Vollmann | Afghanistan Picture Show | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 335 Seiten

Vollmann Afghanistan Picture Show

ovvero, come ho salvato il mondo
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-3389-155-2
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

ovvero, come ho salvato il mondo

E-Book, Italienisch, 335 Seiten

ISBN: 978-88-3389-155-2
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Nel 1979, ventenne, William Vollmann si appassiona alle sorti dell'Afghanistan invaso dalle truppe sovietiche e comincia a passare da un lavoro all'altro, cercando di accumulare il denaro sufficiente per partire e affiancare i mujaheddin nella loro lotta di liberazione contro i russi. Nel 1982 parte alla volta del Pakistan, dove trascorrerà buona parte del suo soggiorno in casa di un generale afgano in esilio, parlando con i capi della resistenza, con funzionari pakistani e internazionali che gestiscono gli aiuti per i profughi, e con i profughi stessi, sia quelli più fortunati che si possono pagare la permanenza in città sia i moltissimi costretti a vivere in condizioni pietose nei campi. Un'esperienza in larga parte fallimentare, che Afghanistan Picture Show racconta a posteriori attraverso lo sguardo di un Vollmann più adulto e consapevole, capace di guardare con ironia e affetto il proprio io più giovane e ingenuo, che riesce sempre a porre le domande più sbagliate alle persone sbagliate, mentre si contorce tra i dolori della dissenteria. Tra conversazioni piene di equivoci ed estenuanti camminate nell'impervio territorio afgano, trascinato e talvolta trasportato pietosamente dai mujaheddin, Vollmann mette in scena l'idealismo ingenuo e il colonialismo dello sguardo americano sul mondo, in un'opera ibrida che si muove tra romanzo e diario, saggio storico e reportage.

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Introduzione alla nuova edizione1


«Bill ha fatto molta strada dai tempi di », ha detto un editor al mio agente, rifiutando il mio ultimo libro; evidentemente, per quanto lo riguardava, non ne avevo fatta abbastanza. Non importa che io potrei dire lo stesso di lui perché, quando ripenso al prodotto di sincerità e goffaggine che state leggendo, credo a entrambe le sue affermazioni. Così com’è, è una versione molto differita e amplificata del primo libro che ho scritto, che non è il primo da me pubblicato. In quanto tale risente di carenze nella forma e nel contenuto. Recentemente uno dei miei traduttori tedeschi mi ha detto: « è il tuo libro più debole. Spero di non offenderti». Per niente. Innanzitutto avevo appena iniziato, da solo, a imparare a scrivere. Ci vogliono anni per capire come osservare, quando rendere una frase concisa o elaborata, quali questioni affrontare. I passaggi del libro che vorrebbero essere umoristici e stravaganti mi imbarazzano, anche se la sua ironia in parte mi diverte ancora.

Naturalmente ciò che mi imbarazza molto di più è il crudele resoconto di una miriade di fallimenti. Ci sono alcuni passaggi di questo libro che non riesco a rileggere senza vergognarmi per la mia ignoranza, la mia compiaciuta convinzione che in qualche modo avrei potuto fare un favore agli afgani, la mia incapacità fisica di stare al passo con i mujahiddin, la mia totale inutilità. E questa potrebbe essere una delle ragioni per cui ha un qualche valore. Non è un’analisi politica, sebbene volesse esserlo. E non è neanche un granché come «memoir d’avventura». Ma illustra, con un’onestà di cui rimango orgoglioso, il tentativo di uno specifico giovanotto di essere utile agli altri.

Continua a stupirmi quanto sia facile ferire le persone, e quanto sia difficile aiutarle. È una questione che affronto in molti dei miei libri, ma mai in maniera così diretta come qui.

Volevo «aiutare gli afgani». Pensavo che la buona volontà e un certo grado di temerarietà sarebbero state sufficienti.

Credevo, e credo ancora, che ogni essere umano sia mio fratello o sorella, e che quindi siamo tutti ugualmente meritevoli di aiuto.

Amo l’Afghanistan oggi non meno di quando ho attraversato per la prima volta il confine nel 1982. È un paese bellissimo e le persone sono state gentili con me.

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Il mio eterno desiderio di rendermi utile mi ha isolato molto quando ho deciso di partire per l’Afghanistan. Nessuno mi capiva. Quando sono tornato, con osservazioni e descrizioni che io ritenevo importanti, i miei connazionali mi dicevano: «Non frega niente a nessuno dell’Afghanistan», o ancora meglio: «Afghanistan, Bananastan!»

L’11 settembre ha cambiato tutto e, in un senso più ampio di quanto si è portati a vedere, ha alterato qualcosa anche negli americani, la maggior parte dei quali, come me, erano stati fortunati abbastanza da diventare adulti senza sapere cosa succedeva nel resto del mondo. Naturalmente, quando dico «americani» escludo volontariamente il governo, che è intervenuto, in modo disastroso e spesso efficace, senza conoscere o comprendere il suo cosiddetto elettorato. La politica estera del governo ha infilato il suo bastoncino in una serie di formicai, e alla fine alcune formiche hanno risposto all’attacco.

L’Afghanistan si è trasformato, di conseguenza, da comica Terra di Nessuno a un posto malefico della cui esistenza gli americani erano anche troppo consapevoli. Se solo potessimo assassinare tutti quegli assassini e massacrare tutti quei massacratori! Allora saremmo di nuovo al sicuro.

