Vollmann | Come un'onda che sale e che scende | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 1177 Seiten

Reihe: Sotterranei

Vollmann Come un'onda che sale e che scende

Pensieri su violenza, libertà e misure d'emergenza
1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-3389-433-1
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Pensieri su violenza, libertà e misure d'emergenza

E-Book, Italienisch, 1177 Seiten

Reihe: Sotterranei

ISBN: 978-88-3389-433-1
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



«La storia del mondo è la storia della violenza». Partendo da questo assunto di base, Vollmann si è posto l'obiettivo di «elaborare un sistema di calcolo morale [...] che chiarisse quando è accettabile uccidere, quante persone si possono uccidere e così via». Elaborato nel corso di vent'anni, Come un'onda che sale e che scende si basa da un lato su un colossale lavoro sulle fonti (filosofia, teologia, biografie di tiranni, signori della guerra, criminali, attivisti e pacifisti), dall'altro su una serie di esperienze dirette, spesso estreme, che hanno portato l'autore nel cuore dei conflitti di fine Novecento e nelle zone più degradate delle grandi metropoli. Scorrono nelle pagine figure storiche - Platone, Montezuma, Cicerone, Robespierre, Lenin, Leonida, Hitler, san Tommaso, Gandhi, Giulio Cesare - e persone comuni che della violenza hanno fatto un metodo, di difesa o di offesa: i grandi della storia e gli individui più anonimi abbracciati con la stessa equanimità, priva di ogni morale preconfezionata ma sorretta da un'etica profonda e partecipe. Torna in una nuova edizione il capolavoro di Vollmann, trasformatosi negli anni in oggetto di culto e di ricerca per collezionisti: un saggio-mondo nel quale erudizione, indagine storica ed esperienza personale convergono creando una riflessione senza precedenti sulla natura umana e sulla sua perenne sospensione tra bene e male, sopraffazione e autodifesa, guerra e pace.

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1 Pensieri da catacomba


La morte è banale. La si osservi, si sottraggano i suoi modelli e le sue lezioni alla morte causata dalle armi, e il residuo così ottenuto ci mostrerà forse che cos’è la violenza. Con questo pensiero in mente ho percorso i lunghi cunicoli delle catacombe di Parigi. Pareti di terra e pietra ricoperte da pareti di resti umani spesse quanto è lungo un femore: ossa gialle e marroni, ordinatamente disposte una sull’altra con le loro estremità sporgenti, simili a mattoni sformati, a ossuti sorrisi tramutati nel loro opposto, a gialle e stantie lumache di pastasciutta: cavità e teste di ossa promiscuamente a contatto, il loro punto centrale nell’ombra, tra le due protuberanze gemelle servite un tempo a far ruotare altre ossa, per guidare e sostenere la carne nel suo moto appassionato e talvolta intelligente verso la morte inevitabile; e poi femori a schiere, e omeri, ossa su ossa, e dopo un certo intervallo un’impalcatura di ossa ad arginare la morte, una fila di femori e di omeri disposti sempre in orizzontale, ma a perpendicolo rispetto alle altre ossa, a ottenere un effetto visivo quasi gradevole, concepito anzi secondo le regole auree dell’arte muraria nell’interpretazione datane dagli ingegneri e dai muratori della morte napoleonici, che su ordine del nuovo imperatore avevano elaborato e organizzato i resti mortuari in base a una precisa estetica igienico-sanitaria. (Ci sarà mai venuto qui in visita, l’imperatore? Di certo non aveva paura della morte... neanche quando si trattava di infliggerla.) Lungo le gallerie, poi, si aprivano stanze dalle pareti rivestite di ossa identicamente disposte e sorrette da travi fatte anch’esse di ossa; tra queste, qua e là, si affacciavano inutilmente dei teschi; e in certi punti qualche persona dalla spiccata spiritualità aveva abbellito la parete con una croce fatta di femori. Giacevano lì, ho saputo, i resti di circa sei milioni di persone: esattamente la cifra che si cita convenzionalmente nelle stime sugli ebrei uccisi nell’Olocausto. Lì, il crimine perpetrato dai nazisti con immensi sforzi nell’arco di una dozzina di anni, era stato – e continuava a essere – commesso dalla natura senza il minimo sforzo e senza possibilità di scampo.

