E-Book, Italienisch, 240 Seiten
Reihe: Emmaus
Torellò Egli ci ha amati per primo
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-9298-693-0
Verlag: Ares
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Incontrare Dio nella vita quotidiana
E-Book, Italienisch, 240 Seiten
Reihe: Emmaus
ISBN: 978-88-9298-693-0
Verlag: Ares
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Egli ci ha amati per primo raccoglie una serie di meditazioni inedite di Giambattista Torelló, sacerdote dal carisma straordinario: con immagini suggestive e intuizioni originali, Torelló scuoteva chi lo ascoltava, aprendo squarci sulle profondità sorprendenti del mistero di Dio che si è fatto carne per la nostra salvezza. È stato per lunghi anni amico del celebre psicologo Viktor E. Frankl: tutta la forza della sua spiritualità, il suo amore per la letteratura come la verità dei paradossi, riverbera in queste ispirate pagine che, sulla scia degli insegnamenti di san Josemaría Escrivà, sono un invito per ogni cristiano a scoprire l'incontro con Dio nelle piccole cose di ogni giorno.
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Introduzione
di Ernst Burkhart
Quando, nel lontano 1964, l’ho conosciuto a Vienna, don Giambattista Torelló era per me un sacerdote venerabile. Aveva un po’ più di quarant’anni! Già questo mi sembrava una cosa incredibile, che in più veniva sottolineata dalla vasta calvizie che già allora lo caratterizzava. Negli ultimi anni era stato a capo dell’Opus Dei in Italia; prima ancora aveva dato inizio all’attività apostolica in Svizzera, nel 1948; poco dopo la sua ordinazione sacerdotale, san Josemaría lo aveva mandato a gettare le basi dell’Opus Dei in Sicilia, dove era stato anche direttore spirituale del seminario diocesano di Palermo. Era dottore in teologia, ma soprattutto era un medico-psichiatra e uno dei “leggendari” membri dell’Opera che avevano chiesto l’ammissione a Barcellona all’inizio degli anni ’40. Padroneggiava già abbastanza il tedesco – lo aveva imparato durante la sua permanenza, relativamente breve, a Zurigo –, di modo che fu subito in grado di predicare a noi pochi che allora, in Austria, appartenevamo all’Opus Dei.
Le sue meditazioni erano speciali. Parlava di ciò di cui parlavano anche gli altri tre o quattro sacerdoti dell’Opera che allora conoscevo – dei misteri della nostra fede che ci vengono proposti durante l’anno liturgico, della chiamata alla santità nella vita ordinaria, di orazione e mortificazione, del lavoro professionale santificato e santificatore, dell’amore a Dio e dell’amore al mondo, dell’anelito di anime, del desiderio di mettere Cristo in cima a tutte le attività degli uomini, ecc. –, temi legati tutti, in un modo o nell’altro, allo spirito dell’Opus Dei. Però le sue meditazioni, che erano sempre indirizzate ad aiutarci a fare orazione, erano non solo molto colte, ma molto profonde, molto esortative, molto drammatiche. Ed erano accuratamente preparate.
Don Giambattista raccontava che san Josemaría un giorno gli aveva detto: «Giambattista, raccogliti un momento e dà a questi ragazzi la meditazione». Logicamente obbedì. Sapeva, se necessario, predicare improvvisando, senza nessun foglietto davanti, ma preferiva avere tutto già elaborato. Un giorno, in un ritiro mensile a un gruppo di sacerdoti che lo invitavano da anni, vedendo ancora una volta che non osservavano il silenzio previsto durante gli intervalli, mise i fogli da parte e improvvisò una meditazione tremenda, infuriato com’era, che gli riuscì tanto bene che i sacerdoti del ritiro – circa 15 o 20 – proruppero alla fine in un applauso entusiasta. Mai prima di allora gli era successo una cosa simile. Fu un’eccezione, perché di solito preparava le sue omelie o le meditazioni coscienziosamente e portava tutto scritto, con un carattere piccolissimo, in rettangolini di carta che dopo conservava nel suo schedario. Poi pronunciava il testo in modo tale che nessuno si rendeva conto che stava leggendo: declamava, con una voce forte – che non ha perduto neppure a novant’anni –, catturando completamente l’attenzione dell’uditorio.
L’uditorio era costituito, per un verso, dai fedeli dell’Opus Dei e dalle persone, uomini o donne, che andavano ai diversi corsi di ritiro o ai ritiri mensili. È forse impossibile dire con esattezza quante meditazioni abbia pronunciato nella sua vita di sacerdote, ma un rapido calcolo mi fa pensare a circa 15.000. D’altra parte, predicava l’omelia tutte le domeniche e i giorni di festa nella Peterskirche, la piccola chiesa barocca al centro di Vienna, che nel 1969 era stata affidata ai sacerdoti dell’Opus Dei dall’arcivescovo della diocesi, il famoso cardinale Franz König, che aveva una grande ammirazione per don Giambattista.
