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E-Book, Italienisch, 141 Seiten

Thomson Psycho

Come Hitchcock insegnò all'America ad amare l'omicidio
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-3389-229-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Come Hitchcock insegnò all'America ad amare l'omicidio

E-Book, Italienisch, 141 Seiten

ISBN: 978-88-3389-229-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Fu realizzato come un film per la tv e completato in meno di tre mesi. L'attrice protagonista veniva uccisa dopo soli quaranta minuti. Non c'era alcun lieto fine. E offriva agli spettatori la scena più violenta che fosse mai stata inclusa in un film americano, accompagnata da un agghiacciante stridio di violini. Non c'era mai stato niente di paragonabile a Psycho, e dopo la sua uscita nelle sale l'industria cinematografica non sarebbe stata più la stessa. In questo saggio breve e illuminante, David Thomson colloca Psycho all'interno della carriera di Hitchcock, illustra il suo impatto sulla psiche collettiva e dimostra come questo film rivoluzionario abbia modificato profondamente la rappresentazione del sesso, della violenza e dell'orrore nel cinema. E abbia alterato, forse, la natura stessa dei nostri desideri e del nostro ruolo di spettatori.

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1

1960


La sala cinematografica ci aveva sempre incoraggiato a credere che fossimo al sicuro, racchiusi al caldo nella sua penombra. È un posto confortevole e confortante, al modico prezzo di un nichelino... o dodici dollari e mezzo. Entrate e troverete sollievo dall’afa, o dal freddo. Entrate e dimenticate i vostri dispiaceri e tutti i guai del mondo. La nostra sala ha un rifugio antiaereo privato. Fate una pausa dopo una lunga giornata alla guida. Il cinema è un accogliente motel con biancheria pulita e doccia calda.

Fino a che punto la gente credeva a questa promessa? L’invito era ambiguo: sì, potevamo vedere donne che si spogliavano e uomini che sparavano come se le munizioni non finissero mai. Ma solo perché non eravamo lì, nel «lì» dello schermo. Eravamo voyeur, non potevamo essere colpiti dai proiettili, ma nemmeno toccare le donne. Eppure c’era anche il brivido del rischio: la sensazione di non poter fuggire, di essere intrappolati tra le file gremite di gente seduta. E se la lampada del proiettore mandasse a fuoco tutto l’edificio? (In effetti la pellicola si incendiava molto facilmente ai primi tempi.) E se le situazioni «controllate» e censurate che vediamo sullo schermo cedessero all’improvviso il posto a orge e massacri? (Che orrore! Che delizia!) E se la locomotiva uscisse dallo schermo e ci venisse addosso? E se il coltello che abbiamo davanti agli occhi cominciasse a brillare e prendere corpo nella nostra mano e ci ritrovassimo a colpire, colpire, colpire?

Fin dall’inizio, giocava con questi scenari e altri ancora più oscuri. C’era la sensazione che sarebbe stato di gran lunga il film meglio realizzato della storia, se si pensava ai film come a treni fantasma, sogni o esperimenti di suspense. Chiunque capisse qualcosa di film si accorse immediatamente che non aveva solo cambiato «il cinema», ma anche svelato l’osceno segreto: il mezzo cinematografico era pronto a una ribellione oltraggiosa in cui il sesso e la violenza non erano più soltanto giochi, erano i protagonisti. era così sfacciato che il pubblico doveva riderne per non farsi affascinare dal brivido della malvagità. Il titolo avvertiva che il personaggio principale era un po’ matto, ma il punto era che anche il pubblico, nel suo esperimento autoinflitto con il pericolo, avrebbe potuto esserlo. Il sesso e la violenza erano pronti a esplodere, e la censura si accartocciò come l’ombrellino da sole di una vecchia signora. L’orgia era arrivata.

Alla fine degli anni Cinquanta Hollywood non era poi così diversa rispetto ai vecchi tempi. Erano usciti , e , tre dei migliori western di sempre. Aveva prodotto , , e , grandiosi spettacoli senza limiti quanto a budget e ambizioni ma molto deludenti quanto a immaginazione. C’erano musical (, , ), kolossal biblici () e storie edificanti di umanità e sacrificio (, ). La maggior parte aveva il lieto fine; anche quando Anna Frank moriva venivamo subito tranquillizzati: i suoi nemici sarebbero stati sconfitti e la virtù di Anna era una fiamma eterna. In disparte, certo, c’era qualche sguardo indipendente, film su un’America più profonda, in cui regnavano paura e disordine – , , , , – barlumi di una società reale ma allarmante (la maggior parte erano ancora in bianco e nero perché era considerato più «grezzo»). Ma non erano questi i film che Hollywood considerava importanti.