Di sopra, al pianoterra, avevo pagato il mio biglietto; ero venuto a dare un’occhiata al mio futuro. Quando però, dopo aver percorso i lunghi e aridi ex vicoli sotterranei, scorsi per la prima volta i miei fratelli e le mie sorelle, accessori calcificati di esseri umani per il resto ridotti in polvere e carne di topo e linfa di pianta e foglie verdi destinate ben presto a morire di nuovo, non provai altro che una curiosità moderatamente malinconica. Si sa di dover morire: tutti hanno visto scheletri e teschi nei travestimenti di Halloween, nelle aule di anatomia, nei cartoni animati, nei segnali di pericolo, nelle fotografie di medicina forense, nelle vecchie fotografie delle insegne delle SS, e intanto i teschi sporgevano e luccicavano dalle pareti come umidi massi su un fiume, finché la curiosità non divenne, come al solito, intorpidimento. Ma non era ancora il momento di tornare in superficie. Le pareti di ossa passavano accanto a pozzi e canali di scolo in quelle gallerie; a volte dal soffitto cadevano gocce d’acqua che colpivano la fronte dei turisti: gocce che erano probabilmente percolate attraverso i cadaveri. Una polvere soffocante e nauseabonda ci irritava gli occhi e la gola, perché in nessun caso, se non forse in astratto, la presenza dei morti risulta salutare per i vivi. Alcuni teschi risalivano al 1792. Anneriti, ma non ancora disfatti, mi opprimevano con quella loro esistenza prolungata. Gli ingegneri avrebbero fatto meglio a consentire la loro transustanziazione. Sarebbero stati parte, a quel punto, di maestosi alberi o di deliziosi ortaggi tramutati in sangue fresco e ossa di bambini in crescita. E invece erano lì stantii e ostinati come vecchie argomentazioni, stampi per anime da molto tempo dissolte, rozzi ammassi di materia inutile. Credo fosse questa, pertanto, la ragione del mio risentimento. La nota dolente era che, come dice Eliot, «non avrei creduto che morte tanti n’avesse disfatti»; l’intorpidimento stava cedendo il passo a una certa inquietudine, alla nauseante e claustrofobica consapevolezza della mia trappola biologica. Certo, sapevo di dover morire, e più di una volta avevo avuto modo di rendermene conto sulla mia pelle; quella visita andava ad aggiungersi a una lunga serie, e tra una visita e l’altra la mia lingua ammetteva in modo disinvolto quel che il mio cuore segretamente negava: perché, infatti, la vita dovrebbe sopportare nella propria carne la dissolutiva e velenosa certezza della propria inevitabile sconfitta? Sopra gli ammassi di detriti ossei, i teschi dormivano, le orbite rivolte verso il basso, come conchiglie di paguro in mezzo a quelle derelitte impalcature di cadaveri. Quella era una spiaggia per necrofili, sennonché mancava l’oceano, se si escludeva l’oceano di terra soprastante, da cui filtravano e colavano viscide gocce. Un’altra croce di ossa, e poi un’iscrizione: TACETE, ESSERI MORTALI – VANE SUPERBIE, TACETE. Parole che in francese suonano ancora più imperiose, ma non per questo più necessarie, dato che le moltitudini calcificate esprimevano lo stesso messaggio meglio di qualsiasi poeta o condottiero. Per i superstiziosi, la carcassa è una cosa temibile, terribile e odiata; in realtà, in sé e per sé, non merita alcuna emozione, a meno che non sia la reliquia di una persona a noi non ignota; in ogni caso, il tempo trascorso in compagnia della morte è sprecato. La vita sgocciola via, come l’acqua che filtra nelle catacombe, e alla fine noi saremo come i nostri silenziosi antenati; perciò è meglio indulgere, finché si può, alle proprie vane superbie. Momento dopo momento, il nostro tempo si assottiglia. Si può strillare, protestare o fuggire: non fa differenza; perché allora non dimenticare quel che è inevitabile? I vicoli di morte continuavano a dipanarsi. A volte si sentiva una puzza, un po’ di formaggio, un po’ di aceto, che conoscevo per aver visitato, in un paio di occasioni, degli obitori da campo; non c’era modo di sfuggirle, e la polvere della morte mi prosciugava la gola. Giunsi presso una specie di caverna che conteneva, a mucchi alti quasi come me, le ossa rimaste inutilizzate nelle opere di rivestimento: ossa pelviche e costole (le vertebre e le altre ossa più piccole dovevano essere state scartate o lasciate a decomporre). Quei resti erano quasi trasparenti, come conchiglie, tanto la morte li aveva consumati. Quell’odore, la puzza di vomito all’aceto, mi bruciava la gola, ma forse ero io quello più sensibile del dovuto, perché gli altri turisti non sembravano disgustati; alcuni, anzi, ridevano, per spacconeria, forse, o perché quella situazione doveva sembrar loro irreale come un film dell’orrore; non pensavano che sarebbe toccato a loro recitare quella scena di lì a poco, e forse è per questo che un tizio particolarmente maleducato prese in considerazione l’idea di rubare un osso: non ne aveva forse abbastanza, di ossa, nella sua carne viva? Di certo, però, non era stato il primo a cui era venuto in mente, perché alla fine del percorso, quando tornammo in superficie, facemmo la conoscenza di un uomo produttivamente impiegato presso un tavolo su cui erano posati due teschi rubati quel giorno da alcuni visitatori; frugò nei nostri zaini. Fui felice quando, superato il suo vaglio, potei uscire alla luce del sole; quasi sopraffatto dalla gioia, anzi, perché da quando sono diventato giornalista part-time specializzato in conflitti politici armati la morte non mi solletica neanche un po’. Cerco di comprenderla, di farmela amica, ma non riesco mai a imparare nulla, se si esclude la lezione della mia impotenza. La morte, nelle mie narici, puzza come quel soleggiato pomeriggio d’autunno a Parigi in cui avrei voluto essere felice.

