamente riscattata da una qualche forma di reintegrazione in un ordine familiare. Pippi, invece, al di là di quello che fosse successo ai suoi genitori, mi appariva come una bambina che aveva reciso ogni legame con la famiglia, con i grandi, e senza alcun rimpianto, a vantaggio di un’esistenza pienamente autonoma, avventurosa ed emozionante, basata su legami elettivi. In teoria, mi sarebbe dovuto sembrare tutto fantastico, però qualcosa mi turbava. Si trattava del mio primo incontro con la Svezia o, più precisamente, con l’immagine di modernità eccentrica, sui generis, che associamo a quel paese. E verso cui si tende ad avere sentimenti ambivalenti, in cui si mescolano adesione razionale ed estraneità emotiva. La Svezia, infatti, è sempre percepita come un caso a sé, che procede con proprie logiche. La si associa a un modello di cui si riconoscono i pregi, ma che pensiamo non sia fatto per noi, che celi qualcosa di strano e inquietante. E quello stesso modello, in fondo, si fatica a delinearlo in modo chiaro, in quanto appare tenere insieme tratti se non opposti quantomeno non immediatamente combinabili tra loro: individualismo e solidarietà, ricchezza e austerità, modernità e frugalità, solitudine e senso civico, indipendenza personale e disciplina, bonarietà e tetragonia.

Erik Gandini è nato a Bergamo, da padre italiano e madre svedese. A un certo punto della sua vita, si è trasferito in Svezia, un contesto assai più favorevole per qualcuno che voleva fare cinema. Terminati gli studi, la sua vocazione si è definita in direzione del documentario. Nel nostro paese suscitò notevoli discussioni, e polemiche, il suo Videocracy (2009), focalizzato sulla penetrazione nella società italiana dell’immaginario della televisione commerciale. Il successivo La teoria svedese dell’amore, uscito nel 2016, pone invece al centro del proprio sguardo la Svezia, e da una prospettiva assai particolare, solo apparentemente intimistica e privata. Il film parte dall’inverno del 1972, quando viene promulgato il manifesto Familjen i framtiden («La famiglia del futuro»). In un paese prospero ed evoluto, per la dirigenza socialdemocratica era venuto il momento di liberare le donne dagli uomini, i bambini dagli adulti, i ragazzi dai genitori, gli anziani dai figli. Le relazioni dovevano essere libere e non dipendere da vincoli familiari, economici e sociali. Quasi mezzo secolo dopo quel manifesto, la metà degli alloggi in Svezia è abitata da una sola persona, il tasso più alto del mondo. La scelta di avere figli da soli non è inusuale. E talmente alto è il numero delle persone che muoiono in casa senza che nessuno se ne accorga, anche dopo anni, che presso le municipalità è stato attivato il Boutredningsenheten, una specifica agenzia incaricata di occuparsi di questi casi, conducendo delle vere e proprie «inchieste sulla solitudine», volte a rintracciare possibili eredi dei defunti. Alla capillarità dell’intervento pubblico corrisponde una enorme difficoltà a contare su qualcuno. Nelle parole di un personaggio che appare nel documentario: «Se qualcuno si ammala, invecchia o semplicemente non ce la fa da solo, gli aiuti arrivano esclusivamente tramite i canali statali, non puoi piangere sulla spalla di qualcuno, devi fare una domanda scritta, oppure compilare un modulo.»

Quello di Gandini è un film sulla Svezia, sul suo enigma, sul paese dove le cose funzionano, dove la gente è responsabile e rispettosa, dove il welfare arriva dappertutto. Ma, allo stesso tempo, è un paese caratterizzato dalla tristezza, dalla solitudine, dagli abissi bergmaniani, dall’onnipresenza della natura e del clima che si fa paesaggio antropico ed emotivo. Ed è anche, e soprattutto, un film su una delle grandi logiche della modernità, l’aspirazione a diventare individui liberi e indipendenti, sulle sue ambivalenze e i suoi coni d’ombra.

Innanzitutto, per chi non avesse visto il film, che cosa è la teoria svedese dell’amore?