I suoi fondatori stavano man mano morendo. Quelli rimasti continuavano a ripetersi che il cinema non era mai stato migliore, ed erano convinti di essere ancora al timone. Ma si trattava di uomini anziani che non capivano quanto velocemente stesse cambiando il gusto del pubblico. C’erano già scaltri osservatori consapevoli che il momento di gloria – l’epoca d’oro, il matrimonio senza riserve tra Hollywood e l’America – era finito. A tratti sembrava che i nuovi film frammentati volessero rivelare proprio gli oscuri postumi di quell’età dorata, gli «angeli anneriti», per citare un altro film dell’epoca.1

Nel 1958, per la prima volta dall’inizio degli anni Quaranta, gli incassi dei cinema americani scesero sotto il miliardo di dollari annuo. Nello stesso anno l’affluenza media settimanale crollò a trentacinque milioni di spettatori; nel 1946 era di ottantasei milioni. Un altro dato statistico aiuta a spiegare questo declino. Negli anni Cinquanta il numero di famiglie americane che possedeva un televisore salì da quattro milioni a quarantotto. Non era in discussione la passione dell’America, o del mondo, per le storie raccontate su schermo. Solo che guardarle a casa era più facile, economico e naturale. Per quanto Hollywood si sforzasse di fare film grandiosi e spettacolari, il pubblico sceglieva la versione in piccolo. Una delle menti più brillanti in città se ne accorse, e alla metà degli anni Cinquanta aggiunse alla sua produzione filmica una nuova serie tv. Ne uscì cambiato più di quanto potesse immaginare.

Quando Alfred Hitchcock compì sessant’anni, il 13 agosto 1959, era già il regista più famoso d’America. Il pubblico adorava i suoi film: negli anni Cinquanta , , , , e erano stati tutti grandi successi, storie di suspense farcite con la crema nera dello humour di Hitchcock. Altri film (, , e ) avevano avuto un’accoglienza più tiepida. Resta il fatto che negli anni Cinquanta Hitchcock aveva diretto film straordinari, e in Francia, per esempio, era ampiamente riconosciuto come grande artista. Due critici cinematografici che sarebbero poi diventati registi, Claude Chabrol ed Éric Rohmer, nel 1957 avevano scritto un libro su di lui. Un libro su un regista! Era una grande novità. Negli anni Cinquanta il cinema era ancora identificato con l’intrattenimento puro, e nessuno pensava di scriverci dei libri.

La straordinaria reputazione di Hitchcock non era dovuta solo alla suspense e al giallo ma al modo arguto e malizioso con cui giocava con la responsabilità morale. Sapeva come imporsi o pubblicizzarsi. Aveva preso l’abitudine di comparire nei suoi film – piccoli camei, a volte di una sola inquadratura – un’abitudine che era diventata famosa se non altro perché Hitchcock, paffuto, dignitoso e flemmatico, strideva con la frenetica azione che caratterizzava i suoi film. (È difficile immaginarsi Hitch in che corre con Cary Grant nel campo di mais mentre l’aereo agricolo cerca di travolgerlo. Né ci si può figurare Hitch che abbraccia tutte quelle bellissime donne spingendosi qualche centimetro oltre – e i centimetri contano – rispetto a quanto avrebbe voluto la censura.)

Ma negli anni Cinquanta l’apprezzamento del pubblico per Hitchcock crebbe a dismisura grazie alla sua nuova serie tv, . Venne mandata in onda per la prima volta nell’autunno del 1955 e sarebbe andata avanti per dieci anni. Era un’antologia di racconti gialli, spesso scritti e diretti molto bene. Hitchcock si occupò anche della regia di alcuni episodi, e faceva due brevi apparizioni in ogni puntata, piccoli siparietti di apertura e chiusura in cui spiccavano il suo caratteristico eloquio flemmatico e il suo humour distaccato e formale. C’era un contrasto interessante tra il macabro materiale e l’elegante presentazione, e Hitch (con in sottofondo la lugubre «Marcia funebre per una marionetta» di Gounod) diventò per tutti il buffo ometto che amava spaventare i telespettatori. La campagna pubblicitaria di sfruttò abilmente il format, ponendo l’accento sul fatto che il regista era Hitchcock. Gli episodi venivano girati negli studi della Revue, la società di produzione messa in piedi da Lew Wasserman, l’agente principale di Hitchcock.

Hitchcock prendeva il cinema – inteso come mestiere, come arte, o mezzo di controllo dell’informazione – molto seriamente. Non c’era niente che avesse più a cuore. Voleva suscitare emozioni forti nel suo pubblico, ma non avrebbe saputo dire quali. Quindi decise per la paura, il terrore. E il terrore, prima o poi, vuole prendere il potere. Hitchcock manteneva un tono moderato quando parlava del suo lavoro, perché sapeva che certi discorsi non erano ben visti nell’industria del cinema. Quando aveva cominciato, negli anni Venti, era stato spesso accusato di essere troppo «artistico». Ma negli anni Cinquanta era molto compiaciuto nel vedere quanto lo prendessero sul serio i giovani scrittori francesi perché, a un livello represso, coltivava ambizioni creative enormi. In film come , e aveva quindi indagato la questione della responsabilità morale nel voyeurismo e, più in generale, del perché le persone «perbene» fossero così interessate ad assistere a crimini, sesso e violenza da una posizione di apparente sicurezza e immunità.

Alla fine della , quando James Stewart, a forza di spiare,...



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