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Ihr Team von Sack Fachmedien
E-Book, Italienisch, 208 Seiten
Reihe: Sírin
Tusevljakovic / Orazi La frattura
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-6243-452-2
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 208 Seiten
Reihe: Sírin
ISBN: 978-88-6243-452-2
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Nato nel 1978 a Zenica (Bosnia ed Erzegovina),attualmente vive e lavora a Belgrado. I suoi primi racconti sono usciti su riviste, quotidiani e antologie a partire dal 2002, e ad oggi ha pubblicato tre romanzi e due raccolte di racconti. La frattura - titolo originale Jaz - scritto nel 2016, gli è valso il Premio dell'Unione europea per la letteratura, ed è in corso di pubblicazione in diversi paesi, tra cui Spagna e Stati Uniti.
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PARTE SECONDA
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David una volta mi disse che tutto dipende sempre da noi e che nessun altro può aiutarci in nulla. Naturalmente mentiva. Fu prima che mi parlasse della sua stanza, ma comunque, anche se avessi sentito questa perla di saggezza dopo quell’incredibile scoperta, non l’avrei intesa diversamente né meglio. “La felicità” disse “è ciò che noi stessi immaginiamo. Anche la magia.”
David era figlio unico e ne andava fiero. Aveva sempre guardato di traverso chi lo compativa. “Non mi sono mai sentito solo” mentiva, consapevole che proprio la solitudine è il destino più grande. Riteneva di aver scoperto presto, essendo figlio unico, che non c’era magia nel mondo (“il mondo può essere solo reale oppure, se non sei fortunato, realsocialista”) e che, di conseguenza, se vogliamo raccoglierne i frutti, dobbiamo tirarla fuori da noi stessi. “I fuochi d’artificio vengono da dentro” era solito dire, e in quegli anni a Kragujevac i fuochi d’artificio potevano davvero arrivare soltanto da lì. In qualche modo anch’io ne ero consapevole, costretto ogni giorno a fronteggiare lo sconforto della nostra esistenza. Verso la fine del secolo scorso, nella valle dove moriva quello che un tempo era stato un colosso industriale, gli studenti di lingua inglese potevano solo immaginare una vita normale e quelle fantasticherie erano tutta la nostra magia. Non la offrivamo a nessuno e chissà se qualcuno avrebbe voluto prenderla.
Molti anni dopo ho capito a che gioco giocasse David e perché ci avesse propinato una filosofia dell’egoismo e della salvezza personale a cui, cedendo all’inevitabile bisogno umano di condividere la propria visione con qualcuno – di creare la magia per qualcun altro – nemmeno lui si atteneva, ma all’epoca la saggezza era della stessa qualità della benzina che si vendeva per strada, annacquata, proibita e costosa. Ecco la storia di quanto è costata a noi.
1.
David e io ci conoscemmo nell’atrio della facoltà di giurisprudenza di Kragujevac, collocata su una collina deserta ai margini della città, come un tempio dedicato agli dèi della conoscenza. Eravamo davanti alla bacheca in un angolo dell’ampio atrio e fissavamo dei pezzetti di carta scritti a mano che informavano gli studenti del dipartimento di lingua e letteratura inglese dell’inizio delle lezioni e delle esercitazioni pratiche. Qualche anno prima la facoltà di giurisprudenza aveva ceduto parte dei locali alla nuova succursale della facoltà di filologia di Belgrado e io, non avendo superato la prova d’ammissione di giugno nella capitale, in risposta al rigido ultimatum dei miei genitori avevo soddisfatto i criteri necessari per iscrivermi a Kragujevac, in una prova successiva a settembre. Tuttavia, il fatto che in quel nuovo tentativo di iscrizione fossi sesto in graduatoria, mentre a Belgrado, soltanto due mesi prima, ero stato ben al di sotto della soglia minima, non giovò alla mia autostima. Avevo passato il primo anno di studi a Kragujevac a chiedermi dov’ero capitato e se valesse la pena restare. All’inizio del secondo anno conobbi David e lui mi spiegò ogni cosa.
Anche se avevamo la stessa età, per lui quello era il primo anno al dipartimento di lingua inglese. In seguito mi confessò di aver abbandonato gli studi di diritto perché aveva nostalgia delle persone con la fronte. “Sono sicuro che le statistiche mostrerebbero che gli studenti di giurisprudenza, non solo della Šumadija ma in generale, sono i più pelosi. Di sicuro superano persino quelli di ingegneria. I peli non smettono di crescergli, a livello territoriale intendo. Nessuna interruzione per ginocchia, guance, fronte. Tutto si ricongiunge in un tappeto a trama fitta. A chi dispone di un tale sistema di isolamento il mondo deve apparire più bello.”
Quel mattino nell’atrio due perfetti estranei stavano esaminando la bacheca in silenzio prima che David sbuffasse e guardasse verso di me.
– Non è possibile che non abbiano una macchina da scrivere – batté con un dito sul vetro che proteggeva uno dei messaggi illeggibili. – Passi il computer, lo capisco, ma una macchina da scrivere...
Appoggiai l’indice sulla bacheca perché l’informazione cercata non mi sfuggisse e osservai il mio interlocutore. Era alto e in un certo senso allungato, con gli occhi appena un po’ tristi sotto le sopracciglia folte. Anche se fuori faceva caldo, indossava un cappotto che senz’altro mi avrebbe fatto sudare. Aveva un’aria ordinata, era persino un po’ troppo agghindato. Gli chiesi che cosa studiasse e lui mi rispose. “Allora come mai non ci conosciamo?” domandai, e mi spiegò che si era appena iscritto a quel corso.