Torelló amava questa chiesa con tutta l’anima. Ne fu parroco e più tardi rettore. Conosceva perfettamente la sua lunga storia (luogo di culto cristiano fin dai tempi dei romani) e le opere d’arte che l’abbelliscono, e si preoccupava di far riparare, per poi usarli, gli arredi e i vasi sacri provenienti dai tempi del suo più grande splendore. Si prendeva cura del coro della chiesa che abbelliva l’eucaristia principale delle grandi feste con messe di compositori di gran nome – in primo luogo Haydn e Mozart –, andava in cerca di denaro per restaurare la fabbrica della chiesa, i suoi dipinti, ecc., e aveva ampliato, già all’inizio del suo rettorato, la cripta, trasformandola in un luogo raccolto e molto gradevole anche in inverno, quando sopra, nella chiesa, si tremava dal freddo. Il “Doktor Torello” (così lo chiamavano, senza l’accento finale, e gli piaceva), anche quando aveva lasciato la direzione di St. Peter in mani più giovani, continuò a celebrare lì la santa messa fino a pochi giorni prima di morire. Lo si trovava nella “sua chiesa” praticamente tutto il giorno: confessando per ore e ore, pregando, scrivendo e ricevendo persone. Non faccio il calcolo del numero di omelie pronunciate in St. Peter: lo può fare il lettore stesso, tenendo presente che ha predicato, settimana dopo settimana, per più di quarant’anni.
Queste omelie erano famose in tutta Vienna. Un vasto gruppo di persone lo adorava; altri, invece, lo evitavano per lo stile piuttosto barocco della sua predicazione; ma tutti riconoscevano che non lo si poteva paragonare a nessun altro predicatore della città. Nella Vienna del XVII secolo si venerava e si temeva allo stesso tempo il famoso cappuccino Abraham di Santa Chiara per l’originalità e l’acume delle sue tesi, nonché per l’ironia con la quale era solito fustigare la vita a volte poco esemplare della corte imperiale. Molti pensavano che, anche se il tempo intercorso da Abraham di Santa Chiara al Doktor Torello di St. Peter era di secoli, l’impatto doveva essere dello stesso tipo.
Indipendentemente dallo stile, che in ogni caso era inimitabile, la sua predicazione – tanto le omelie come le meditazioni: c’era poca differenza da questo punto di vista – era molto densa. L’argomentazione era lineare, ma lo sviluppo delle idee, sempre comprensibile (sebbene teatrale), traspirava originalità. Parlava degli argomenti cristiani che conveniva toccare secondo il calendario liturgico, le circostanze del tempo e dell’uditorio, ecc., però sapeva presentare i diversi aspetti della vita cristiana con allusioni alle vicende del momento e da punti di vista insoliti. Riusciva così a proiettare luci nuove su ciò che, in fondo, era una dottrina già ben conosciuta.
La stessa serie di meditazioni che sono state riunite in questo volume che il lettore ha tra le mani dà buona prova di quel che ho detto. La maniera in cui don Giambattista presentava l’ascetica tradizionale – le allusioni allo spirito dell’Opus Dei sono continue – appare molte volte sorprendente. Amava il paradosso. Le cose piccole sono le uniche importanti; il vino delle nozze di Cana, che quasi ci fa vergognare – come mai il redentore non impiega il suo potere divino per qualcosa che valga veramente la pena? –, ci fa capire fino a che punto Dio si è fatto veramente uomo; già le risate e i pianti del bambino Dio ci redimono; la migliore rettitudine d’intenzione è non avere intenzioni... In mille modi scuote quelli che lo ascoltano e in tal modo apre loro le meravigliose profondità del mistero di quel Dio che si è fatto carne per salvarci.
Qualcosa si può aggiungere, forse, sul linguaggio. Le meditazioni di Egli ci ha amati per primo sono state pronunciate in tedesco, com’è logico. Per parecchi anni, quando si trattava di pubblicare qualche scritto del Dr. Torelló in questa lingua – malgrado il suo forte accento catalano, lo padroneggiava tanto bene che componeva anche delle poesie in tedesco –, io ero solito preparare la copia per la stampa. Dovevo passare a macchina quello che egli aveva scritto nei foglietti rettangolari già menzionati, nei quali si notava certe volte, dal movimento della penna, che l’autore – mai scriveva a tavolino, ma sempre seduto in una poltrona – si era addormentato per alcuni istanti. La lettura richiedeva una certa familiarità con la calligrafia (di notevole bellezza, in verità). Quando avevo decifrato tutto, gli indicavo i punti dove mi era rimasto qualche dubbio, giacché il suo modo poetico di esprimersi a volte lo allontanava dalle regole che avrebbero applicato Goethe e Hölderlin, e anche Johann Nestroy (commediante viennese del XIX secolo che gli era particolarmente caro). Benché in tedesco si permetteva di inventare nuove parole per semplice composizione di elementi che di solito non vanno uniti, a volte queste creazioni erano così singolari (“torelliche”, eravamo soliti dire scherzando), che era necessario “tedeschizzarle” un po’ o almeno adattarle alla dizione di Nestroy, rispettando la mentalità del loro autore. Di solito approvava i miei suggerimenti e ridevamo di gusto. Questa simbiosi letteraria andò avanti per parecchi anni, finché abitammo insieme, ma s’interruppe subito dopo, anche se ogni tanto l’ho potuto aiutare nella correzione delle bozze di qualche pubblicazione.
Ai suoi amici e ammiratori avrebbe fatto piacere che don Giambattista pubblicasse di più. Gli schedari che abbiamo menzionato contenevano – e contengono – autentici tesori. Negli ultimi anni della sua vita si è riusciti a recuperarne alcuni (come le meditazioni di questo volume). Senza un particolare entusiasmo, egli si mostrava disposto a collaborare, ma diceva che una delle difficoltà che incontrava nel riunire i suoi scritti in un libro era il fatto che aveva continuamente “rubato molte idee” ad altri autori, e siccome si trattava solo di parlare e non di pubblicare, non sempre li nominava e spesso poi non si ricordava da dove aveva tratto quelle intuizioni, che,...