La formula è stata coniata da due storici, Henrik Berggren e Lars Trägårdh, in un libro, il cui titolo potrebbe essere tradotto con «Gli svedesi sono esseri umani?», che analizza l’indipendenza personale come chiave di volta, come tratto antropologico di fondo, del particolare tipo di individualismo che caratterizza la Svezia. La loro ricerca risale indietro nel tempo ben oltre gli anni Settanta, da dove invece parte il film. Per Berggren e Trägårdh la «teoria svedese dell’amore» si riassumerebbe nella presunzione che l’amore vero ci sia solo qui, dove un uomo e una donna non si mettono insieme per motivi di dipendenza economica, ma per scelta. Quello che a lungo è stato un valore culturale, negli anni Settanta, con la socialdemocrazia di Olof Palme, diviene un progetto politico. A quel punto la prospettiva si allarga. I giovani dovevano poter uscire di casa il prima possibile, gli anziani non dovevano essere costretti a rimanere con i figli. Lo stato, con il suo intervento, si faceva garante della realizzazione di tali possibilità. E così abbiamo la riforma delle pensioni, le sovvenzioni agli studenti, le politiche della casa. In pochi anni vengono costruite un milione di unità abitative, una cifra pazzesca se commisurata alla scala demografica della Svezia. La famiglia tradizionale viene messa in discussione, a partire da un sogno di modernità. Per la Svezia è sempre stato fondamentale sentirsi un paese moderno. Si innesca così una sorta di movimento di centrifugazione per cui gli anziani vanno per conto loro, come pure i giovani, mentre gli uomini e le donne devono essere liberi gli uni dagli altri. Ciò conduce a una società in cui c’è scarsissima interazione tra generazioni, le persone difficilmente hanno rapporti con i parenti e si manifestano fortissime tendenze all’autoisolamento. Da questo punto di vista, la Svezia, non solo paesaggisticamente, si prestava assai bene a un film sulla solitudine, come l’Italia a un documentario sulla televisione commerciale. A incuriosirmi era il paradosso introdotto dall’idea di «aiutarsi a liberarsi l’uno dall’altro, gli uni dagli altri». Si trattava di qualcosa che nasceva in uno specifico contesto, in una particolare stagione politica e culturale. Una volta esauritasi quella fase, tuttavia, quell’eredità ha continuato a operare, combinandosi con altre tendenze, in cui magari all’intervento dello stato si sostituiva quello del mercato o venivano meno fattori di integrazione e socializzazione come appartenenze collettive di tipo politico, sindacale o controculturale. Il mio proposito non era quello di criticare un modello, né tantomeno mi interessava fare un film nostalgico, ma semmai gettare uno sguardo al futuro, su che cosa poteva succedere se avessimo abbracciato la teoria dell’autonomia dell’individuo spingendola fino alle sue estreme conseguenze.

Erik Gandini è un regista italosvedese che vive e lavora a Stoccolma. È autore, oltre che di Videocracy (2009) e La teoria svedese dell’amore (2015), di Raja Sarajevo (1994), girato durante l’assedio della città bosniaca, Amerasians (1998), sui figli avuti in Vietnam dai soldati americani, Sacrificio (2001, con Tarik Saleh), su Ciro Bustos, l’uomo accusato di avere tradito Che Guevara, Gitmo. Le nuove regole della guerra (2005, con Tarik Saleh) su Guantánamo. Negli ultimi anni si è dedicato a un film, con coproduzione italiana, dal titolo After work (in uscita nel 2021), che indaga uno dei grandi vettori dell’identità moderna, il lavoro, colto in una fase in cui l’innovazione tecnologica consente di sgravare gli esseri umani da un numero crescente di mansioni. Ciononostante, a ogni latitudine, si lavora sempre di più. È intorno a tale paradosso che si sviluppa il suo percorso di indagine, attraverso un itinerario che va dalla Svezia, dove il retaggio protestante valorizza al massimo l’identificazione con la propria professione, all’Italia, paese...



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