– La facoltà di giurisprudenza era difficile. – Agitò un braccio, poi lo fece scivolare lungo il corpo, col palmo della mano rivolto verso il marmo sotto di noi. – Mi auguro che voi di filologia siate tutti così biondi e dalla carnagione chiara – disse, e io lo osservai con più attenzione. Lui, naturalmente, lo notò. Gran parte della sua sofferenza e insoddisfazione era dovuta proprio alla capacità di vedere quanto era più facile trascurare. Roteò gli occhi in modo teatrale.
– Sto parlando degli slavi, dei biondi veri – proseguì. – Qui, come puoi vedere, non ce ne sono. E non solo nella facoltà di giurisprudenza, ma qui a Kragujevac. Celebriamo le nostre origini, eppure non ne è rimasto nulla. Se sei in città già da un anno, ti è tutto chiaro. Non c’è nemmeno la S degli slavi. Si sono trasferiti da tempo sul Bosforo, mentre i turchi sono rimasti incastrati qui, dove hanno lasciato la loro prole: ed ecco che salta fuori la popolazione di Kragujevac. Se vai in vacanza in Turchia, ti imbatterai in un biondo dietro l’altro, dagli occhi chiari e dalle guance rosee.
La sua voce echeggiò nell’atrio e temevo che qualcuno potesse sentirci; ma soltanto chi non conosceva bene David poteva commettere quell’errore. Il mio imbarazzo non fece che incoraggiarlo a perseverare nel suo intento. Mi prese per la spalla e mi trascinò verso il centro dell’atrio, dove la sua voce semplicemente tuonò.
– Grazie a una sentimentale esaltazione del passato, ci siamo sempre vantati di qualità che non possediamo. Non si può neppure sostenere che un tempo le avessimo; il comunismo e il capitalismo non hanno aggiunto molto, ma tantomeno hanno tolto: siamo sempre stati squallidi, sostanzialmente non realizzati e complessati. Col cazzo dritto – risuonò nell’ambiente – che ci sbatte sulla fronte bassa.
– Ammesso che ce l’abbiamo – aggiunse dopo una breve pausa. Fece un sospiro profondo e chiuse gli occhi, come aspettandosi un applauso. – Tu sei Damir e io David, e ora potremmo andare a prenderci una birra – disse, quasi spingendomi sullo spiazzo davanti all’edificio. Il sole di fine agosto scompariva dietro i contorni della città, un paio di nuvole provenienti da est si addensarono e nell’aria si diffuse l’odore della pioggia.
– A Kragujevac, nonostante un proverbio che afferma il contrario, piove in continuazione – disse David, mentre scendevamo verso il centro. – E questo perché il proverbio è nato quando la città era ancora una mahala, un sobborgo sul fiume Lepenica. Non che ora sia molto migliorata, ma quella stessa pioggia, che un tempo cadeva in periferia, adesso scroscia in centro.
Stavolta annuii, perché era la verità.
– Come fai a sapere come mi chiamo? – chiesi.
Sollevò l’indice e se lo premette sul naso.
– Ho visto dove hai posato il dito sulla bacheca. L’elenco dei nomi per gli esercizi di Contemporanea 2.
La risata di David non somigliava alla risata di una iena, ma era sgradevole. Era facile da riconoscere e da ricordare e non mi era affatto difficile immaginare che qualcuno, parlando della risata di un altro, la definisse “alla David”. Tuttavia, mentre scendevamo giù verso il centro, mi costrinse a rispondergli a tono.
– Ma anche tu sei scuro – gli dissi quel pomeriggio, curvo su una bottiglia di birra, in un buco che in Serbia poteva esistere giusto negli anni ’90. Le pareti spoglie di una cantina, la moquette puzzolente, un bancone realizzato con gli scarti del legno, la birra che non fa in tempo a raffreddarsi in un frigorifero troppo piccolo, la musica della radio sovrastata dal mormorio degli studenti. Riconobbi alcune facce del corso, perlopiù persone che, come me, erano arrivate lì da qualche altra parte, ma noi due ci sedemmo a un tavolo libero, come se stessimo negoziando qualcosa di confidenziale. David non reggeva l’alcol, si ubriacò già alla terza bottiglia e roteò gli occhi come un non vedente che non controlla i muscoli oculari.
– Nero! Esatto, amico mio, nero come la terra. Ma da parte di mia madre. – Col palmo della mano si lisciò un ciuffo di capelli che gli era caduto sulla fronte. – I suoi vengono dalla Slovenia.
Feci una smorfia.
– Non credi che sia da piccolo borghesi considerare gli sloveni superiori agli altri slavi del sud solo perché sono vicini all’Austria? – provai a sovrastare il rumore. – E poi, cosa c’entra questo con il colore della pelle? Gli sloveni sono di carnagione chiara.
– Sono stati divorati dagli austro-ungarici, proprio come i serbi sono stati divorati dai turchi, non c’è alcuna differenza. Parlo dei minatori che gli Asburgo mandavano nei Balcani affinché scavassero per loro. Dapprima andarono in Bosnia, questi avi materni, poi da lì una parte di loro si trasferì in Serbia. Loro sono neri, sono neri nell’animo,...