Nelle panetterie, le baguette e le pallide e inamidate , i croissant e i suscitavano in me il ricordo delle ossa. Da altri negozi usciva il puzzo di formaggi color delle ossa. Tutt’intorno a me, i vermi d’acciaio del métro percorrevano altre catacombe, trasportando ossa ancora vive, in tutta fretta, da un buco all’altro. In una delle librerie di rue de la Seine trovai un volume di Poe dalla rilegatura demoniaca, i cui risguardi erano marmorizzati a evocare le fiamme; le tavole dipinte a mano dall’artista raffiguravano, naturalmente, macabri e minacciosi scheletri dagli artigli adunchi e prensili.

Mi soffermai a osservare un matrimonio in place Saint-Germain, la cui chiesa appariva scurita e affumicata dal tempo, dello stesso colore delle ossa al formaggio. Vidi la sposa vestita di bianco, destinata a mutarsi ben presto in ossa ingiallite. Le pallide e strette traversine di cemento dei binari, le ringhiere di metallo o di legno, il modello della colonna vertebrale esposto nella vetrina di una libreria specializzata in testi di anatomia e, poi, persino i bastoni, i tronchi d’albero, tutte le linee inscritte o sottese, il mondo intero in tutti i suoi segmenti, i suoi raggi e i suoi insiemi scomposti assunsero un odioso aspetto cadaverico. Vedevo e inalavo morte. Sentivo il sapore della morte sui denti. Espirai, e quelle deboli emissioni di fiato non bastarono a scacciare la mia nausea. Solo il tempo ci riuscì: una notte e un giorno, per la precisione; e a quel punto dimenticai di nuovo – per tornare a rammentarmene solo al momento di scrivere queste parole – che devo morire. Ci avevo creduto per un attimo solo. E così ero diventato un tutt’uno con quei teschi che più nulla sapevano della...



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