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Nel 1998, tornando dall’Iraq colpito dalle sanzioni, ho scritto:

La nozione che dominare un paese col pugno di ferro possa prevenire una sua rinascita malvagia non ha funzionato contro la Germania dopo la prima guerra mondiale. Non funzionerà neanche qui. Riuscirà soltanto a creare e temprare nuovi nemici dell’America e delle sue potenze sorelle. Presto o tardi, qualche iracheno sufficientemente abile da mettere insieme uno strumento di distruzione ci proverà di nuovo, e il suo odio non sarà smorzato da alcun ricordo della nostra gentilezza.2

Sfortunatamente gli eventi dell’11 settembre mi hanno dato ragione, anche se pare siano stati pianificati in Afghanistan e Arabia Saudita e non in Iraq. Be’, che differenza c’è? Afghanistan, Bananastan! Come dissero alcuni miei concittadini guardando in diretta le immagini della prima guerra del Golfo: «Bene, bene; dobbiamo fermare quei maledetti iraniani».

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Non sono un diplomatico né uno stratega. Il mio unico talento come osservatore politico è l’abilità di vedere e dichiarare l’ovvio. Se foste andati in un paese musulmano come l’Iraq e aveste visto i bambini morire per mancanza di antidiarroici, se aveste assistito all’odio, al lutto e al disprezzo delle persone, se perdipiù foste tornati a casa e aveste scoperto che i vostri amici e vicini, nel nome dei quali il governo stava causando quella sofferenza, non erano informati sulla situazione né gli interessava, come avreste potuto prevedere qualcosa come l’11 settembre? Certe volte riesco persino a perdonare il presidente Bush (che dovrebbe essere in una cella all’Aia) per la seconda guerra del Golfo. Dopotutto, anche se Saddam Hussein non possedeva nessun’arma di distruzione di massa, e i suoi legami con Al Qaeda erano stati creati ad arte, di certo avrebbe volersi vendicare di noi!

In troverete affermazioni altrettanto ovvie: le vittime non sono per forza santi; e nemmeno gli aspiranti benefattori. Gli «afgani» non sono un popolo più omogeneo degli «americani». Le buone intenzioni, da sole, non suscitano gratitudine. La volontà di aiutare non può essere misurata scientificamente. La generosità e la correttezza possono escludersi a vicenda. Il dare e avere nelle relazioni umane è spesso imprevedibile. Quanto mi ha stupito scoprire queste cose!

Ero molto incosciente, ma non ho mai fatto del male di proposito, e ho provato a non mentire riguardo a me stesso.

Permettetemi di dirvi un’ovvietà sull’Afghanistan: ogni bambino o nonna che uccidiamo ci procura nuovi nemici. Non avremo mai la «vittoria» laggiù.

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Dicevo sempre di sperare che scovassero e uccidessero tutti gli organizzatori dell’11 settembre. Ora mi vergogno di averlo pensato. Osama Bin Laden sarebbe dovuto esser messo a processo, non ucciso. Da quel poco che ho letto, era ferito e indifeso e hanno continuato a sparargli piombo addosso. Mi sarebbe piaciuto sentirgli spiegare perché ha fatto ciò che ha fatto.

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Se iniziate a leggere aspettandovi una maggior quantità di discussione politica, rimarrete delusi. Certamente le persone che sono ancora sulla scena oggi, come il tristemente noto Gulbuddin, o che sono scomparse da essa recentemente, come Rabbani o Massud, vengono citate. Ricordo che quando intervistai Rabbani per questo libro ero molto soddisfatto di me stesso; quando è diventato capo del governo afgano non mi interessava già più del cosiddetto traguardo che avevo raggiunto. Dopotutto, per quanto in origine volesse esserlo, questo non è affatto un libro sull’Afghanistan. Innanzitutto mostra, molto più di quanto il suo giovane, superficiale autore potesse immaginare, un certo tipo di rapporto sociale. Ho tratto l’epigrafe di uno dei miei ultimi racconti europei dalla . Lo stesso brano potrebbe essere posto in epigrafe anche a questo libro: «Qualsiasi tentativo di presentare l’altruismo come una via per la trasformazione di una società antagonistica secondo principi non egoistici finisce per condurre all’ipocrisia ideologica, mascherando l’antagonismo dei rapporti di classe». Io volevo far del bene, e «aiutare gli afgani». Ignoravo le evidentissime implicazioni del fatto che ero un cittadino semiprivilegiato di un paese estremamente privilegiato, credevo nella semplice uguaglianza di tutti gli esseri umani, e mi aspettavo che uno dei comandanti mujahiddin mi assegnasse un compito – fare scorta d’acqua, scrivere un rapporto su una battaglia, o combattere – e io avrei fatto del mio meglio per portarlo a termine e basta. Sono rimasto scioccato quando, al contrario, ho scoperto che alla mia persona venivano attribuiti poteri semidivini. Ero un americano; potevo fare qualunque cosa. E dato che invece non potevo fare qualunque cosa, non sapevo nemmeno camminare particolarmente bene in montagna (avevo già perso quasi venti chili a causa della dissenteria amebica), ho deluso tutti, inevitabilmente. Se fossi stato in buona forma fisica, con un milione di dollari in tasca, avrei comunque deluso gli afgani, perché non ero altro che me stesso. E non volevo essere altro che me stesso: un’illusione che maschera «l’antagonismo dei rapporti di classe».

Tuttavia, anche se ora ho il sospetto che la citazione dalla sull’altruismo sia molto probabilmente vera, e più ci penso più esempi della sua veridicità mi vengono in mente – i missionari gesuiti francesi che salvavano gli amerindi dai loro idoli satanici, e così facendo distruggevano le loro società; i missionari americani che salvavano le donne afgane dalla...



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